5 considerazioni su quello che sta accadendo ai curdi in Siria

5 considerazioni su quello che sta accadendo ai curdi in Siria

La decisione di Donald Trump di ritirare le truppe americane dalle basi nel nord-est
della Siria, consentendo così al Presidente turco Erdogan di attaccare il Rojava,
ovvero il territorio in cui vivono i curdi in Siria, ha provocato grande indignazione in
tutto il mondo. Attraverso 5 considerazioni cerchiamo di capire meglio quello che
sta accadendo in Siria e quali logiche seguono i vari attori in campo.

Il dramma siriano

Per affrontare la questione bisogna aver chiaro il contesto della Guerra Civile
Siriana. Quella che nel 2011 era nata come una rivolta popolare, una delle
“primavere arabe”, contro il Governo di Bashar Al-Assad, è diventata nel corso degli
anni una Guerra per Procura tra le varie potenze del Medioriente e alcune delle
maggiori potenze mondiali. Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Iran, Turchia, Qatar,
Israele: tutti questi paesi hanno appoggiato e finanziato le numerose fazioni che si
sono scontrate sul campo. Solo la Russia è intervenuta direttamente nel settembre
del 2015 in sostegno di Assad. Gli Stati Uniti hanno puntato prima sull’opposizione
“moderata” (ammesso che sia mai stata tale) per poi virare sulle milizie curde, le
YPG, acerrime nemiche della Turchia. I paesi sunniti hanno invece supportato le
diverse milizie islamiste, fino ad essere accusati da più parti di aver addirittura
finanziato l’ISIS. Il risultato di tutto ciò è sotto i nostri occhi: si tratta della
balcanizzazione della Siria. Il paese mediorientale non esiste di fatto più, tagliato a
fette come una torta dalle varie potenze straniere. Una spartizione imperialista, si
sarebbe detto in altri tempi. Un dramma politico e umanitario (si contano oltre
mezzo milione di morti e circa 5 milioni di profughi) che difficilmente verrà risolto in
pochi anni. Ogni analisi su quello che sta avvenendo ai curdi non può tralasciare
questo quadro generale.

I perché di Trump

Perché Trump ha abbandonato i curdi? I motivi sono principalmente tre.
Innanzitutto perché gli Stati Uniti sono stati tagliati fuori dai principali negoziati
diplomatici degli ultimi anni (la cosiddetta “Piattaforma di Astana”) che si sono svolti
tra Iran, Russia e Turchia. Il via libera alle azioni turche può servire come mezzo di
scambio sul tavolo decisionale, consentendo così agli americani di rientrare nei
negoziati dalla finestra. In secondo luogo, Erdogan si stava avvicinando troppo alla
Russia, ma anche all’Iran e al Qatar, bisognava fargli qualche concessione per
riportarlo sulla retta via. Non va dimenticato che la Turchia fa parte della NATO.
Infine, Trump mantiene una sua vecchia promessa: il ritiro delle truppe americane
da tutte quelle guerre considerate “inutili”. Le presidenziali 2020 si avvicinano.
L’America può fidarsi di Erdogan? Che fine faranno i miliziani dell’ISIS detenuti nelle carceri curde? In questo modo non viene calpestata la memoria delle vittime
dell’eroica Battaglia di Kobane? La risposta a queste domande sembra non
interessare granché a The Donald. Il suo atteggiamento avventato e negligente
potrà forse essere efficace per gli interessi statunitensi, ma è un pericolo per la
stabilità mondiale, in questo caso per il Medioriente. Anche se non è l’unico
Presidente americano ad essersi mosso in questa regione come un elefante in una
cristalleria.

L’errore dei curdi

La scelta dei curdi di legarsi mani e piedi agli Stati Uniti si è rivelata allo stesso
tempo ideologicamente sbagliata e poco pragmatica. Ideologicamente sbagliata
perché una forza socialista e libertaria come le YPG non dovrebbero mai allearsi con
quelli che dovrebbero percepire come la peggiore delle forze imperialiste. Ma
mettendo da parte questo aspetto poco rilevante, anche la scelta di realpolitik si è
rivelata errata. Se nell’immediato questa alleanza poteva sembrare sensata, almeno
dal gennaio 2018 ha mostrato tutti i suoi limiti. Perché già allora gli Stati Uniti
avevano tradito i curdi dando il permesso alla Turchia di occupare il cantone di
Afrin, fino a quel momento parte del Rojava. E i tradimenti occidentali nei confronti
dei curdi hanno purtroppo una lunga storia, come ad esempio quando nel 1991,
dopo la Prima Guerra del Golfo, gli USA avevano incoraggiato la rivolta dei curdi
iracheni contro Saddam salvo poi abbandonarli alla repressione del dittatore. Visti i
precedenti e la nota inaffidabilità di Trump, le YPG avrebbero dovuto sviluppare
delle alleanze più flessibili, cercando, almeno dopo l’attacco ad Afrin, una forma di
intesa con Assad e con Putin. Una strada che adesso sembra l’unica possibile per
evitare di essere massacrati. Questa non è ovviamente una colpa per i curdi, ma un
rimpianto.

Erdogan è davvero così forte?

Erdogan è il grande vincitore sul piano politico e diplomatico di questa partita.
Vedremo se vincerà anche sul piano militare. Se da un lato il Presidente turco è un
dittatore de facto, che ignora lo stato di diritto e perseguita le minoranze, dall’altro
non si può negare la sua abilità politica. Il “Sultano” si accorda con Trump, acquista
missili da Putin e ricatta l’Ue sui migranti: una capacità di giocare su più tavoli non
da tutti. Ma non è tutto oro quel che luccica. La Turchia è in crisi economica, con la
lira sempre più svalutata, il PIL in netto calo e la disoccupazione in crescita. Il suo
consenso interno non è più così solido, come ci ha mostrato la sconfitta del suo
candidato nelle elezioni comunali di Istanbul, la città più importante del paese. Ed è
proprio per questo che Erdogan aveva un disperato bisogno di questa operazione
contro il Rojava: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica turca sul problema
sicurezza rappresentato dal “terrorismo curdo” e ottenere una vittoria in chiave nazionalista. Di solito quando i dittatori ricorrono a questi espedienti significa che
sono alla frutta. Forse Erdogan non è altro che un gigante dai piedi d’argilla.

Un sistema crudele

Il principio che orienta l’azione delle varie potenze mondiali è la ragion di stato.
Non è una notizia, ma tendiamo a dimenticarlo. Gli Stati Uniti che hanno parlato per
anni di esportazione della democrazia, oggi consentono ad un dittatore di invadere
un altro paese per compiere un’azione di pulizia etnica. Ancora una volta il diritto
internazionale viene ignorato, mentre l’ONU è invisibile. Il segretario del Partito
Democratico Nicola Zingaretti ha chiesto l’impegno della NATO per risolvere il
problema, senza capire che ci troviamo di fronte ad un’operazione che punta
proprio a rinsaldare l’alleanza atlantica tra USA e Turchia. Del resto il segretario
generale dell’organizzazione Jens Stoltenberg ha dichiarato di comprendere le
esigenze turche e di contare sul fatto che la Turchia agirà con moderazione. Non
proprio una ferma condanna. Nonostante tutti gli sforzi successivi alla Seconda
Guerra Mondiale, il sistema internazionale sembra ancora quello descritto da
Hobbes, in cui i vari paesi si trovano in un perenne stato di natura dominato dal
bellum omnium contra omnes, in cui manca un’autorità terza in grado di dirimere i
conflitti. Questo è il grande fallimento delle Nazioni Unite. Quello che sta
accadendo ai curdi ci insegna che ancora oggi nel 2019 il pilastro delle relazioni
internazionali non è il rispetto dei diritti umani ma è tristemente la legge del più
forte.

VINCENZO BATTAGLIA

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Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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