Covid, vaccino e complotti: quadri di riferimento

Covid, vaccino e complotti: quadri di riferimento

Se potessimo organizzare un’assemblea con i responsabili (maestri, professori di scuola, docenti universitari) della formazione, avvicendatisi negli ultimi trent’anni, il tema sarebbe questo: com’è stato possibile formare delle persone che vivono in base, o a ragionamenti privi di fondamento, oppure completamente astratti?

Non ha fondamento, infatti, pensare che una casa farmaceutica produca un farmaco con lo scopo di determinare un danno letale a chi lo userà e non, invece, per fare utili e profitti attraverso la sua efficacia. Non ha fondamento, pensare che un farmaco di prevenzione di un virus respiratorio, candidato a permanere variando, abbia capacità miracolose e non quelle a tempo determinato che gli sono proprie. Non ha fondamento dimenticare che ogni problema, questione, argomento, che riguarda la polis è politica, qualsiasi sia la sua natura, e che la scienza di governo, anche in questo caso, è di rango superiore a quella medica o biologica.

Analfabetismo logico e alfabetizzazione illogica

D’altro canto, è astratto pensare che sia praticabile una misura efficace ed efficiente di contrasto ai contagi che sia sommaria e non mirata, senza fare differenza tra chi deve essere difeso, chi può prendersi il rischio di non esserlo, e chi invece non deve essere difeso. E’ astratto, ai limiti della patologia, pensare e poi eseguire una vaccinazione plenaria di otto miliardi di esseri umani, quando il vaccino non è, come si dice, sterilizzante, e affida la sua efficacia nella ripetizione, misurata sulla variante dell’anno, con le conseguenze concrete del caso.

La formazione scolastica e universitaria degli ultimi trent’anni manifesta oggi dei risultati umani stretti tra analfabetismo logico (di chi crede che il vaccino sia volontariamente pericoloso) e alfabetizzazione illogica e astratta (di chi lo travisa per ideologia e demagogia sanitaria). Queste due tipologie si sciolgono in un corto circuito sociale, in cui la ragionevolezza e la concretezza sembrano degli elementi alieni e incomprensibili, plasticamente rappresentati dal travisamento bipartisan di un prodotto farmaceutico, su cui due ideologie e superstizioni si sono scontrate mentre, senza essere guidati, gli eventi socio sanitari continuavano a modificarsi e a evolvere per conto loro. Perché ormai è chiaro che ogni misura presa sulla campagna vaccinale, invece di essere misurata sulla concreta possibilità di dimostrarsi efficiente nei risultati possibili, si è concentrata in modo sommario ai fini di piegare le resistenze di una parte minoritaria della nostra comunità.

Il problema del green pass

Mentre si provava a piegare i non vaccinati, non si sono ad esempio rivaccinati, per tempo, tutti quelli che avevano bisogno di una maggiore copertura, con il risultato che oggi, ogni qual volta leggiamo il numero dei deceduti, osserviamo in filigrana delle biografie precise di persone fragili e, troppo spesso doppiamente vaccinate, che continuano a morire come quando non lo erano, e non per colpa del funzionamento del vaccino, ma per l’insipienza dei vaccinatori. Un’insipienza che ha una spiegazione evidente: per piegare alla consapevolezza dell’intelletto delle persone con patologie intellettuali profonde, ci si è dimenticati che il compito della scienza non è ideologico o educativo ma razionale, concreto, logico.

Il problema del green pass, pur avendo anche profili giuridici (almeno dal punto di vista liberale) è soprattutto uno strumento che non assume su di sé il compito principale della scienza medica o epidemiologica, che è di aiutare a governare un processo infettivo e medico, e non quello di piegare chi non si vuole vaccinare. Un’evidenza che però non sembra aver convinto chi ha commesso questo errore, e il mondo dell’informazione che l’ha avallato con una banale propaganda, perché, al momento, il problema di chi deve decidere cosa e come farlo, non sembra quello oggettivo, concreto e razionale di trovare misure utili a frenare l’epidemia, ma è di utilizzare misure di contenimento che non sconfessino il funzionamento del vaccino, che in sé funziona con evidenza, se non fosse, che è messo in crisi dal comportamento scellerato dei vaccinatori.

Un fuoco che non si spegne

Ho l’impressione che dovremmo cominciare a pensare a come riprendere, dopo l’inverno, una vita collettiva, sociale, degna di questo nome, prendendo come dato certo che un virus respiratorio, una volta entrato nelle comunità umane, non va via. Va inteso per com’è: un fuoco che non si spegne, in cui siamo noi che dobbiamo diventare ignifughi, come sempre si è fatto, con quello che si sapeva e si aveva a disposizione.

Non mi allontano molto dal vero, nel dire, che questa nuova situazione va affrontata come si fa con gli altri, noti e meno letali virus respiratori. Attraverso anche una vaccinazione, resa però possibile nelle dimensioni demografiche (non si possono vaccinare sessanta milioni di persone ogni anno, o finanche il mondo); fatta nei tempi giusti (nell’approssimarsi del periodo maggiormente pericoloso) e con vaccini aggiornati sulla variante della stagione; definendo sapientemente, la base imponibile dei vaccinabili (puntando su quelli che, senza questo farmaco, hanno alti rischi di morire per le complicanze di questa malattia); accettando come fisiologico che vi possano essere conseguenze, per chi è escluso da questa priorità, ma che da due anni, senza che vi fosse un vaccino o in sua presenza, continuano a subire danni contenibili con una politica sanitaria di sostegno.

In sostanza, bisogna tornare alla concretezza di una scienza di governo, e abbandonare ogni astrazione, da qualsiasi parte arrivi. In ultimo, conclusa questa vicenda, dovremmo urgentemente rivedere l’intero sistema formativo, declamando a viva voce un dietro front urgente dalla retorica senza risultati di una formazione troppo specialistica e poco enciclopedica, perché all’appuntamento con i problemi bisogna arrivarci non con nozioni destrutturate ma con capacità di cogliere e governare il quadro della realtà.

Riflessioni del Prof. Isidoro Pennisi, docente presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria

SpazioPolitico

Commenta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: