Covid, siamo vicini alla fine: ma chi paga i danni?

Covid, siamo vicini alla fine: ma chi paga i danni?

I vaccini sembrano funzionare, il caldo dell’estate dovrebbe aiutare e le riaperture del Governo, seppur timide, sembrano indirizzate alla conclusione – finalmente – di questa dannata storia della pandemia da Covid-19. Il condizionale è d’obbligo, quando si parla di una vicenda che ha sorpreso il mondo intero.

E se ormai è chiaro come avvenga il contagio e come si può guarire dalla malattia, i punti interrogativi restano e su uno prima o poi sarebbe opportuno fare chiarezza. Ovvero: come è nato il virus? Di chi è la colpa? Chi è il responsabile del danno economico e sociale diffuso per il mondo intero?

Chiarisco subito che non intendo gridare a complotti di nessun genere. Al netto di alcune recenti dichiarazioni inquietanti della virologa Ilaria Capua, che non esclude la creazione artificiale del Covid in laboratorio. Anzi, io voglio credere alla versione naturale del salto di specie dall’animale all’uomo avvenuta in un wet-market.

Diritto internazionale

Dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, al segretario della Lega, Matteo Salvini, sono in molti ad aver puntato il dito contro la Cina. Sono stati chiesti i risarcimenti dei danni e sanzioni economiche. Ma è davvero così semplice? No. Non è come denunciare qualcuno alla Procura della Repubblica e nessuno Stato singolarmente può chiedere risarcimenti a un altro come se fosse una banale causa di diritto privato tra due soggetti.

Subentra quindi il diritto internazionale, composto dagli Stati e dalle Organizzazioni. In tal senso una Commissione mondiale d’inchiesta, composto da indipendenti, potrebbe essere una proposta, ma anche qua occorre fare precisione. Se è vero che i primi casi del virus sono stati riscontrati in Cina nell’autunno 2019, serve anche che ci siano prove certe. Anche perché a cadenze regolari ormai se ne sente di ogni: inserite uno Stato qualunque del mondo e un mese dell’anno solare che preferite per dire anche voi la vostra sul primo caso di coronavirus al mondo.

L’Onu

Inoltre, se è il mondo occidentale ad accusare la Cina, in base al più elementare principio di diritto spetta a chi denuncia di provare i fatti. E l’Oms sinora è sembrato fin troppo garantista. Ok che nei report scrivono che il virus è probabilmente nato nei mercati all’aperto a Wuhan. Ma perché? Era quello che ci interessava. E poi: questi mercati, ad oggi, sono chiusi o no?!

Una Commissione internazionale d’inchiesta che indaghi sulle effettive responsabilità della diffusione del contagio del Covid-19, nascerebbe in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite. E qua si diramano scenari da film dei fratelli Cohen. La Cina, assieme a Usa, Francia, Inghilterra e Russia, è uno dei cinque membri fondatori dell’Onu e pertanto ha il diritto di veto. Con un voto contrario può infatti impedire qualsiasi delibera della maggioranza.

Allora: a Pechino, esercitano il diritto e bloccano tutto attirando i sospetti del mondo intero, oppure – visto che si ritengono innocenti – approvano la risoluzione e cercano di indirizzare il focus da un’altra parte? Ma soprattutto, a chi conviene schierarsi contro la Cina? Alla maggioranza o alla minoranza degli Stati? E noi Italia? Che fino all’anno scorso eravamo al tavolo con il presidente cinese Xi Jinping a parlare delle Vie delle Seta, da che parte vogliamo stare stavolta?

Comunicazioni tardive

Ma mettiamo pure che non sia responsabilità della Cina: il primo caso si è verificato là, ma non per causa loro. Allora però la comunicazione è stata tardiva e pessima. Le settimane di ritardo accumulato, dalla scoperta del primo caso di “misteriosa polmonite” a Wuhan all’avviso all’Oms di un virus sconosciuto, sono costate molto. È questa la loro vera colpa.

Praticamente è stata data la possibilità al Covid di diffondersi beatamente in tutto il mondo. Aver avvertito subito in autunno l’Oms, avrebbe permesso ai vari Paesi di contrastare prima il virus per limitarne le sue conseguenze. Questo ritardo è gravissimo e si tratta, in termini di legge, di una violazione di un obbligo procedurale internazionale di notifica. Un’eventuale inchiesta potrebbe partire proprio da qui. Anche perché poi, l’unica economia fiorente oggi è quella cinese, che prima ha agito e prima ne è uscita.

Recidività

Con l’epidemia di Sars del 2002-2004 i morti furono meno (in Italia 4) e non ci fu nessun lockdown. Il virus era molto più letale del Covid, ma meno contagioso. Anche quello però era un coronavirus, stessa famiglia, proveniente dalla Cina.

Se si guardano le recenti epidemie che hanno colpito il mondo, tutte hanno un comune denominatore. Dall’Asiatica del 1957-1960, alla Russa del 1977 – che viene chiamata “russa” ma è scoppiata a nord della Cina -, passando per l’influenza di Hong Kong del 1968-1969, la Sars e infine il Covid-19.

Con gli anni si può notare come, a livello mediatico, sia sparito il riferimento geografico nel nome dei virus. Ma aldilà del lessico, chi paga stavolta?

Niccolò Bellugi

Senese, laureato in Scienze Politiche. Da toscano capita che aspiri qualche consonante, ma sulla "c" ci tengo particolarmente: Niccolò, non Nicolò. La mia è una sfida: mascherare il mio dialetto originario per fare il giornalista in televisione o in radio. Ma tutto sommato va bene anche un giornale, lì non ho cadenze di cui preoccuparmi.

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