Cosa c’è dietro la morte di Willy Monteiro Duarte?

Cosa c’è dietro la morte di Willy Monteiro Duarte?

Meno commenti, più riflessioni

La storia di Willy Monteiro Duarte la conosciamo tutti. Anzi, conosciamo la sua morte, perché la sua storia la conoscono in pochi. Così come in pochi si sono fermati a riflettere su cosa la sua morte vorrebbe, dovrebbe dirci. Willy Monteiro Duarte (il suo nome lo scriverò più volte all’interno dell’articolo, perché è giusto che rimanga bene impresso nelle nostre memorie) è morto a causa di un brutale pestaggio per mano di un gruppo di ragazzi descritti perché conosciuti come violenti. Su di loro i commenti si sono sprecati. Episodi del genere suscitano sempre tanti commenti, ma poche riflessioni. E’ più facile, perché riflettere prevede farsi delle domande e non sempre si è disposti a interrogarsi.

L’odio razziale non è un fattore determinante

Si è parlato degli aggressori come ragazzi muscolosi, tatuati, di destra. Si è discusso intorno alla responsabilità della cultura fascista, puntando il dito verso determinati messaggi politici che, seppur discutibili, con la storia, anzi con la morte di Willy Monteiro Duarte c’entrano poco. Con questo non voglio dire che la politica non abbia responsabilità, tutt’altro. Pensare che sia solo un fatto di cronaca sarebbe un grave errore. Allo stesso modo, però, sarebbe una superficialità credere che Willy sia morto per il colore della sua pelle o per degli ideali politici. Capisco che il collegamento venga facile sulla scia anche di quanto accaduto dopo l’omicidio di George Floyd in America ma a mio avviso l’odio razziale in questo caso non è un fattore determinante. Ci sarebbero altre riflessioni da fare.

Più che cultura fascista, c’è una mancanza di cultura

E’ una questione politica, sì, ma in termini di responsabilità sociale che dovrebbe avere la politica (e uso il condizionale non a caso). Dietro la morte di Willy Monteiro Duarte c’è una grande vuoto che finisce per essere erroneamente riempito. Più che una cultura fascista c’è una mancanza di cultura. Quello che è accaduto a Colleferro qualche giorno fa non è tanto diverso da quanto accade in altre parti d’Italia e non solo al Sud. Dove ogni fine settimana scoppia una rissa per uno sguardo o una parola di troppo. Il rispetto si mescola alla paura, si eredita con il cognome o si conquista con un certo atteggiamento. Dove gli interessi dei singoli ragazzi vengono schiacciati dalla noia del gruppo e l’unica aggregazione sociale è data da alcool e droghe. Realtà dove non sempre la famiglia c’è e se c’è non sempre basta.

Foto del Corriere della Sera
Quella spavalderia a cui nessuno ha il coraggio di opporsi

Willy è morto per mano di un gruppo di ragazzi, come purtroppo ce ne sono tanti, che a 25 anni vanno in giro con il Suv, si fanno strada con spavalderia e sfruttano la paura che incutono negli altri per ottenere quello che vogliono. Si atteggiano a gangster, si circondano di donne di cui non ricordano i nomi, si arrogano il diritto di fischiargli dietro o di rivolgergli commenti e insulti e se qualcuno prova a farglielo notare, ristabiliscono l’ordine secondo cui loro possono fare tutto quello che vogliono e nessuno può dirgli nulla. Ed effettivamente è così. In pochi hanno il coraggio di opporsi e fra quei pochi c’era proprio Willy che, forse senza neppure pensarci due volte, se n’è infischiato della paura, del suo essere fisicamente più piccolo e ha pagato la conseguenza più cara.

“Ho pensato con rabbia alla mia vigliaccheria”

Lo sa bene quel ristoratore che su Facebook ha raccontato di quella volta che ha servito loro da bere, abbassando la testa e facendo finta di non sentire o vedere la loro palese prepotenza ed esplicita mancanza di rispetto perché bloccato dalla paura: “Ho pensato con rabbia alla mia vigliaccheria”. Lo sa bene chi ha cambiato strada tutte le volte che li ha visti arrivare. Chi quella sera ha visto Willy morire sotto quei calci e pugni feroci, o chi ha assistito inerme a scene simili in precedenza. Quante volte è capitato di trovarsi in mezzo a quel cerchio immobile che solitamente si crea intorno ad una rissa? Quante volte si è intervenuti a placare gli animi o a difendere qualcuno in difficoltà? Scrivere insulti sui social dopo che il peggio è accaduto dà solo l’illusione di pulire la propria coscienza.

Quando l’indifferenza è sinonimo di complicità

“Sono dei fascisti! Razzisti! Erano fatti, sballati, è per questo che lo hanno ucciso!”. E’ il solito gioco delle categorie che automaticamente delimita e allontana da noi stessi e in qualche modo ci fa sentire meno colpevoli. Ma in fondo non lo siamo. Capisco la complessità dell’argomento, ma proviamo a chiederci: “Davanti a certe situazioni, come ci comportiamo?”. La neutralità e l’indifferenza di fronte alle ingiustizie diventano sinonimo di complicità. Che ci piaccia o no. Riflettiamo!

Teresa Scarcella

Di origini e di indole meridionale. Nata a Cariati, cresciuta a Crotone col profumo del mare e dei 'pip e patat', vive a Siena da tanti anni a tal punto da aver dimenticato come si parla il dialetto e da non riuscire più a mangiare piccante. Nemica della monotonia, rompiscatole per natura, amante della verità, ma soprattutto del brivido della precarietà, ha scelto di fare la giornalista prima ancora di conquistare il diritto di decidere come vestirsi, e sceglie di farlo ogni giorno

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