Il coronavirus è una guerra. Le vittime sono famiglie e imprese

Il coronavirus è una guerra. Le vittime sono famiglie e imprese

Sapete che giorno è oggi o avete perso il conto del tempo? Io sto facendo fatica a restare al passo, sembra passata una vita dal decreto del Governo che chiudeva di fatto la Lombardia e parte di Piemonte, Veneto ed Emilia e che dava inizio al nostro nuovo stile di vita. E’ l’effetto coronavirus: prima vivevamo proiettati in avanti, lanciati verso un nuovo appuntamento in agenda o una nuova scadenza, adesso abbiamo una routine da reinventare. Ma quando finanche un dato basilare come il trascorrere dei giorni non è più un fatto scontato, figurarsi se lo è il nostro sistema economico, la nostra civiltà, il nostro stile di vita.

La Guerra del nostro tempo

Secondo molti commentatori, la crisi sanitaria da coronavirus è la guerra della nostra generazione, un momento che porteremo sempre con noi come gli americani con l’11 Settembre. Fra dieci anni, ripensando ad oggi, avremo la chiara impressione di sapere dove eravamo quando Conte chiuse l’Italia, impedendoci di uscire di casa per settimane. C’è chi ha paragonato i primi giorni di questa emergenza all’8 Settembre del 1943, quando lo Stato si dissolse con un armistizio, condannando il popolo italiano allo smarrimento e alla resa. Ma non c’è dubbio che, per modalità e stile, la battaglia contro il virus sia una guerra di trincea che si evolve di contagiato in contagiato, di morto in morto.

I bollettini delle 18 della Protezione Civile ci informano del suo andamento, ci danno speranza quando ci illustrano i lievi miglioramenti statistici nella curva dei contagi. E così, come i nostri nonni e bisnonni dovettero sputare sangue per conquistare il territorio nemico un centimetro alla volta, anche i nostri medici sono costretti a turni lunghissimi per vincere sul virus una vita alla volta. Se si pensa che, soprattutto nelle più colpite regioni del nord, i neolaureati in infermieristica vengono chiamati al servizio, il paragone con la Grande Guerra e la leva della classe 99′ diventa ancora più vivido ed impressionante.

La popolazione civile può soltanto offrire il proprio contributo allo sforzo bellico restando a casa e prevenendo l’ulteriore diffusione del virus. Ma, come in guerra, non sono mancati coloro che hanno vanificato gli sforzi collettivi spostandosi convulsamente da una città all’altra, dalle regioni urbane alle campagne nella speranza di allontanarsi da un fronte divenuto poi nazionale, se non addirittura globale. I leader mondiali si sono reinventati statisti: Conte ha citato Churchill, Johnson ha avvisato i britannici che “molte famiglie perderanno i propri cari prematuramente”. Internet è l’unico potentissimo mezzo, considerato troppo spesso una normalità ormai sopita, che collega amici, famiglie, lavoratori, ognuno singolarmente occupato nel proprio personale fronte, in attesa di una Vittorio Veneto o una Caporetto.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante la conferenza di mercoledì 11 Marzo

Cosa cambia col coronavirus?

Ma mettendo da parte la similitudine con la guerra, l’orizzonte di oggi, visto da una finestra, appare incerto più che mai. Questa crisi rappresenta un reset per la nostra società e forse anche per quella europea. In primis perché non sappiamo quanto durerà e quali effetti produrrà al suo termine. L’influenza spagnola, tanto citata in questi giorni come metro di paragone, circolò per un biennio, in un’atmosfera generale governata dalla crisi post bellica. Per questo è impensabile che la minaccia del coronavirus si estingua nell’arco di tre settimane, facendoci tornare alla vita di tutti i giorni, liberi di non lavarci più le mani convulsamente, di baciarci di nuovo e toccarci gli occhi con le dita. Quand’anche fosse così, a quel punto sarebbero altri gli stati a doversi confrontare con questa minaccia che sarebbe sconfitta definitivamente soltanto con la diffusione di un vaccino.

Nel frattempo, a farne le spese sarà la nostra concezione di società, la nostra economia e persino la nostra democrazia. Così come la Prima Guerra Mondiale lasciò un terreno fertile per la diffusione dell’influenza spagnola, la Crisi del 2008 ha notevolmente abbassato le difese immunitarie del nostro tessuto economico e sociale, rendendoci più vulnerabili a grandi shock. Senza dilungarci troppo in temi che sarà bene approfondire singolarmente, come la ricerca, la sanità pubblica, la libera circolazione di persone, l’interdipendenza economica, il nostro rapporto con internet, è bene accennare soltanto a due elementi che davamo per scontati nel sistema Italia e che dovremo salvaguardare ora più che mai: la famiglia e la piccola impresa.

Con la crisi finanziaria dello scorso decennio, abbiamo assistito a due tendenze strettamente collegate. La predominanza della finanza sull’economia reale ha prodotto uno gravissimo contraccolpo per il macrocosmo delle piccole imprese, quelle più preziose per il paese, che impiegano lavoratori nei territori, anche (e soprattutto) quelli di provincia non toccati dalla modernità delle grandi città. L’indebolimento delle piccole imprese e la precarizzazione del lavoro hanno avuto l’effetto di aggiungere macigni nelle spalle della famiglia italiana, istituzione che, di fatto, si occupa del welfare dei propri membri. Il coronavirus minaccia questi due fronti, da una parte bloccando la produzione e condannando imprese e lavoratori all’inattività. Molti, soprattutto gli stagionali, non inizieranno neppure a lavorare e altri si troveranno a pagare tasse e mutui che non possono permettersi di estinguere, alcuni dei quali lasciati in eredità dal terribile biennio 2011-2012. La speranza è che il Governo istituisca ammortizzatori sociali che, comunque, graveranno notevolmente sul nostro debito pubblico.

E poi, la famiglia, almeno fino alla scomparsa del virus, sarà impossibilitata a svolgere la sua azione di cuscinetto. La sua complessa composizione, con i nonni a prendersi cura dei nipoti e le generazioni intermedie a curarsi del benessere dei membri più anziani e più giovani, sarà sicuramente messa a dura prova e rischierà di incepparsi. Il coronavirus, così, si configura come una minaccia alle nostre abitudini e verso ciò che siamo soliti dare per scontato, come il contatto fra familiari. I nonni, la generazione del dopoguerra, depositari di una coscienza collettiva preziosa e agenti importantissimi nel welfare della famiglia sono sotto attacco, allo stesso modo l’impresa e tutti coloro che vi lavorano dentro rischia il collasso. Questo dovrà inevitabilmente interrogarci su tutto ciò che davamo per scontato ma che, senza nessuna supporto, non possiamo più considerarlo tale. E’ la riprova di quanto questa non sia soltanto una crisi sanitaria che condurrà ad una crisi economica, ma una crisi di sistema che metterà in discussione tutto, non solo lo scorrere dei giorni.

Riccardo Paradisi

Etrusco con il salmastro nella testa. Cresciuto sulle sponde maremmane del Tirreno, ho vissuto a Siena, a Dublino e nel Montana. Ma, nonostante le culture conosciute e le opinioni raccolte, non sono ancora in grado di votare un partito che prenda più dello 0,3%. Alla fine, arresomi all'evidenza di essere più bravo a battere al computer piuttosto che a fare una X a matita, mi sono dato all'analisi politica per passione.

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