COP 26: cosa è stato deciso (e cosa no)

COP 26: cosa è stato deciso (e cosa no)

Sabato scorso, dopo due settimane di estenuanti trattative, i rappresentati dei circa 200 paesi partecipanti alla Conferenza ONU sul Clima a Glasgow (COP26)hanno raggiunto un accordo definitivo sulle strategie da applicare per contrastare la sfida del cambiamento climatico.

Per la prima volta in un accordo del genere è stato concordato di ridurre l’utilizzo del carbone, il più inquinante dei vituperati combustibili fossili; sebbene un traguardo non irrilevante, molti partecipanti e gruppi ambientalisti hanno giudicato l’accordo insufficiente.

Il principale pilastro dell’accordo è quello di contenere l’aumento delle temperature globali sotto 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali(definizione estremamente vaga e discutibile, ma tant’è): obiettivo raggiungibile, ma che attualmente pare lontano.

Vediamo di analizzare i risultati finali di questa COP 26 da una duplice prospettiva, pessimista e ottimista.

Sul clima solo risposte parziali e inadeguate

Come nella pressoché totalità delle attività umane, i pessimisti la fanno da padrone, anche se la Storia li ha smentiti in più occasioni.

Sul discorso climatico, però, hanno le loro ragioni. La conferenza di Glasgow, affermano, si è conclusa con un accordo al ribasso. Non si è riusciti a rispondere alla domanda di azione, alla call to action, fornendo risposte parziali e inadeguate. Nel documento finale i passi avanti sono politici: conferma degli accordi di Parigi del 2015, taglio del 45% delle emissioni nel 2030 rispetto, ai livelli del 2010, l’azzeramento delle emissioni nette( saldo in pareggio fra i gas serra immessi nell’atmosfera e quelli “drenati” da essa).

L’India ha però riservato uno sgambetto in extremis , presentando un emendamento nel quale si prevede la semplice diminuzione( phase down) dell’uso del carbone anziché di un’uscita(phase out). Per tenere a bordo India e Cina( per distacco primo inquinatore mondiale, con quasi il 30% delle emissioni totali) l’emendamento è stato approvato, annacquando il testo finale. Inoltre gli impegni dei paesi restano volontari e non vincolanti, in quanto non sono previsti meccanismi di sanzione.

Per l’azzeramento delle emissioni nette la scadenza rimane un vago “entro la metà del secolo” che per Usa e UE significa 2050, per Cina e Russia 2060, per l’India addirttura 2070. Mai, in pratica.

Ancora una volta tanto bla bla bla e poca ambizione.

Rispetto al passato però è una svolta

Dopo la pars destruens, deve sempre venire il momento della pars costruens.

Lo sconforto relativo alle difficoltà di mettere d’accordo un numero così enorme di paesi era da preventivare. Ma l’evoluzione avvenuta rispetto alla firma del Protocollo di Kyoto nel 1997 è notevole: quell’accordo vedeva impegnati solo i paesi industrializzati( con la defezione però del Canada e la mancata ratifica degli Stati Uniti). La Cop21 di Parigi fissava il tetto delle temperature a 2 gradi, ora ridotto a 1,5.

La COP26 è stato fortemente influenzata dalla pressione dal basso di milioni di giovani che si sono mobilitati nelle strade di mezzo mondo: ne va elogiata sicuramente la determinazione, anche se il movimento Fridays For Future dovrebbe abbandonare certi elementi radicali e irrealizzabili della propria ideologia.

Significativi gli impegni a bloccare la deforestazione entro il 2030, con la piantumazione di ben 1000 miliardi di nuovi alberi, a ridurre del 30% le emissioni di metano. Da non sottovalutare, nella dichiarazione finale, lo stop graduale al carbone senza sistemi di cattura della CO2, molto costosi e applicabili solo parzialmente alle centrali, e ai sussidi inefficienti ai combustibili fossili.

Sarebbe grave se non si trovasse un accordo per i 100 miliardi annui da erogare ai paesi più poveri colpiti dai danni dei cambiamenti climatici(promessi già nel 2009 ma mai partiti) anche se pare che la situazione si stia sbloccando anche su questo fronte, magari per il 2022.

Conclusione.

In un mondo così vasto e variegato, non esistono tematiche realmente universali, come abbiamo visto anche con la pandemia.

Sicuramente la COP26 non ha prodotto un testo finale pienamente sufficiente, ma era sicuramente il miglior compromesso che si poteva trovare, considerando la vastità degli astanti e la divergenza di vedute su molti dossier.

A novembre 2022 è già in programma la COP27 in Egitto. Nella speranza, per allora, di non ritrovarsi di nuovo qui a dire e scrivere le solite cose.

Andrea Marrocchesi

Nato e cresciuto a Siena sulla pietra serena, qui ho svolto i miei studi fino all'Università, dove ho conosciuto degli splendidi amici e colleghi(Scienze Politiche alla fine serve a qualcosa). Sempre critico verso la classe dirigente nostrana, ho deciso di utilizzare questo malcontento per fare qualcosa di utile, cercando di appassionare coetanei e non alla politica. Gran viaggiatore(mi manca l'Antartide fra i continenti), appassionato di musica classica e arbitro di calcio: quest'ultimo aspetto denota la mia propensione a decidere anche rischiando di rimanere antipatico.

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