Conte non è Orban: il paragone è vergognoso

Conte non è Orban: il paragone è vergognoso

In un paese dove le forze politiche non riescono a cooperare neppure davanti all’emergenza del coronavirus, succede che delle opposizioni scellerate scambino primi ministri per golpisti e viceversa. Quel paese è l’Italia, dove Salvini, Meloni e Berlusconi stanno paragonando Giuseppe Conte a Viktor Orban. La comparazione, utilizzata per screditare il primo e giustificare gli atti del secondo, è forse il punto più basso toccato dalla nostra classe politica negli ultimi anni. Perché, se è pur vero che anche nel paese di Visegrád le opposizioni si stanno agitando contro Orban, è altrettanto vero che non esistano altre similitudini fra le due situazioni.

La cornice legislativa

Come abbiamo appreso dalla stampa, nella giornata di ieri, Viktor Orban, leader di Fidesz a capo del governo Ungherese da ormai dieci anni, ha ottenuto “pieni poteri” per fronteggiare la crisi sanitaria imminente. La legge, approvata dal Parlamento di Budapest con 137 voti favorevoli e 53 contrari, dona a Orban poteri emergenziali senza limite di tempo. Da questo momento in poi, la guida di Fidesz potrà governare tramite decreti sospendendo il Parlamento e la Magistratura, rimandando elezioni e annullando leggi. Sarà lui soltanto a decretare la fine della crisi e a restituire i poteri al Parlamento. Come se questo non bastasse, coloro che non rispetteranno le misure anti-Covid saranno punibili fino a 8 anni di carcere ed i giornalisti colpevoli di diffondere “notizie false” fino a 5. Per i socialisti ed i nazionalisti Ungheresi è l’inizio della dittatura di Orban.

Anche dall’UE si sono alzate voci – seppur deboli – di dissenso. La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha fatto sapere, tramite richiamo, che i vertici dell’Unione monitoreranno lo svolgersi degli eventi in Ungheria, assicurandosi che le misure di emergenza siano adottate soltanto “per il tempo necessario”. Da Donal Tusk, Presidente del PPE, gruppo parlamentare europeo di cui Fidesz fa parte, neppure un monito all’amico Orban: “non condivido i valori che rappresenta”. Ma, nonostante l’Europa temporeggi per monitorare gli sviluppi della questione, l’Ungheria appare sempre più come baluardo illiberale nell’Unione, uno schiaffo ai suoi principi democratici.

Tweet di Matteo Salvini a sostegno di Viktor Orban

Dall’Italia, invece, Renzi ha auspicato la cacciata dell’Ungheria dall’UE mentre Salvini, Meloni e Berlusconi hanno giustificato l’amico Orban paragonandolo a Giuseppe Conte e i suoi DPCM. Il paragone, oltre ad essere l’esempio dell’inadeguatezza di questa classe politica, è anche sbagliato sul profilo legale. I DPCM, in quanto decreti amministrativi del Presidente del Consiglio, sono fonti secondarie del diritto e non possono abrogare la legge. Inoltre, i suddetti decreti, emanati a scaglioni nel corso delle settimane, sono stati riassunti nel Decreto Legge votato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 24 Marzo. E, per chi non lo sapesse, un Decreto Legge può essere emanato soltanto per motivi di necessità e urgenza e perde efficacia qualora il Parlamento non lo converta in legge entro 60 giorni. Il potere legislativo, quindi, rimane intatto e non viene esautorato. L’Orszaghaz, invece, ha conferito “pieni poteri” ad Orban tramite legge, bocciando le limitazioni di tempo proposte dalle opposizioni.

La differenza è palese. Da una parte Conte, tramite un decreto dagli effetti limitati nel tempo, ha adottato misure che non hanno comunque la forza di leggi. Dall’altra, Orban potrà governare scavalcando il Parlamento per un periodo illimitato e senza garanzie, adottando atti con forza di legge.

Il profilo politico

Non c’è solo la legge a tracciare un solco netto fra le figure dei due Primi Ministri che, dal punto di vista politico, sono agli antipodi. Conte governa da quasi due anni, alternando una maggioranza di centro-destra ad una di centro-sinistra. E’ sempre stato considerato come un garante dell’equilibrio fra le coalizioni da lui guidate e, seppur nominato in quota M5S, non guida nessuno dei maggiori partiti italiani. A lui non vengono attribuiti connotati ideologici, è stato dipinto come un leader debole, camaleontico, “colpevole” per la sinistra di aver firmato i decreti sicurezza e accusato dalle opposizioni di aver promosso la riforma sul taglio dei parlamentari. Così descritto, Conte è un politico più occupato a destreggiarsi per rimanere in sella che impegnato a rimodellare il paese che guida.

Al contrario, Viktor Orban siede a capo dell’Ungheria da dieci anni ininterrotti, più altri quattro a cavallo fra gli anni 90′ e il 2000. E’ il teorico della democrazia così-detta “illiberale” di stampo populista agrario, che vede il bene della collettività sopra l’interesse individuale. Più volte paragonato a Putin e Netanyahu per il suo sovranismo di destra, negli anni ha varato riforme costituzionali che riducono i poteri della Corte Costituzionale, la libertà di stampa e le libertà individuali. Per questo motivo, le politiche di Orban sono spesso bersaglio di critiche da parte dell’UE, delle organizzazioni sui diritti umani e di Reporters without borders. Con Fidesz, partito che guida, detiene la maggioranza in Parlamento di 117 seggi su 199.

Giorgia Meloni critica i decreti del Governo Conte

Non sappiamo che ne sarà dell’Ungheria, è presto per dirlo ma occorre condannare la mossa di Orban per le ombre autoritarie che si porta con sé. Ciononostante, paragonarlo a Conte per le “forti” misure adottate è un’offesa al sistema politico italiano. Sebbene il dibattito in Parlamento sia sempre auspicabile, i decreti di Conte, oltre ad essere previsti dall legge, non sono l’anticamera dell’autoritarismo. Salvini, Meloni e Berlusconi, ancora una volta e durante un momento critico della nostra storia, stanno portando avanti una campagna elettorale permanente fatta di disinformazione e propaganda. Conte, per meriti e demeriti, non è Orban e mai lo sarà. Chi vi dice che le loro politiche sono affini mente.

Riccardo Paradisi

Etrusco con il salmastro nella testa. Cresciuto sulle sponde maremmane del Tirreno, ho vissuto a Siena, a Dublino e nel Montana. Ma, nonostante le culture conosciute e le opinioni raccolte, non sono ancora in grado di votare un partito che prenda più dello 0,3%. Alla fine, arresomi all'evidenza di essere più bravo a battere al computer piuttosto che a fare una X a matita, mi sono dato all'analisi politica per passione.

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