Cina e Stati Uniti, la battaglia sullo Xinjiang passa dai media

Cina e Stati Uniti, la battaglia sullo Xinjiang passa dai media

Il (mancato) rispetto dei diritti umani nello Xinjiang continua a far discutere. Cina e Stati Uniti usano i loro soft power per lanciare messaggi da trasformare, a tempo debito, in vere e proprie armi, utili per esporre il rivale al pubblico giudizio. L’ultima battaglia si sta consumando a suon di pubblicazioni scientifiche e mezzi di comunicazione.
Tanto i diritti umani quanto i cambiamenti climatici sono i temi prescelti da Biden per affrontare i rivali cinesi e obbligare l’occidente a schierarsi dalla prioria parte.

Nessun genocidio nello Xinjiang

Questa volta il botta e risposta sulla condizione degli uiguri nello Xinjiang si è acceso nel giro di un paio di giorni. L’8 maggio, infatti, la Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFF) ha pubblicato un documento in cui diversi accademici nordeuropei confutano l’esistenza di un genocidio nello Xinjiang. L’analisi prende in considerazione il report statunitense “An Examination of China’s Breaches of the 1948 Genocide Convention” con cui il Newlines Institute condanna le azioni cinesi nello Xinjiang, sostenendo che integrino il crimine di genocidio ai sensi della convenzione delle Nazioni Unite. Secondo lo studio degli accademici nordeuropei tuttavia, le accuse dell’istituto d’analisi geopolitica con sede a Washington, sarebbero infondate perché “basate totalmente sul pensiero della guerra fredda”. Si tratterebbe, inoltre, di un report “pieno di informazioni e dati falsi, quasi del tutto privi di fondamenti accademici. Un contenuto seriamente distorto e non in grado di provare l’esistenza del genocidio nello Xinjiang”.

Un lavoro, quello del TFF, che parrebbe tornare utile a quella parte d’Europa disallineata rispetto al containment americano. Un appiglio argomentativo che permetterebbe a Germania e satelliti di giustificare in futuro le relazioni commerciali con Pechino.

La risposta del NYT

Gli Stati Uniti dal canto loro, hanno affidato la risposta mediatica al New York Times. Il quotidiano della Grande Mela, spesso eco delle volontà dei democratici di Washington, per riaccendere la discussione ha ripreso un’intervista pubblicata dal Guardian ad agosto 2020. Il video contiene la testimonianza di Qelbinur Sedik, insegnante originaria di Urumqi e rifugiata in Olanda dal 2019. La donna, di etnia turcofona, denuncia il trattamento discriminatorio riservato alle donne musulmane che popolano lo Xinjiang.

Successivamente, all’interno dell’articolo, il NYT approfondisce l’analisi. Il quotidiano, infatti, sostiene che nella regione del Nord Ovest, a differenza del resto della Cina dove le donne vengono spronate ad avere più bambini per contrastare il calo delle nascite, gli uiguri siano costretti a fare meno figli. A quel punto, il quotidiano statunitense, rifacendosi ai risultati documentati dal ricercatore Adrian Zenz dell’Associated Press, rincara la dose. “Le autorità cinesi, – si legge nell’articolo di Amy Qin – prendendo di mira le donne musulmane, stanno tentando di orchestrare un cambiamento demografico che influenzerà la popolazione per generazioni”. In altre parole, il giornale di New York accusa Pechino di perseguire, anche scientificamente, l’obiettivo di azzerare la popolazione uigura.

Un bell’assist per le strategie geopolitiche del governo americano. Vista la sensibilità mostrata dal presidente Biden nel cogliere il risalto mediatico delle questioni politiche, non c’è da meravigliarsi se i democratici dovessero presto approfittarne per rilanciare la posta. La possibilità di richiamare Pechino, nel nome del rispetto dei diritti umani, fa sempre comodo dalle parti della Casa Bianca.

L’importanza dello Xinjiang

L’area geografica occupata dalla regione dello Xinjiang

I cinesi del resto non hanno mai ammesso discussioni sulla liceità delle proprie azioni nello Xinjiang. Detta anche Turkestan orientale, la regione che ha come capoluogo Urumqi, rappresenta un territorio fondamentale per la politica di Xi Jinping. Situato nel Nord Ovest del Paese, lo Xinjiang occupa il 17% della superficie cinese. Inoltre, la regione degli uiguri, è la vera cassaforte della Terra di mezzo. Lì si trova la più grande miniera di berillio al mondo, minerale prezioso per l’industria missilistica ed aeronautica. Ma il sottosuolo è anche ricco di giacimenti petroliferi, ferro e uranio. Geograficamente poi, lo Xinjiang funge da cuscinetto strategico, posto in difesa del cuore pulsante della Cina. Inoltre, quella parte di terra rappresenta la porta d’accesso all’Asia Centrale: snodo imprescindibile per le nuove vie della seta, il progetto con cui la Cina ambisce a conquistare i mercati occidentali.

Un popolo da rieducare

Tuttavia, la posizione geografica e la presenza degli uiguri, importante minoranza etnica turcofona e musulmana che rappresenta il 47% degli abitanti della zona, hanno favorito l’instabilità della regione e l’insediamento di alcune cellule terroristiche.
Questo ha fornito l’occasione al governo centrale per sottoporre la popolazione dello Xinjiang all’ormai celebre programma di rieducazione. Secondo Pechino è solo un progetto finalizzato a ridurre la povertà delle zone rurali a cui gli ex-terroristi aderiscono su base volontaria. Per l’ONU, invece, la realtà è ben diversa: si tratta di un milione di persone costrette ai lavori forzati.

Per Trump e Biden Pechino è colpevole

Gli Stati Uniti a partire dall’era Trump hanno approfittato della situazione per tenere alta la tensione con i rivali. Infatti, nell’ultimo giorno da Presidente, il Tycoon ha denunciato, per la prima volta in maniera chiara, il genocidio di cui sarebbero vittime gli uiguri. Pochi mesi dopo, il nuovo Segretario di Stato democratico, Antony Blinken, ha seguito la linea parlando di campi di concentramento. In seguito, l’amministrazione Biden ha rivolto la polemica sul campo commerciale. Washington, strategicamente, è riuscita a coinvolgere diverse multinazionali nella lotta per i diritti degli uiguri, convincendo marchi come H&M, Nike e Burberry a boicottare l’industria tessile cinese, che vede la sua roccaforte proprio nello Xinjiang.

Alessandro Bergonzi

Nato a Roma, cresciuto a Imperia. I libri di Terzani mi hanno insegnato a sognare e una laurea in giurisprudenza mi ha permesso di riflettere. Mi piace scrivere di geopolitica, indagare e approfondire tutto ciò che non è lineare.

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