Cile, la rabbia del popolo e il fantasma della dittatura

Cile, la rabbia del popolo e il fantasma della dittatura

Giorni caldissimi quelli che si vivono in Cile e nelle sue città principali: Concepción, Rancagua, Punta Arenas, Valparaíso, Iquique, Antofagasta, Quillota e Talca e Santiago, la capitale. Sono caldissimi giorni dovuti ad una situazione economica sempre più in crisi ed una vera e propria guerra sociale che, dopo anni di neoliberismo selvaggio sembra proprio presentare il suo conto.

Il casus belli è costituito dall’ennesimo rincaro dei biglietti della metropolitana nella capitale Santiago de Chile, ove per protesta i giovani studenti universitari, già vessati dagli alti prezzi e dall’alto costo della vita, hanno deciso di scavalcare i tornelli e di macchiarsi di alcuni atti vandalici. Se all’inizio ciò poteva sembrare un segno di una “protesta” calda, ma sotto controllo, gli ultimi eventi ci danno un indirizzo totalmente differente.

Il conto che infatti le proteste presentano sono decisamente allarmanti: almeno 13 morti, di cui due sono stati rinvenuti carbonizzati in un magazzino di prodotti per l’edilizia saccheggiato e dato alle fiamme a La Pintana ed 88 feriti. A Santiago si susseguono notti di coprifuoco e lo stato di emergenza è stato esteso ad altre città. Nonostante sia stato indetto il già menzionato stato di emergenza, la rabbia popolare continua a divampare ed i dati riportano 1333 detenuti (fonte: El Paìs) mentre dal Ministero dell’Interno si rilevano circa 50 feriti tra le forte di sicurezza e circa 110 saccheggi in supermercati e 13 incendi.

Le parole del Presidente Sebastián Piñera non lasciano molto spazio alle interpretazioni: «Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile, che non rispetta nulla o nessuno». Le dure parole del Presidente, prendono atto della violenza che si diffonde del paese, ma al contempo legittima politicamente il pugno d’uro delle forze di sicurezza inviate dal Governo nelle città. L’utilizzo dell’esercito nelle strade cilene, infatti, non avveniva da tempo, più specificamente dai tempi di Augusto Pinochet, dittatore del Cile tra il 1973 ed il 1990, evocando inevitabilmente nefasti ricordi.

È opportuno inquadrare questi disordini, però, nell’andamento generale dell’economia. Benché il Cile sia uno dei paesi con l’economia più virtuosa dell’America Latina, che ha intrapreso con l’arrivo di Pinochet al governo una serie di politiche liberali su suggerimento di Milton Friedman con l’implementazione di alcuni accorgimenti, allo stato attuale paga sia i conti di quelle politiche, sia i conti di un declino mondiale dell’economia. Con il calo e la volatilità del prezzo del rame, immensa risorsa per l’economia cilena, con l’aumento della disoccupazione, la svalutazione della moneta cilena e l’aumento delle disuguaglianze tra popolazione ricca e popolazione povera (vedesi tabella seguente) si è innescata la miccia che ha sparso violenze e tafferugli in giro per il paese.

Nel crescere dei disordini è stato preso d’assalto anche il palazzo dell’Enel a Santiago, danneggiato da un incendio appiccato da ignoti. La gravità della questione viene certificata anche da eventi come questo, che vedono coinvolte nelle proteste aziende straniere rilevanti nel paese, come l’Enel (Enel Chile nello specifico) che è la più grande azienda elettrica privata termini di capacità nel settore di generazione e numero di clienti nel settore distribuzione.

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(Compares cumulative proportions of the population against cumulative proportions of income they receive. Key nations shown among 35 OECD members ranked. Data Source: Organisation for Economic Co-operation and Development/ BBC)

Le opposizioni rumoreggiano, soprattutto l’ex Presidente Michel Bachelet che politicamente si è sempre posta dall’altro versante, con una politica maggiormente espansiva, ma che non ha mai concretamente smantellato il sistema neoliberale dei cosiddetti Chicago Boys, la quale sostiene che le parole del Presidente, oltre a non mostrare alcuna sensibilità nei confronti delle esigenze dei cittadini, incitano maggiormente alla violenza della piazza.

Il Cile senza ombra di dubbio si ritrova in una situazione decisamente delicata. Le congiunture economiche sfavorevoli non sembrano essere controbilanciate dall’apertura graduale nei confronti del mercato cinese e delle sue ingenti risorse. Nonostante queste avversità, uno dei risultati più ampi rivendicati dall’attuale governo di destra, conservatore, è la crescita del Pil del 4%, l’inflazione è bassa e si mantiene al 2%, la bilancia commerciale tendenzialmente in attivo, rapporto debito pubblico/Pil al 25,6% ed un incremento degli investimenti esteri in Cile.

Se paragonati con i dati di un qualsiasi paese europeo, sembrerebbe proprio che la situazione possa essere definita più che florida. L’economia odierna ci insegna però che i dati non parlano in modo efficace ed effettivo se non contestualizzati ed attualmente il Cile affronta una situazione di crescente precarietà, in cui il mercato del lavoro è sempre più volatile e la concorrenza è in aumento.

Dunque, benché i dati sembrino indicarci uno status di salute dell’economia cilena nel complesso buona, la realtà sembra scontrarsi con essi, mettendo in luce come questo virtuosismo economico vada a pesare direttamente sulle spalle dei lavoratori. Se, infatti, le politiche di austerità e di privatizzazione sotto la dittatura di Pinochet furono possibili grazie ad un regime violento, ad oggi la popolazione chiede un cambio di rotta.

La percezione che si è diffusa è che i ricchi del paese e le multinazionali continuino ad arricchirsi sulle spalle dei lavoratori, condannati ad una vita di precarietà e difficoltà, accentuate ancor di più dalla dura vita nei grandi centri urbani. Il welfare inesistente, le congiunture economiche sfavorevoli ed un mercato del lavoro selvaggio hanno fatto esplodere la popolazione urbana e questo evento deve spingere la classe politica ad una inevitabile riflessione.

La tenuta democratica non è assolutamente in discussione, soprattutto in un paese come il Cile che da sempre ha fatto della democrazia la colonna portante del suo scheletro (eccezion fatta per l’esperienza di Pinochet). Le accuse mosse, invece, sono rivolte proprio ad un sistema economico propizio ma profondamente ineguale. Spingere sempre di più le masse urbane verso una condizione di quasi sussistenza al fronte di un profondo arricchimento delle “classi dominanti” presenta il suo salatissimo conto, spingendo infatti l’attuale Presidente ad un tasso di gradimento del 34%.

È inevitabile quindi un sistema di allargamento del Welfare con un potenziale aumento della spesa pubblica per la protezione delle fasce più deboli, una politica pensata, ben ponderata, che non squilibri il tradizionale assetto economico cileno, ma che al contempo riesca ad evitare l’esclusione di porzioni crescenti di popolazione dalla dinamica vita economica del paese.

È difficile pensare ad un paradigma differente, soprattutto considerando quali siano le anime politiche del paese e che le ricette economiche dell’ex Presidente Bachelet non sembrino aver sortito gli effetti desiderati. Il Cile costituisce ancora un baluardo della democrazia in un’America Latina incendiata dai subbugli, non ultimo il caso dell’Ecuador.

In Ecuador si grida alla vittoria degli indigeni con il ritiro delle proposte economiche fortemente improntate su misure di austerity ma permane tuttora una grande divisone tra classi politiche ed economiche e la popolazione “indigena” con potenziali rischi sulla tenuta democratica del paese. Questo rischio è ben lontano dal Cile, un Cile attualmente incendiato, ferito, lacerato, ma che può e deve ripensare se stesso inaugurando una nuova stagione economica e sociale.

MAURIZIO TROIANO

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