Black lives: l’America di George Floyd

Black lives: l’America di George Floyd

Il volto nero degli Stati Uniti ha una componente duale e strettamente collegata. Da una parte vi è la comunità afroamericana in perenne lotta per i propri diritti civili, dall’altra l’America intollerante, razzismo e classismo incarnatisi in un sistema valoriale spesso intransigente ed emarginante. Perché esiste uno sconvolgente insieme di fattori nella tragica fine di George Floyd, l’uomo di 46 anni soffocato dalla polizia di Minneapolis dopo il suo arresto per l’utilizzo di una banconota contraffatta. Il “gigante buono”, come era stato soprannominato, era un afroamericano, ex carcerato, disoccupato e – apprendiamo da qualche giorno – positivo al Covid-19. E per questo, da più di una settimana, negli Stati Uniti vanno avanti forti proteste contro una giustizia sociale e penale che spesso pende dalla parte delle classi più agiate, soffocando i più deboli e le minoranze.

Ma visti dal Bel Paese, gli Stati Uniti vengono spesso trattati in modo stereotipato. La scarsa conoscenza della loro storia e l’erronea percezione, nutrita a colpi di serie tv, che la cultura europea e quella americana siano sostanzialmente gemelle, ha prodotto reazioni grossolane sui fatti di Minneapolis. L’afroamericano, dispiace scriverlo, per un italiano è quasi sempre una figura macchiettistica, diviso fra il gangster e la voce di un coro gospel. Per questo motivo, questa settimana, si è perfino affermato che le proteste per la morte di George Floyd siano soltanto una scusa per “rubare dai negozi”. Ma sarebbe difficile spiegare le manifestazioni degli ultimi giorni senza prendere in considerazione la radice storica, economica e sociale delle discriminazioni razziali negli USA.

Da Jim Crow a Childish Gambino

La storia dei diritti civili per la comunità afroamericana è enormemente travagliata. Inizia con le navi schiaviste britanniche nell’Atlantico, passa per i compromessi che istituzionalizzarono la schiavitù nella cornice costituzionale americana, da una guerra civile, da due Presidenti uccisi e due vicepresidenti omonimi, dalle tre incarnazioni del Ku Klux Klan, da Martin Luther King ad Obama.

L’origine delle discriminazioni, certamente, è da collegare alla fine della Guerra di Secessione, uno dei conflitti bellici più sanguinosi della storia, combattuto fra il 1861 ed il 1865. Lo scontro fra concetti diversi di Nazione, fra il nord industriale ed il sud agrario e schiavista, non ebbe come scopo quello di estirpare le discriminazioni razziali ma di stabilire la supremazia del potere federale su quello statale e abolire l’odioso istituto della schiavitù. Lo stesso Presidente Lincoln era circondato da un partito che credeva nell’abolizionismo ma non nell’uguaglianza fra neri e bianchi. Alla sua morte, quando toccò ad Andrew Johnson prendere le redini della Ricostruzione, questo si rivelò inadeguato a gestire la transizione post-bellica.

Locandina di The Birth of a Nation
Locandina di “The Birth of a Nation”

Intanto, la guerra, aveva creato alcuni miti destinati a perdurare. Nel sud occupato nacque la Lost Cause, una reinterpretazione della storia atta a romanticizzare lo stile di vita degli stati confederati, il benessere prima dell’invasione nordista, il suprematismo bianco. Il Ku Klux Klan, in tutte le sue apparizioni, si ispirò al mito della Lost Cause, tanto da renderlo il tema principale del film “The Birth of a Nation”, tratto dal romanzo “The Clansman” di Thomas Dixon, ideologo ed esponente del clan. Gli afroamericani, nello stereotipo sudista, erano subumani dagli istinti animali, stupratori, violenti e grotteschi. Per questo motivo, secondo Dixon, una guerra razziale era inevitabile ed auspicabile.

Lo scrittore e poeta Robert P. Warren, in “Segregation”, uscito nel 1956, tentò di spiegare il complesso e distorto sistema valoriale prodotto dalla Guerra Civile. Per lui, l’eredità del conflitto era stata duplice: al sud aveva dato un alibi (“a Great Alibi”), al nord un senso di superiorità (“a Treasury of Virtue”), entrambi equamente distruttivi. Infatti, nella vecchia confederazione, difendere l’eredità bianca diventò un modo per linciare e segregare gli afroamericani, come magnificamente raccontato da Harper Lee ne “Il Buio oltre la siepe”. Gli stati del nord, invece, soprassederono su numerose discriminazioni, come se l’eredità della guerra civile avesse lasciato loro una “indulgenza papale” per ogni loro peccato.

In questo clima nacquero le leggi di Jim Crow atte a segregare la comunità afroamericana, specialmente negli stati del sud. Ad un diverso colore della pelle dipendevano un diverso trattamento, diversi sedili negli autobus, diverse scuole ed il divieto di matrimoni misti. Gli afroamericani venivano linciati per crimini presunti, intimiditi con la violenza perché non votassero, ghettizzati.

Questo sistema durò per quasi un secolo, poi, negli anni 60’, come in una seconda invasione da nord, i fanatici della Lost Cause si scagliarono contro la Corte Suprema americana per le importantissime sentenze come la Brown v. Board of Education per la desegregazione delle scuole. I governatori promisero battaglia a Lyndon B. Johnson per la legge sui diritti civili, prima proposta da Kennedy e poi adottata dal suo vice, mentre nelle strade il popolo americano assisteva a scioperi, marce e boicottaggi, nell’era di King e Malcom X. E contro di loro la terza incarnazione del Klan.

Adesso, nell’epoca di Trump e della MAGA country, l’attenzione mediatica verso le discriminazioni razziali si è nuovamente alzata. I motivi sono da ricollegare alle simpatie che i gruppi suprematisti ancora numerosi sembrano avere verso il presidente e al suo legame con la destra estrema impersonificato nella figura di Steve Bannon. Ma le proteste per le discriminazioni non si sono mai fermate neppure con Clinton, Bush ed Obama ed il razzismo si è sposato con le problematiche di classe creando un mix di rabbia e furore con pochi precedenti. Una polveriera ben descritta da Childish Gambino nel suo “This is America”, dove parla degli abusi della polizia, degli stereotipi sulla comunità afroamericana e dell’emarginazione e la povertà che spesso la toccano.

Martin Luther King pronuncia "I have a drem"
Martin Luther King jr. parla al Lincoln Memorial a Washington D.C

Pelle diversa, diverso portafogli

La discriminazione è duplice. La storia degli Stati Uniti dimostra che il razzismo e doppiopesismo non siano mai scomparsi, seppur sempre combattuti da buona parte del mondo politico e della società americana. Ma più di un secolo di segregazione ha prodotto numerose storture. Uno studio di Forbes rivela come gli afroamericani posseggano mediamente dei beni immobili dal valore fino a dieci volte inferiore rispetto a quelli posseduti dai bianchi. Oltre a questo, in media, un afroamericano ha più probabilità di essere impiegato in un lavoro a basso reddito, deve pagare interessi maggiori sui prestiti e quando può permettersi il college è meno probabile che possa ripagarsi i debiti. Ciò comporta una minore accesso degli afroamericani al mercato immobiliare, solida base della cultura americana e li rende maggiormente dipendenti da sovvenzioni statali.

La povertà media della comunità afroamericana la rende più esposta alle crisi, come quella del 2008 e come quella del post coronavirus. In un paese dove la disoccupazione è salita al 13,3% ad aprile e si è abbassata durante il mese di maggio, a farne le spese è stato anche George Floyd, licenziato prima della sua morte.

Ma la condizione abitativa e la povertà media degli afroamericani li ha resi anche più esposti al coronavirus. Infatti, come riporta la Voce di New York, nella Grande Mela, i casi di marzo si sono concentrati soprattutto nei quartieri a basso reddito abitati dalle minoranze. Come abbiamo scoperto soltanto dopo l’autopsia del corpo, anche George Floyd aveva contratto il virus, sebbene risultasse asintomatico.

La segregazione de iure si è sostituita ad una segregazione de facto dove gli afroamericani vivono spesso in quartieri diversi dai loro connazionali bianchi e studiano in scuole meno prestigiose. La differenza di ricchezza ha creato nuovi stereotipi che vedono questa minoranza accostata sempre più spesso alla criminalità, nelle sue declinazioni che vanno dalle rapine allo spaccio di droga. Ciò si riverbera in un impianto giuridico che discrimina sempre più questa comunità, come a volerla considerare “colpevole fino a prova contraria”. E’ il caso delle statistiche sul sistema carcerario americano in cui il 40% dei detenuti ha la pelle nera nonostante gli afroamericani rappresentino il 13% della popolazione totale. Ciò detto, 1 uomo di colore su 10 finisce in carcere nella sua vita, proprio come George Floyd.

Queste discriminazioni, infine, si traducono in una maggiore probabilità che la comunità afroamericana sia al centro delle violenze delle forze dell’ordine. Infatti, nel solo 2019, la polizia americana ha ucciso 1099 persone. Fra queste, il 24% aveva la pelle nera come George Floyd. Ancora Mapping Police Violence rivela che fra il 2013 ed il 2019, il 99% dei poliziotti coinvolti non sono neppure stati indagati per il crimine, perpetuando un sistema omertoso spesso coperto dal ruolo elettivo dei Pubblici Ministeri.

Perciò, quando vi dicono che le violenze da Minneapolis in poi sono state soltanto una scusa per razziare i negozi, riflettete fino in fondo. La protesta, partita come un modo per denunciare il silenzio della polizia su Floyd e chiedere giustizia, si è trasformata in un grido contro tutte le discriminazioni economiche e sociali ancora più acuite dalle crisi degli ultimi 15 anni. Ma non sarà con l’esercito che tutto ciò verrà risolto.

Riccardo Paradisi

Etrusco con il salmastro nella testa. Cresciuto sulle sponde maremmane del Tirreno, ho vissuto a Siena, a Dublino e nel Montana. Ma, nonostante le culture conosciute e le opinioni raccolte, non sono ancora in grado di votare un partito che prenda più dello 0,3%. Alla fine, arresomi all'evidenza di essere più bravo a battere al computer piuttosto che a fare una X a matita, mi sono dato all'analisi politica per passione.

Commenta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: