Biden ha mandato un chiaro messaggio ad Erdogan

Biden ha mandato un chiaro messaggio ad Erdogan

Erdogan è su tutte le furie. Biden ha riconosciuto come genocidio l’uccisione di circa un milione e mezzo di armeni da parte delle autorità dell’allora Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale. Si tratta di un incredibile schiaffo politico degli Stati Uniti alla Turchia, paese membro della Nato, visto che Ankara ha sempre rigettato con forza questa accusa. Proprio per evitare di inimicarsi il Governo turco, prima di Washington soltanto altri 29 Stati nel mondo avevano riconosciuto il genocidio. Sebbene la mossa del Presidente americano sia destinata ad avere delle ripercussioni diplomatiche incalcolabili, alla base di questo gesto c’è un proposito ben preciso.

Perché è importante la Turchia

Prima di Biden era stato Obama ad avanzare l’ipotesi di riconoscere il genocidio armeno, ma poi non se n’era fatto nulla. Per il resto, in cento anni, gli Usa non hanno mai preso in considerazione la questione, poiché la Turchia è sempre stata un alleato preziosissimo, sia durante la Guerra Fredda, che dopo la caduta del Muro di Berlino. La posizione strategica di Ankara consente a Washington di avere un argine nei confronti dell’espansionismo di Mosca nel Mediterraneo Orientale e un potente contraltare dell’Iran in Medio Oriente. Una pedina fondamentale per gli equilibri del dominio americano nel mondo, considerato anche che quello turco è il secondo esercito più numeroso della Nato. Ma le cose ultimamente sono cambiate.

I tentacoli di Erdogan

Nel corso del confronto ovest-est e per tutti gli anni Novanta, i turchi avevano aderito (quasi) sempre alla linea dettata oltreoceano. Ma con l’avvento di Erdogan hanno intrapreso una politica estera più autonoma, ispirata dal panturchismo e dal neo-ottomanesimo. Ankara ha allora cominciato ad essere più assertiva in tutte quelle aree che in passato erano state parte della Sublime Porta o che sono abitate da popolazioni turche. Siria, Libia, Somalia, Caucaso, Mar di Levante. Tutti luoghi in cui la Turchia ha messo il suo zampino, in certi casi attraverso il soft power, in altri con l’uso delle armi. Un processo di espansione e destabilizzazione che sta crescendo sempre di più, destando preoccupazione in tutti i Governi occidentali.

Una pericolosa collaborazione

Inoltre, alla Casa Bianca non gradiscono per niente l’ambiguo e insidioso rapporto che Erdogan ha sviluppato con Putin. Dopo che nel 2015 la Turchia aveva abbattuto un caccia russo che sorvolava il confine siriano, le relazioni tra Ankara e Mosca sembravano arrivate al punto di esplodere. Tuttavia, non solo la frattura è stata ricomposta, ma è nato un asse diplomatico molto solido che permette, attraverso il pragmatismo dei due leader, di trovare un compromesso in tutti quei teatri in cui russi e turchi hanno interessi apparentemente inconciliabili. Il dialogo tra Erdogan e Putin ha consentito nel tempo di “congelare”, non senza qualche contraddizione, alcune situazioni spinose, come quella in Siria, in Libia e, per ultimo, nel Nagorno-Karabakh.

Uno Stato dispotico

Infine, negli ultimi anni Erdogan ha fatto a pezzi i diritti civili e politici in Turchia. Il mese scorso ha abbandonato la Convenzione contro la violenza sulle donne, che era stata firmata proprio ad Istanbul. Da qualche tempo si discute della reintroduzione della pena di morte, abolita nel 2004 nel tentativo di entrare nell’Unione Europea. Per non parlare di ciò che accade ai curdi. In generale, Erdogan ha attaccato alcuni dei punti fermi in fatto di laicità fissati da Mustafà Kemal. Oltre ovviamente a stravolgere quella che era forse la più fiorente tra le poche democrazie del mondo islamico. Tutti elementi che non possono far altro che infastidire quella fetta di establishment americano, di cui Biden fa parte, che si batte per la promozione dei valori a stelle e strisce nel mondo.

Le parole di Draghi

L’ultimo di una lunga serie di episodi discutibili è stato il cosiddetto “Sofagate”. Quando Erdogan ha incontrato i vertici UE il mese scorso, ha relegato la von der Leyen su un divano mentre Michel stava seduto accanto a lui su una sedia. Per alcuni si è trattato di un gesto di misoginia, per altri di un modo per sminuire l’Unione Europea. Ma, al di là di queste analisi, la cosa più importante è stata la reazione di Mario Draghi, che ha definito Erdogan, senza mezzi termini, “un dittatore. Il Presidente del Consiglio probabilmente ha voluto lanciare un messaggio ad una Turchia sempre più in competizione con l’Italia. Però le sue parole ci fanno capire qual è il clima internazionale attorno al Presidente turco.

Il ritorno dell’America

Se Trump, seguendo una logica isolazionista, aveva tollerato, e in certi casi addirittura assecondato, l’assertività turca, con Biden la musica è destinata a cambiare. Sia per ragioni legate al mantenimento del dominio americano, che per motivi riconducibili alla violazione di determinati valori, la Turchia è un nemico del nuovo Presidente americano. È questo il motivo che lo ha spinto a riconoscere il genocidio armeno: un gesto simbolico per far capire ad Erdogan che gli Stati Uniti intendono combatterlo, almeno sul piano diplomatico.

Un regime change all’orizzonte?

Uno degli ultimi colpi di coda della presidenza di Obama era stato proprio il fallito colpo di stato ai danni di Erdogan. Anche se il coinvolgimento americano non è stato mai provato, è lecito pensare che Obama avesse dato quantomeno il suo tacito consenso all’operazione. Era stata l’appartenenza di Ankara alla Nato a frenare, con ogni probabilità, ogni appoggio esplicito della Casa Bianca al golpe. E se adesso Biden, che all’epoca era vicepresidente, avesse in mente di far crollare quello che ormai in Occidente viene reputato un regime dittatoriale? L’esportazione della democrazia non ha mai funzionato e potrebbe essere addirittura controproducente. Tuttavia bisogna trovare un modo per fermare Erdogan prima che sia troppo tardi. Ammesso che non lo sia già.

Vincenzo Battaglia

Nato nella punta più estrema della penisola italiana, mi sono trasferito appena maggiorenne a Siena per studiare l'unica cosa per cui mi sentivo portato: Scienze Politiche. Se sono arrivato a scrivere in questo blog evidentemente la cosa ha funzionato, o almeno così pare.

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