Bradanini, ex ambasciatore in Cina e Iran: “L’Italia è una colonia degli Usa”

Bradanini, ex ambasciatore in Cina e Iran: “L’Italia è una colonia degli Usa”

Abbiamo intervistato Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Iran (2008-2013) e Cina (2013-2015), nonché Presidente del Centro Studi sulla Cina contemporanea, su alcuni temi di politica internazionale e geopolitica. Ringraziamo l’Amb. Bradanini per l’interesse verso il nostro progetto.

La Cina ha dichiarato l’obiettivo di diventare, entro il 2049, la prima potenza al mondo, scalzando gli Stati Uniti. Secondo Lei è una scadenza plausibile?
“Reputo che sotto il profilo militare assai difficilmente la Cina sarà in grado di superare gli Stati Uniti per quella data. Tuttavia, la Cina in quell’anno sarà verosimilmente la prima economia del pianeta. In buona sostanza, sarà diventata ,entro la metà del secolo XXI, una potenza paragonabile a quella americana, che nessuna nazione potrà più ignorare. Il tema dei rapporti tra Cina e Stati Uniti sarà cruciale per il destino del mondo. Le relazioni bilaterali andranno amministrate con la massima cautela, per evitare che il destino li precipiti nella cosiddetta trappola di Tucidide. Si tratta del rischio che la potenza emergente finisca per sfidare apertamente quella declinante. In realtà, reputo che tale tesi costituisca una proiezione nutrita a meri fini strumentali. L’avvento dell’era atomica ha infatti modificato le carte in tavola, essendo per entrambe le parti decisamente superiori i rischi rispetto ai vantaggi di un’eventuale vittoria militare. Persino l’Unione Sovietica del resto si è dissolta senza che si producesse alcun conflitto con l’Occidente.Dovrà infine tenersi conto che oltre a Stati Uniti e Cina, altri soggetti internazionali entreranno nell’arena internazionale ,avendo un impatto crescente e ridimensionando l’attuale supremazia americana. Un’evoluzione quest’ultima che favorirà il rafforzamento della multipolarità del mondo, con benefici della pace e della stabilità nel mondo”.

Stretta di mano al vertice G20 di Osaka 2019 fra Donald Trump e Xi Jinping

Rimanendo in Asia, ad oriente della Cina troviamo un certo fermento: il Giappone torna ad avere ambizioni strategiche, la Corea del Nord resta una mina vagante. Quali sono i possibili esiti per questo duplice scenario?
“Il Giappone non è una potenza militare che da solo possa impensierire la Cina. Tuttavia il Giappone è il principale alleato militare americano in Asia Orientale, che, insieme alla Nato sul fronte occidentale chiude in una morsa militarmente presidiata la massa euroasiatica (non esistono due continenti, Asia ed Europa, ma solo uno l’Eurasia), il controllo della quale consente il dominio sul mondo intero. Ciò che impensierisce la Cina è dunque l’alleanza di Tokyo con il rivale americano. È tuttavia arduo immaginare che Pechino si faccia prendere nella trappola di unconflitto con il Giappone (ad esempio sulle isole Senkaku/Diayu), potenzialmente devastante sotto ogni punto di vista.Quanto alla questione nucleare della penisola coreana, la presenza delle truppe americane è funzionale ad una sorveglianza ravvicinata di Cina e Russia, piuttosto che di contenimento del presunto pericolo nord-coreano. La denuclearizzazione della penisola, poi, potrà avvenire solo attraverso un compromesso strutturato. Nel merito, è verosimile che la Corea del Nord non rinuncerà sic et sempliciter all’arma nucleare, funzionale alla sopravvivenza del regime, se non dopo aver ottenuto garanzie assolute circa la propria autonomia politica ed economica. Guardando al futuro in termini di ottimismo, una via d’uscita strategicamente stabile sarebbe rappresentata dall’eventualità che Pechino decida di diventare un attore di tutela di beni pubblici internazionali, estendendo il proprio ombrello nucleare alla Corea del Nord”.

L’India è un altro paese da tenere sicuramente di conto, non solo in chiave anticinese. Con la sua potenza economica e demografica, Nuova Delhi che ruolo potrà avere nello scacchiere globale e regionale negli anni a venire?
“L’India è un grande player. La sua demografia, insieme a quella cinese, costituisce il 40% della popolazione del mondo. Essa sarà nei decenni a venire, di tutta evidenza, un protagonista della scena internazionale. La qualità dei rapporti tra Cina e India è in crescita, nonostante alcune frizioni di natura territoriale ancora irrisolte. Pechino, nell’ambito dell’ambizioso progetto Belt and Road Initiative dovrà prestare la massima cautela ad assicurare a New Delhi sostanziosi benefici. Ciò sarà garanzia indispensabile per il successo stesso del grande progetto di Xi Jinping nello scacchiere centro-asiatico. Va aggiunto al riguardo che la Cina, favorendo l’adesione di India e Pakistan, alla SCO (Shanghai Cooperation Organization, una sorta di Nato centroasiatica in nuce) intende porsi come possibile veicolo politico di compromesso verso una soluzione concordata tra questi due paesi sul Kashmir, alla luce dei tradizionali ottimi rapporti che Pechino intrattiene con Islamabad”.

Passiamo al Medio Oriente. Erdogan ha invaso il Nord della Siria, rinfocolando un conflitto che pareva sopito. Erdogan è veramente così forte o è un gigante coi piedi d’argilla?
“Va innanzitutto rilevato il ruolo deleterio degli americani, sin dall’inizio della crisi siriana, i quali hanno sostenuto anche militarmente la cosiddetta opposizione moderata siriana (formata in realtà da gruppi radicati locali e dai resti dell’esercito sbandato dello sconfitto Saddam Hussein, ), per alimentare il caos, vendere armi a tutti, sostenere conflitti e il corso del dollaro, e proteggere gli interessi del loro principale alleato della regione, Israele. L’Isis, creatura americana sin dall’inizio, avrebbe potuto essere facilmente disintegrato in poco tempo, se solo la nazione che dispone del più potente (di gran lunga) esercito del mondo, avesse trovato interesse a farlo. Va poi ricordata la guerra ingiusta, illegittima secondo il diritto internazionale e inopportuna (visti i risultati), che gli Stati Uniti hanno scatenato contro l’Iraq, generando le devastanti conseguenze che sono sotto i nostri occhi. Il Presidente Bashar Al-Assad, sebbene possa essere definito indubbiamente un dittatore, ha diritto di rivolgersi a chiunque a difesa del suo territorio. Russi e iraniani dunque sono gli unici che calpestano legalmente il suolo della Siria, mentre turchi, americani e altri paesi europei, con la loro presenza in Siria violano quotidianamente il diritto internazionale. Quanto alla Turchia, si tratta di paese chiamato a fare un passo decisivo verso la modernità, che deve trovare il coraggio storico di riconoscere cittadinanza politica alla principale minoranza, quella curda ( oltre il 20 % della popolazione totale). Ciò consentirebbe di immaginare la coesistenza di comunità curde anche oltre frontiera, con le quali aprire un dialogo di coesistenza, sulla base dei reciproci legittimi interessi.Quale paese Nato, gli americani hanno inoltre acconsentito alle atrocità che si stanno commettendo contro le popolazioni curde siriana, che pure hanno costituito l’avamposto sul fronte anti-Isis. Il timore che Ankara si avvicini troppo alla Russia impone agli americani l’oscurantismo etico. C’è poi l’incubo storico degli americani che la Russia si avvicini troppo all’Europa ( economicamente complementari: energia russa contro macchinari e beni finiti europei). Se poi a ciò, dovesse aggiungersi anche la Cina , si può immaginare la fibrillazione degli analisti della Cia. Gli Stati Uniti verrebbero virtualmente esclusi dalla massa euroasiatica e relegati oltre Atlantico in posizione marginale”.

Il presidente turco Erdogan durante un comizio sull’intervento in Siria

Lei è stato ambasciatore in Iran, paese negli ultimi anni al centro delle vicissitudini medio orientali per il coinvolgimento nel conflitto siriano e per l’accordo nucleare stipulato da Obama e stracciato da Trump. Come si esprime sugli acuti contrasti verso l’Arabia Saudita?
“I contrasti tra Iran e Arabia Saudita sono multiformi e di lunga data (religiosi, politici, etnici), eppure potenzialmente gestibile in un clima di reciproco riconoscimento di interessi. Reputo che il ruolo degli Stati Uniti favorisca l’alimentazione di una contrapposizione artificiosamente oltre misura. Dietro tutto ciò si cela una strategia di salvaguardia dei legittimi interessi del suo principale alleato, Israele, il quale costituisce un fattore di politica interna americana : negli Stati Uniti nessuno può scendere nell’arena politica, con qualche chance di aver successo (elezioni al Congresso o alla Casa Bianca) avendo contro le lobby pro-israeliane americane. I sacrosanti diritti di  Israele andrebbero tutelati insieme ai beni pubblici internazionali, senza violare le leggi internazionali e la pace tra i popoli”.

Passiamo all’Europa. Il 12 dicembre il Regno Unito tornerà a votare, e la  Brexit ovviamente costituisce il principale argomento di dibattito. Quale futuro per Londra senza Bruxelles e per Bruxelles senza Londra?
“L’abbandono della Gran Bretagna dall’Ue è ininfluente per garantire il controllo americano del continente. I paesi europei, sia singolarmente presi che organizzati in quello che resta dell’Ue sono saldamente sottomessi al potere dell’America. L’Italia è dunque da tempo, insieme a altri paesi della cosiddetta Unione Europea, una colonia americana, e insieme ad altri (Germania e Turchia tra i principali) continua a ospitare sul loro territorio da 60 a 95 testate nucleari americane, in aperta violazione del Trattato di Non Proliferazione che fa divieto di dispiegare tali ordigni nei paesi privi di armi nucleari. Londra sopravvivrà e dopo un periodo di sofferenza per le ripercussioni immediate potrà beneficiare di piena libertà decisionale, senza sottostare alla scure antidemocratica di Bruxelles: la Commissione, composta da funzionari non eletti, approva le leggi assieme al Consiglio, non al Parlamento, come accade nelle normali democrazie. A ciò si aggiunge la Banca Centrale Europea, di cui stampa e governi europei ormai asserviti ostinano a difendere l’indipendenza, che si occupa solo di lottare contro l’inflazione invece di far crescere l’economia e ridurre la disoccupazione, come fanno tutte le banche centrali del mondo”.

Parliamo dell’Italia. Secondo Lei la postura dell’attuale esecutivo nel consesso internazionale a quali risultati potrebbe portare? Questo in relazione al tema delle migrazioni ma anche a quello economico-commerciale, a diversi mesi dalla firma del memorandum sulle Vie della Seta che ha fatto infuriare Washington?
“Sul piano politico l’Italia è colonia degli Stati Uniti, e sul piano economico e monetario è ormai sempre più asservita ai paesi del Nord Europa (in specie la Germania), o meglio in verità dell’èlite finanziaria di tali paesi . Negli ultimi 10 anni, il tessuto industriale italiano si è ridotto del 25% e dunque quale economia in declino v’è da chiedersi se dispone ancora di grandi imprese capaci di partecipare a progetti importanti nei paesi lungo la via della seta. Belt and Road fa parte delle relazioni fisiologiche tra due sistemi economici, ma con la partecipazione congiunta a progetti infrastrutturali , nella misura del possibile, anche tra Cina ed Europa. Per raggiungere risultati concreti occorrerebbe che il Sistema Italia fosse ben organizzato e professionalmente capace di attuazione. Recarsi in quei paesi con conoscenze adeguate, accompagnati da imprese e banche italiane e cinesi , per mettere a punto una progettualità viabile è impresa complessa in una nazione in declino etico-strutturale come la nostra. Non è un caso se l’Italia non abbia raccolto ancora alcun frutto dalla sua partecipazione (di mero stampo burocratico-formale) alla menzionata Belt and Road. Rebus sic stantibus, alla luce delle carenze strutturali (ai ministri improvvisati si sommano le storiche deficienze dello Stato) nemmeno in futuro, temo, l’Italia potrà mostrare capacità di raccogliere qualche frutto significativo”.

Luigi Di Maio, all’epoca ministro dello sviluppo economico, con il ministro degli esteri cinese Wang Yi, alla firma del memorandum sulle Vie della Seta

Ultima domanda. Quali consigli darebbe ai giovani interessati ad intraprendere la carriera diplomatica?
“Consiglierei di studiare, studiare e studiare. Crescere attraverso l’affinamento della propria una cultura e della propria sensibilità sociale, politica e filosofica, quanto più indipendente possibile dal mainstream. Senza l’illusione di poter influenzare davvero accadimenti che hanno genesi storiche complesse, occorre tuttavia credere nella possibilità di incidere nel terreno che ci circonda. Il rischio, per chi entra in un mondo conformista e conservatore come la diplomazia italiana, è quello di venir normalizzato dal pensiero unico, che è poi semplicemente assenza di pensiero, privo di capacità di critica. Il solo antidoto a tale misero destino è dunque rafforzare la propria cultura e alimentare una postura coraggiosa, unendosi a persone dotate della medesima sensibilità. Solo così si potrà trovare il modo per esprimersi sul piano personale e sociale, nei limiti delle condizioni esterne, manifestando il proprio pensiero in un mondo in forte caduta etica, evitando al tempo stesso una umiliante marginalità”.

Andrea Marrocchesi

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