Democrazia diretta o rappresentativa?

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Tanto tuonò che piovve.

Il celebre aforisma attribuito a Socrate ricalca perfettamente la situazione politica italiana delle ultime ore. Infatti, dopo settimane di tatticismi, notizie parziali, smentite, conferme, ribaltoni, mosse e contromosse pare che il nuovo esecutivo giallo-rosso fra PD e Movimento 5 Stelle stia per vedere la luce, sorto sulle ceneri del precedente governo gialloverde a causa dello strappo agostano del leader leghista Matteo Salvini. Ultima tessera di questo puzzle la votazione su Rousseau, piattaforma online dei 5 stelle che prende il nome dal famoso filosofo e pedagogo svizzero del XVII secolo, che ha visto prevalere i voti favorevoli al nuovo esecutivo con un debordante 79,3% fra gli iscritti pentastellati.

Rousseau è da anni motivo di vanto ed elogio( spesso autoreferenziale, va detto) dei 5 stelle, che lo ritengono strumento ideale per l’applicazione della democrazia diretta, cioè un esercizio del potere dove i cittadini possono esprimersi senza l’intermediazione, talvolta fastidiosa, dei parlamentari e quindi della democrazia rappresentativa. L’utilizzo della Rete, secondo i pentastellati, consentirebbe di esercitare una democrazia senza filtri , dove la volontà popolare può esprimersi nella sua forma più pura.

Se infatti negli ultimi giorni ci si è concentrati principalmente sull’assegnazione degli incarichi ministeriali, sulla nuova conformazione del Parlamento, su quanto questo esecutivo possa durare, questa dicotomia è passata colpevolmente in sordina, pur trattandosi di una sorta di battaglia di civiltà , che verosimilmente non si esaurirà con l’attuale baruffa per l’esecutivo.

Fa abbastanza specie pensare che il destino di un paese e della sua popolazione possa essere vincolato dalle valutazioni di diecimila o centomila votanti. La Costituzione non prevede procedure alternative a quelle fissate nella sua Carta. Peraltro, tali procedure sono affidate ad un’azienda privata, la Casaleggio Associati SRL, fondata da Gianroberto Casaleggio, padre ideologico del M5S, e attualmente presieduta dal figlio Davide. Il sistema Rousseau ha dimostrato, inoltre, di non essere esattamente inespugnabile in più circostanze.

Non è nemmeno condivisibile la tesi secondo cui una forza politica debba regolarsi attraverso test autonomi , considerando che, secondo la legge suprema dello Stato, i parlamentari sono liberi dai vincoli di mandato. Del resto nemmeno il M5S stesso ha approvato fino in fondo il meccanismo di Rousseau,  dato che il Garante, cioè Beppe Grillo, od il capo politico, fino ad ora Luigi di Maio, avrebbero potuto chiedere nuove consultazioni se non avessero gradito l’esito della votazione. E pare inoltre molto plausibile che nel futuro prossimo la votazione su Rousseau possa essere nuovamente invocata per decidere su questioni prioritarie nell’agenda politica, inficiando il processo decisionale e gli equilibri governativi.

Il ping-pong fra democrazia diretta e rappresentativa pare dunque molto pericoloso, foriero di rischi di paralisi per l ‘intero sistema. Aver partorito un ministero per i rapporti col Parlamento e la democrazia diretta, presieduto dal grillino Riccardo Fraccaro da oltre un anno, è un ossimoro in piena regola di ciò. La democrazia parlamentare è infatti diametralmente opposta alla democrazia diretta: un po’ come battersi per le rinnovabili ma anche per il carbone.

Dunque, appellarsi al voto diretto, per quanto apparentemente allettante, non offre alcuna democraticità , in quanto le decisioni sarebbero circoscritte ad un manipolo di elettori. Lo strumento della consultazione referendaria diventerebbe poi sistematico qualora in Parlamento si creassero situazioni sgradite all’uomo in auge del momento. Infine, nessun cittadino può essere pienamente informato e consapevole di ogni materia, quest’ultimo da sempre argomento chiave in favore della democrazia rappresentativa.

Quest’ultimo modello , sebbene non privo di limiti e difetti, ha avuto il pregio di resistere all’usura del tempo e agli attacchi antidemocratici. Gli altri sistemi più o meno democratici, come quello oligopolistico o assembleare, sono degenerati in assetti autoritari o totalitari. Se è innegabile che una democrazia perisce quando non si vota mai, analoga sorte le tocca quando i cittadini diventano elettori in servizio permanente, formando e disfacendo maggioranze di governo in continuazione.                                                            Si spera che Beppe Grillo e Giuseppe Conte facciano tesoro di questa lezione.

   ANDREA MARROCCHESI

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