La grande sfida dell’autonomia differenziata

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Ultimamente sui giornali si parla della trattativa per definire le modalità e i limiti con
cui verrà strutturata l’autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia-
Romagna. Viene banalmente citata come uno dei tanti, troppi, motivi di frizione
all’interno della maggioranza di Governo, ma raramente la questione viene
analizzata e discussa nel dettaglio. Eppure si tratta di un tema che potrebbe avere
delle ripercussioni di una certa rilevanza nella vita di tutti noi.

Il dibattito sul rapporto centro-periferia è sempre stato molto accesso nel corso
della storia del nostro paese, dalle teorie federaliste di Carlo Cattaneo fino
all’attuazione delle Regioni nel 1970. Il problema è tornato alla ribalta negli anni
novanta dopo gli exploit elettorali della Lega Nord, partito nato proprio per
rappresentare la richiesta di maggiore autonomia, o addirittura di indipendenza, da
parte di Veneto e Lombardia, territori più ricchi rispetto al resto della penisola. Dopo
anni di lotte, raduni a Pontida, vittorie e sconfitte elettorali, crisi, mutamenti e
risalite, il grande momento tanto atteso dai vertici della Lega sembra arrivato.

Tutto è cominciato con il referendum consultivo del 22 ottobre 2017 promosso dai
Presidenti di Veneto e Lombardia, rispettivamente Luca Zaia e Roberto Maroni, che
ha portato alle urne il 57% degli aventi diritto veneti e il 38% di quelli lombardi per
esprimersi, positivamente, sulla richiesta di una forma di autonomia più elevata
rispetto alle altre regioni a Statuto ordinario. Servito per avere una legittimazione
popolare sul piano politico e negoziale, il Referendum in quanto consultivo è però
giuridicamente inutile, ne ha fatto a meno il Presidente dell’Emilia-Romagna Stefano
Bonaccini, pur avendo inoltrato al Governo la medesima richiesta di autonomia.

La procedura si basa infatti esclusivamente sull’articolo 116 della Costituzione, uno di
quelli modificati dalla Riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, votata da una
maggioranza di centro-sinistra (nel goffo tentativo di ingraziarsi parte dell’elettorato
leghista), che ha ridisegnato la distribuzione delle competenze tra Stato e Regione. Il
terzo comma di questo articolo stabilisce che le Regioni possono fare richiesta di
ulteriori competenze per tre materie di legislazione esclusiva dello Stato e per tutte
quelle di legislazione concorrente, per un totale 23 materie (l’Emilia-Romagna ne ha
chieste solo 15). Tra queste ci sono i rapporti della Regione con l’UE, la sanità, il
commercio con l’estero, la tutela del lavoro, la valorizzazione dei beni culturali,
l’istruzione e la tutela dell’ambiente. Non proprio competenze di secondo piano.

Un preaccordo è stato trovato tra i Presidenti delle tre regioni con il Governo Gentiloni a pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo 2018, per cui la palla è passata al
Movimento 5 Stelle e proprio alla Lega, che hanno inserito il tema dell’autonomia
nel famoso contratto di Governo definendola una “questione prioritaria”.
In questi giorni però Zaia e Fontana, che ha preso il posto di Maroni, si sono rifiutati
di firmare l’accordo definitivo dopo che il Premier Conte non ha accontento le loro
richieste sull’istruzione, creando tensioni all’interno della compagine governativa. E’
proprio l’istruzione il tema più caldo sui tavoli negoziali. Non è ben chiaro ciò che
verrà stabilito considerato anche che la trattativa è ancora in corso, tuttavia è molto
probabile che le Regioni interessate possano adottare regole proprie per
l’assunzione del personale scolastico, rendendo quindi regionali le normative per i
concorsi e le retribuzioni dei professori e del personale ATA, oltre che formulare
specifici programmi scolastici. I più critici parlano di una “regionalizzazione della
scuola” che porterebbe ad una grave lesione del diritto allo studio, certificando di
fatto la nascita di scuole di Serie A e scuole di Serie B.

Proprio per questo motivo il Premier Conte e il Movimento 5 Stelle, che ha il Sud come bacino elettorale, hanno deciso di opporre resistenza alle proposte dei due Presidenti leghisti, che però non sembrano intenzionati a fare alcun passo indietro.                                        La Lega ha infatti l’occasione di occuparsi di quella che è sempre stata una delle sue ragioni fondanti, il residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto una Regione versa allo Stato attraverso la tassazione e quanto riceve in forma di servizi pubblici.

Il residuo fiscale di Lombardia e Veneto è positivo e questo vuol dire che i soldi che vengono inviati dalle due regioni nelle casse dello Stato sono più di quelli ricevuti. E’ da qui che nasce la retorica di “Roma ladrona”, uno degli slogan più celebri della Lega.

Le Regioni che beneficeranno dell’autonomia differenziata potranno così trattenere sul proprio
territorio il residuo fiscale, impiegandolo per finanziare le nuove competenze.
Questo vuol dire anche che lo Stato avrà meno entrate, quindi meno capacità di
redistribuzione delle risorse non soltanto nei confronti delle Regioni più deboli, ma
verso tutti i cittadini italiani che usufruiscono dei servizi e del sistema di welfare.
Quindi non soltanto le Regioni meridionali rischiano di vedere aumentare il loro
divario con quelle del Nord che sfrutteranno l’autonomia differenziata, ma rischia
anche di aumentare il divario tra tutti i cittadini italiani e quelli delle Regioni in
questione. Alcuni, per questo motivo, parlano di “secessione dei ricchi”. I leader
leghisti, dal canto loro, ribattono dicendo che l’autonomia porterà tagli agli sprechi,
responsabilizzerà di più gli amministratori locali e metterà fine all’assistenzialismo.

Sarà davvero così oppure assisteremo all’ennesimo aumento del divario tra ricchi e
poveri?
L’autonomia se non altro porta a galla tutte le contraddizioni interne ai partiti
italiani, a cominciare dalla Lega. Infatti la retorica nazionalista adottata negli ultimi
anni da Salvini non si coniuga molto bene con questo tema, rischiando di avere
effetti negativi sull’elettorato del Sud, che proprio alle ultime europee aveva
incominciato con meno timidezza a guardare al partito fondato da Umberto Bossi.
Ma allo stesso tempo una mancanza di decisione nel portare avanti la battaglia
dell’autonomia potrebbe portare ad un’emorragia di voti in Veneto e Lombardia,
oltre che creare problemi dentro il partito, con Zaia e Fontana subito pronti a
denunciare il “tradimento” di Salvini verso causa del Nord. All’interno del PD invece
non si parla abbastanza di autonomia differenziata, perdendo quella che potrebbe
essere un’ottima occasione per rimettere al centro del programma il conflitto
sociale e fare opposizione in modo efficace, sfruttando le contraddizioni
dell’alleanza di Governo e quelle appena citate interne alla Lega. Tuttavia
l’argomento è molto spinoso per il partito di Zingaretti perché il processo si basa su
una Riforma Costituzionale promossa dagli antenati del PD e perché non si può
sconfessare la linea dell’ex Premier Gentiloni.

Ma il problema più grande è l’Emilia- Romagna, storica roccaforte del partito, in cui si svolgeranno le elezioni regionali in autunno: parlare troppo male dell’autonomia vorrebbe dire schierarsi contro l’azione di Bonaccini, membro del PD, rischiando di far trionfare il centro-destra.
Chissà però cosa sarebbe successo nel corso della campagna elettorale per le
europee, rivelatesi di fatto anche nel meridione un plebiscito dei confronti
dell’azione governativa di Salvini, se il PD avesse parlato apertamente dei risvolti
negativi dell’autonomia.
In ogni caso, ci troviamo di fronte a quello che potrebbe essere un cambiamento
radicale per il nostro paese, non è possibile che un processo simile passi in sordina,
in una democrazia sana verrebbe affrontato attraverso un dibattito serio, obiettivo e
trasparente.

VINCENZO BATTAGLIA

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