Cosa sta accadendo in Algeria.

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Dalla fine di febbraio milioni di algerini sono scesi in piazza ogni venerdì per protestare contro l’anziano (ormai ex) Presidente Abdelaziz Bouteflika e tutto il blocco di potere che rappresenta. In Italia alla notizia è stata data una rilevanza relativamente marginale, mentre in Francia occupa stabilmente le prime pagine dei giornali. E’ ovvio che questa disparità di trattamento è dovuta in primo luogo al fatto che l’Algeria è un’ex colonia francese. Ma è anche un paese che si affaccia sul Mediterraneo ed è altrettanto ovvio che tutto ciò che accade in quest’area ci riguardi direttamente, per cui non si può essere indifferenti o disinformati sulla questione. Cosa sta accadendo quindi in Algeria? Perché la gente protesta? Qual è il ruolo dell’islam radicale? Quali potrebbero essere le conseguenze per il nostro paese? Prima di rispondere a queste domande dobbiamo fare qualche passo indietro.

L’Algeria non ha una storia banale: nel 1830 la colonizzazione da parte della Francia fu il primo passo verso la conquista del continente africano attuata dagli europei nella seconda metà del secolo; nel 1962 la vittoria degli algerini nella guerra di liberazione fu una delle tappe più gloriose e significative dell’intero processo di decolonizzazione. Dopo l’indipendenza il Fronte di Liberazione Nazionale si trasformò da forza rivoluzionaria in macchina governativa, in quanto unico partito legale, ma a detenere un ruolo decisivo era l’esercito, vero garante dell’unità e della stabilità politica dello Stato. Furono proprio due militari, Ahmed Ben Bella e Houari Boumediene, che avevano avuto ruoli di primissimo piano durante la guerra di liberazione, a diventare i primi Presidenti del paese. Sul piano internazionale l’Algeria diventò uno dei membri più importanti del Movimento dei Paesi non Allineati e dell’OPEC, oltre ad essere un punto di riferimento per tutti quei nuovi paesi indipendenti che guardavano con ammirazione il modello del socialismo arabo e i principi di secolarizzazione su cui era improntato. La svolta arrivò con la fine degli anni ottanta, quando il regime decise di convertirsi pienamente all’economia di mercato e di aprire al pluripartitismo. Nel 1991 al primo turno delle elezioni legislative trionfò il Fronte Islamico di Salvezza, un gruppo islamico radicale che nel caso in cui fosse riuscito ad ottenere al secondo turno i due terzi dei seggi sarebbe stato in grado di cambiare la Costituzione. L’esercito allora intervenne con un colpo di stato, sospendendo la democrazia e provocando la reazione armata dei gruppi islamici: era l’inizio del cosiddetto “decennio nero”, la guerra civile che avrebbe insanguinato il paese per tutti gli anni novanta, provocando più di 150.000  morti. E fu proprio al termine del conflitto che salì alla ribalta Abdelaziz Bouteflika.

Si tratta di un personaggio che ha partecipato attivamente alla guerra di liberazione ed ha occupato un ruolo di primo piano anche nei primi anni dopo l’indipendenza in qualità di uomo di fiducia di Boumediene, svolgendo il ruolo di Ministro degli Esteri. Dopo essere stato allontanato dal potere durante gli anni ottanta, Bouteflika si ripresentò nel 1999 come l’unica figura capace di ricomporre l’unità nazionale, creando un sistema di potere formalmente democratico ma in realtà autoritario, sostenuto da varie lobbies e legittimato dall’esercito. Riconfermato Presidente per ben quattro volte, è riuscito ad affermarsi come uno dei grandi autocrati del Nordafrica, come Gheddafi, Ben Alì e Mubarak, uscendo però indenne, a differenza degli altri, dalle Primavere Arabe. Tuttavia la situazione interna si è deteriorata parecchio nel corso degli anni. L’economia del paese si regge sugli introiti provenienti dagli idrocarburi, non essendo mai stato attuato un programma di diversificazione economica. Quando nel 2014 il prezzo del petrolio è crollato la capacità di redistribuzione della ricchezza da parte dello Stato è entrata in forte difficoltà e l’aumento della pressione fiscale da parte del Governo in risposta alla crisi più l’inflazione hanno fatto il resto. Il PIL non cresce, il tasso di disoccupazione ad oggi si attesta intorno all’11%, ma a preoccupare è soprattutto la disoccupazione giovanile, che si avvicina al 30%, dato molto grave in un paese composto per lo più da giovani. In una situazione di questo tipo l’ennesima candidatura di Bouteflika (per giunta gravemente malato dal 2013) in vista delle presidenziali che dovevano tenersi il 18 aprile ha scatenato la reazione della popolazione, che ha chiesto non solo il ritiro della candidatura di Bouteflika ma anche lo smantellamento dell’intero sistema di potere. L’anziano Presidente ha inizialmente rifiutato di ritirarsi e ha cercato di gestire la transizione, ma dopo essere stato scaricato dai vertici militari ha annunciato le dimissioni.

A questo punto si aprono molteplici scenari. L’esercito fino a ora non ha represso in alcun modo le proteste ma del resto la popolazione, memore dell’esperienza della guerra civile, non ha utilizzato la violenza. Bisogna capire fino a che punto i militari intendono appoggiare una transizione democratica, rischiando lo stesso effetto del 1991. I gruppi islamici radicali per ora non hanno giocato alcun ruolo nelle proteste, ma chi può dire che sarà lo stesso in caso di elezioni? L’Algeria confina a sud-ovest con il Mali e a est con la Libia, due paesi che hanno sperimentato direttamente il fondamentalismo negli ultimi anni, per cui il rischio di contagio è alto. E confina anche con il Niger, uno dei punti di transito delle rotte dei migranti. Il paese in caso di instabilità potrebbe quindi trasformarsi in un nuovo paradiso per quelle bande criminali che lucrano sul dramma dell’immigrazione. Resta da vedere se l’Algeria riuscirà a transitare verso la democrazia, come successo in Tunisia, se verrà commissariata dai militari in nome dello status quo, come successo in Egitto, oppure se piomberà nel caos diventando una Libia 2.0.

Il Mediterraneo corre il serio rischio di avere quindi a che fare con un altro paese preda del jihadismo e dei trafficanti di esseri umani, un serio pericolo per Francia, Italia e tutti i paesi dell’area. Tuttavia a preoccupare Parigi e Roma sono soprattutto i temi economici. La Francia è il primo investitore diretto in Algeria e sono numerose le aziende francesi che operano nel paese. Ma mentre la dipendenza di Parigi dal gas algerino è relativamente bassa, per l’Italia si tratta invece del secondo maggiore fornitore dopo la Russia. Tra Italia e Algeria ci sono delle relazioni economiche molto floride, con un interscambio commerciale pari a 9 miliardi di dollari e con l’ENI che solo pochi mesi fa aveva sottoscritto un accordo per ampliare le sue concessioni nel paese. Come la Libia, l’Algeria ricopre un ruolo strategico ed economico cruciale per il nostro paese, quello che sta accadendo non può passare inosservato.

VINCENZO BATTAGLIA

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