Perchè amiamo il pessimismo?

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Il principale scopo di questa rubrica è quello di documentare il progresso che ha contraddistinto la razza umana sotto svariati profili: economico, alimentare, tecnologico e quant’altro.

Tuttavia, l’argomento di oggi sarà diverso ma non per questo meno importante: come mai gli individui, nella stragrande maggioranza dei casi, è marcatamente pessimista?

Un sondaggio di Yougov del 2016, realizzato intervistando 20.000 individui di alcune fra le nazioni più ricche del mondo, cristallizza questa percezione. Alla domanda:” Credi che il mondo stia migliorando o peggiorando?” solo il 14% degli svedesi, il 6% degli americani ,il 2% dei tedeschi ed il 2% dei britannici hanno risposto positivamente. Perché? Evidentemente, il pessimismo è intrinseco alla natura umana. Immotivatamente.

A onor del vero, negli ultimi 200-250 anni,il mondo ha vissuto un miglioramento degli standard di vita senza precedenti. Questo boom è iniziato in Europa e negli Stati Uniti, ma negli ultimi anni si è spostato ad Oriente, dove negli ultimi decenni centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà.

Nonostante l’evidenza storica propenda per l’ottimismo, il pessimismo la fa comunque da padrone. Il saggista britannico Matt Ridley ha fatto saggiamente notare come la seconda metà del XX secolo sia stata inondata dai  più variegati e millenaristici avvertimenti circa una fine prossima dell’umanità.

Curiosamente, il fulcro delle argomentazioni pessimistiche è cambiato, ma il pessimismo non ha mai perso il suo fascino: negli Anni 60 le preoccupazioni riguardavano l’esplosione demografica, gli Anni 70 l’esaurimento delle risorse( e addirittura il raffreddamento globale), gli Anni 80 le piogge acide e le epidemie, gli Anni 90 il buco nell’ozono, gli anni 2000 e 2010 il riscaldamento globale . Queste minacce si sono succedute ma alla fine si sono dimostrate( eccezion fatta per l’ultima) tutte esagerate, dato che l’ingegno di quest’ultima ha sempre permesso di domarle e dimostrarle infondate, nei loro toni catastrofisti.

Ma allora perché siamo così portati a credere a scenari apocalittici che non si materializzano mai?

L’ingegnere e imprenditore americano Peter Diamandis offre una spiegazione plausibile: gli umani sono costantemente bombardati di informazioni. Poiché il cervello umano ha una capacità di elaborazione limitata, è essenziale separare ciò che è importante da ciò che è superfluo. Essendo la sopravvivenza l’esigenza prioritaria , la maggior parte informazioni viene processata dall’amigdala, la parte del cervello responsabile  di emozioni come rabbia,odio e paura. Le informazioni riguardanti questo emozioni primordiali hanno una  sorta di “prelazione”: in altre parole, la nostra specie si è evoluta per dare priorità  alla brutte notizie.

Lo psicologo di Harvard Steven Pinker ha notato che le nostre capacità cognitive interagiscono con le notizie in modo da farci supporre che il mondo circostante sia peggiore rispetto alla realtà, poiché i media si focalizzano sulla negatività. L’arrivo dei social network ha ulteriormente peggiorato la situazione, a causa di una facilità enormemente maggiore nel reperire notizie e (soprattutto) percepirle in maniera frenetica ed erratica.

Il cervello umano tende poi a sopravvalutare i pericoli a causa della euristica della disponibilità , ossia il calcolo delle probabilità che un evento si avveri basandosi sui fatti più importanti per il proprio giudizio personale. La drammaticità di un evento, nello specifico, incrementa la possibilità che esso possa verificarsi…almeno nella mente della maggioranza degli individui. Ad esempio, negli Usa post 11 settembre gli incidenti domestici hanno mietuto moltissime più vittime degli attentati terroristici: sebbene statisticamente sia molto più probabile morire per un cortocircuito di un elettrodomestico, la gente nutre un timore molto superiore verso un attentato.

Pinker asserisce anche che gli eventi negativi nella nostra percezione, pesano di più di quelli positivi. La letteratura psicologica ci spiega come le persone temano le perdite più dei guadagni ( la loss aversion del Nobel Daniel Kahneman) e  ricordano più le sconfitte delle vittorie.

Infine, le cose buone e quelle cattive accadono( secondo le nostre sensazioni) in linee temporali differenti. Quelle negative, come il recente schianto di un volo di linea, accadono spesso; eventi positivi, come i successi nella lotta all’AIDS, si verificano in un periodo più dilatato. Come ha detto l’ex direttore di Wired Kevin Kelly: “…dall’invenzione della Scienza abbiamo sempre creato qualcosa in più di ciò che abbiamo distrutto. Ma quel pizzico di positività in più ha generato un interesse composto che è quella che oggi chiamiamo civiltà.”

In conclusione, l’umanità soffre di un pregiudizio negativo di costante vigilanza sulle cose negative che ci accadono intorno, facilitando il lavoro ai venditori di fumo che prevedono come la sovrappopolazione porterà a carestie di massa o che le risorse naturali sono prossime all’esaurimento.

Anche i politici hanno capito che parlare di crisi è utilissimo ad incrementare i propri consensi, indipendentemente dal loro schieramento ideologico. Purtroppo, il pregiudizio negativo è incapsulato nelle nostre mente. L’unica cosa da fare è prendere coscienza di soffrirne. In maniera razionale, ma anche un po’ ottimista.

  ANDREA MARROCCHESI

 

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