LA TRIPLICE SVOLTA DI KHOMEINI

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Quarant’anni fa, il 1 Febbraio 1979, Ruhollah Khomeini ritornava in Iran dopo 16 anni di esilio, cambiando per sempre le sorti e gli equilibri del mondo islamico e del Medioriente. L‘arrivo a Teheran dell’Ayatollah avrebbe provocato qualche giorno dopo, l’11 febbraio, il trionfo della Rivoluzione Islamica, un fenomeno che non può essere inquadrato soltanto come un semplice cambio di governo. La Rivoluzione khomeinista ha infatti generato un epocale mutamento per la dottrina sciita, per il mondo islamico e per il panorama geopolitico mondiale.

In primo luogo, l’avvento di Khomeini al potere ha significato per gli sciiti l’abbandono del quietismo che da sempre li aveva contraddistinti. Secondo la dottrina sciita i partigiani di Ali aspettano il ritorno dell’Imam, che si è momentaneamente occultato per riapparire alla fine dei tempi. In sua assenza nessuna autorità politica è legittima agli occhi degli sciiti che quindi, fino al ritorno del Messia, avrebbero dovuto mantenere una forma di “dissimulazione” religiosa e politica. Questa norma dottrinaria era giustificata nella pratica dalla condizione di minoranza in cui da sempre versa la comunità sciita nel mondo musulmano, per cui il disimpegno serviva ad evitare di esporla alle rappresaglie della maggioranza sunnita.

Le teorie di Khomeini, sulle quali era forte l’influenza dell’intellettuale Ali Shariati, ribaltavano completamente questo approccio dello sciismo, ideando invece il “vicariato del giureconsulto”, un sistema in cui l’esperto di teologia islamica può essere considerato come un sostituto dell’Imam e quindi può legittimamente esercitare il potere politico. Khomeini diventò così la Guida Suprema dell’Iran e creò un Stato teocratico fondato sul potere del clero degli Ayatollah, bilanciato in parte dalle cariche elettive del Presidente e del Parlamento. All’interno dell’universo sciita il khomeinismo iniziò ad essere preso come modello di riferimento. Il caso più celebre è chiaramente costituito da Hezbollah in Libano, che ancora oggi è un prezioso alleato per le trame geopolitiche di Teheran. Ma non sono mancate le figure sciite di spicco che hanno rigettato l’approccio di Khomeini, come il Grande Ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità spirituale in Iraq, che ha preferito una visione più moderata dello sciismo, orientata a tener separate le faccende religiose da quelle politiche.

La vittoria della Rivoluzione in Iran ebbe delle ripercussioni notevoli anche per il mondo musulmano nel suo complesso. Il trionfo di Khomeini suscitò sugli Stati sunniti una paura simile a quella provata dagli Stati Europei nel 1789 per la Rivoluzione francese e nel 1917 per la Rivoluzione russa. Per i paesi sunniti l’Iran khomeinista rappresenta non solo una mostruosità sul piano dottrinale, ma è un elemento di destabilizzazione per coloro che hanno al loro interno cospicue comunità sciite, oltre ad essere un rivale per la leadership del mondo islamico. Del resto gli Ayatollah non hanno mai nascosto le loro ambizioni di guida dei musulmani di tutto il mondo, come dimostra l’ampio sostegno alla causa palestinese e la lotta in prima fila contro Israele. La reazione degli Stati sunniti si materializzò quando nel 1980 l’Iraq di Saddam Hussein, prendendo come pretesto delle dispute di confine, attaccò l’Iran. La guerra andò avanti per otto anni e, benché l’Iraq partisse da un’evidente condizione di superiorità, terminò sostanzialmente in un pareggio che non fece altro che rafforzare il consenso intorno al regime di Khomeini. Ad oggi la sfida per l’egemonia religiosa e regionale tra l’Iran e l’Arabia Saudita, rappresentate del sunnismo wahhabita, è più viva che mai e si riflette in tutte le crisi mediorientali, a cominciare dalla guerra civile yemenita.

Infine il terzo mutamento riguarda la collocazione dell’Iran sullo scacchiere internazionale. Sotto la dinastia Pahlavi l’Iran era sempre stato un fedele alleato degli Stati Uniti, aderiva al Patto di Baghdad, la Nato del Medioriente, ed era considerato dagli americani un elemento fondamentale per garantire lo status quo nella regione. Quando nel 1953 il Primo Ministro Mossadeq, appoggiato dai comunisti del Tudeh, aveva nazionalizzato le riserve petrolifere ed era entrato in rotta di collisione con lo Scià, costringendolo a fuggire a Roma, gli Stati Uniti erano intervenuti organizzando un colpo di stato filo Monarchico, l’Operazione Ajax. Ma gli americani non riuscirono ad opporsi con la stessa efficacia alla Rivoluzione del 78-79, subendo successivamente anche l’occupazione della loro Ambasciata a Teheran e la conseguente presa in ostaggio del personale diplomatico presente nell’edificio. Khomeini chiamava gli Stati Uniti “Grande Satana”, in quanto colpevoli di numerose ingerenze nella politica mediorientale, di proteggere Israele e di esportare una cultura poco conforme a quella dell’Islam. Ciò portò l’Iran a schierarsi dalla parte dei paesi nemici degli USA, dalla Corea del Nord al Venezuela bolivariano. In questo senso va visto l’idilliaco rapporto che si era instaurato tra Hugo Chavez e Mahmud Ahmadinejad, e quindi non deve stupire il pronto sostegno di questi giorni da parte di Teheran a Nicolas Maduro dopo l’autoproclamazione a Presidente di Juan Guaidò.

Da quando poi Donald Trump è diventato Presidente degli Stati Uniti le relazioni tra i due paesi sono peggiorate esponenzialmente. Trump ha infatti rigettato la strategia di Obama, che puntava a cooperare con l’Iran, evitando così ulteriori radicalizzazioni del regime degli Ayatollah, e che aveva portato nel 2015 alla firma dello storico accordo sul nucleare. Trump ha invece ritirato gli Usa dal patto e ha reintrodotto le sanzioni, optando quindi per una strategia più aggressiva, mirata ad isolare l’Iran e a danneggiare la sua economia, in modo tale da minare il consenso interno del regime. Teheran sembra quindi essere il principale nemico della politica estera di Trump. Come ha fatto notare saggiamente Federico Rampini: ”Trump tratta con il demonio nord coreano, ma non con quello iraniano”. Perciò per il Presidente americano la diplomazia non è uno strumento utile per risolvere le controversie con l’Iran. Gli effetti di questa scelta possono rivelarsi pericolosi e destabilizzanti.

Quindi, come abbiamo visto, quella di Khomeini è stata una triplice Rivoluzione che ha, nel bene o nel male, cambiato il mondo. Il khomeinismo è in inquadrabile come una grandi ideologie del Novecento, soltanto che rispetto alle altre è riuscito a sopravvivere anche nel nuovo millennio. A quarant’anni esatti da quel decisivo ritorno in patria e a trent’anni dalla sua morte facciamo ancora i conti con la figura ed il pensiero dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini.

 

 

 

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