DEUTSCHE BANK: QUANDO LA GERMANIA SI SCOPRE “ITALIANA”

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Sebbene abbia passato gli ultimi anni ad eseguire martellanti e molto costosi stress test, che hanno spesso visto nel mirino banche nostrane (MPS e Carige solo per citare i casi più recenti) , pare che finalmente la vigilanza bancaria della BCE abbia localizzato l’istituzione creditizia che costituisce la principale minaccia all’interno dell’Unione monetaria. Curiosamente, anch’essa come la BCE ha sede a Francoforte: stiamo parlando della Deutsche Bank, uno dei principali gruppi bancari mondiali. Ma andiamo con ordine.

La situazione in cui versa attualmente Deutsche Bank appare in palese contraddizione con lo stereotipo della Germania che abbiamo in Italia, dove la Repubblica Federale è vista come sinonimo di efficienza, rigidità e serietà. Deutsche Bank invece racconta un’altra storia: zavorrata dai debiti, dal 2015 in costante perdita, con numerosi avvicendamenti ai vertici e flagellata da svariate cause legali dai costi miliardari. E, particolare più importante di tutti, ricolma di derivati: si parla di ben 48 trilioni di euro, 14 volte il Pil tedesco, che è il più grande d’Europa ed il quarto a livello mondiale, e doppia rispetto alla capitalizzazione di Wall Street.

Ma cosa sono di preciso i derivati? Essendo abituati a sentir parlare dei crediti deteriorati, principale handicap del sistema bancario nostrano, questo termine può apparirci sfuggente. Può risultare più semplice però ricollegarli con un evento che sicuramente tutti conoscono e ricordano: la crisi finanziaria del 2008, quando questi prodotti finanziari erano già sul banco degli imputati. In sostanza, un derivato non è un titolo provvisto di un valore intrinseco, ma appunto “derivato” da altri prodotti finanziari (come beni reali) alla cui variazione del prezzo essi si agganciano. In altre parole, il valore dei derivati scaturisce da una previsione/scommessa sulla futura evoluzione di un particolare prezzo di un prodotto: tassi di interesse, cambi fra valute, prezzi di merci e materie prime, quotazioni di titoli. Un derivato è inoltre acquistabile su tutti i mercati mondiali, da investitori che quasi sempre sono diversi da coloro che hanno a che fare con il “bene sottostante” al derivato, spesso difficilmente rintracciabile. Per certi versi, si possono dunque ritenere i derivati come ben più pericolosi, in quanto essi ebbero un ruolo chiave nella deflagrazione della crisi del 2008 ed è sicuramente plausibile che la prossima tempesta finanziaria li veda come nuovi protagonisti.

La BCE è stata fino a questo punto (colpevolmente) silente sull’agonia del colosso bancario teutonico. Salvo poi alzare la voce circa la possibilità di una fusione fra Deutsche e Commerzbank, altro colosso  di Francoforte. Un’eventuale fusione darebbe vita ad un autentico titano, il terzo in Europa per assets gestiti dopo BNP Paribas e Hsbc.  Oltre a tali risvolti geoeconomici, consentirebbe di appianare la cronica mancanza di capitali di Deutsche Bank, che negli ultimi 12 mesi ha perso il 50% del suo valore.

Ed è a questo punto che è discesa in campo la BCE, la quale secondo le indiscrezioni preferirebbe una fusione di Deutsche con un altro istituto di credito europeo, per favorire l’integrazione economica nel Vecchio Continente. Ed anche perché il 15% di Commerzbank è in mano al governo tedesco, che vorrebbe dunque aiutare le sue banche ad uscire dal guado e guadagnare una posizione di rendita a livello comunitario.

Tralasciando la miopia della BCE sui rischi potenzialmente devastanti dei derivati, il caso Deutsche Bank illustra in modo icastico il doppiopesismo tedesco in ambito economico-finanziario, come già fatto efficacemente dall’economista Sergio Cesaratto nel saggio Chi non rispetta le regole. In questo caso specifico,  la Germania ha sempre condannato gli interventi pubblici italiani a sostegno delle banche in difficoltà ,salvo poi ricorrere a 200 miliardi  di denaro pubblico per i propri istituti di credito tra il 2007 ed il 2016.                  Berlino si è inoltre prodigata a condannare gli avanzi nel bilancio pubblico dei paesi mediterranei, in violazione dei parametri di Maastricht, quando la Germania vanta un surplus commerciale monstre pari all’8% del Pil, mentre il limite comunitario è al 6%. Un avanzo così imponente nelle partite correnti non solo penalizza gli altri produttori europei ,ma si sta rivelando un’arma a doppio taglio per l’economia teutonica, ora pericolosamente in balia delle intemperie commerciali mondiali. Dulcis in fundo, dopo aver ottenuto tutto il sostegno possibile e immaginabile circa la riunificazione (ben 2000 miliardi di euro sono stati riversati sottoforma di investimenti e prestiti nella ex DDR) la Germania ha perorato l’austerità più dura ed inflessibile nei confronti della Grecia, che non ha lasciato fallire immediatamente solo per i crediti che le proprie istituzioni bancarie dovevano riscuotere dai debitori ellenici.

In una congiuntura attuale dove la “locomotiva d’Europa” è prossima alla recessione tecnica( problema che affligge non solo l’Italia evidentemente) il caso Deutsche Bank offre un utilissimo spunto per realizzare non solo la miopia e la parzialità di alcune istituzioni europee( oltre la BCE anche la Commissione del caro Moscovici)ma anche di come la doppia morale sia tipica dei tedeschi quasi al pari della loro efficienza.

 

ANDREA MARROCCHESI

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