Bolsonaro, Salvini, il caso Battisti: prove di un nuovo asse

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E’ notizia di cronaca l’arresto di Cesare Battisti sul suolo boliviano. Il personaggio è ormai noto per il suo passato: ex membro dei “Proletari Armati per il Comunismo” (PAC) è conosciuto ai più per i quattro omicidi commessi e per la fuga dal carcere di Frosinone negli anni ’80. Di lì inizia la sua vita da fuggitivo prima in Francia poi in Brasile. In Francia il nostro connazionale ha potuto godere della protezione della cosiddetta Dottrina Mitterand, secondo la quale ogni persona macchiatasi anche di atti violenti di natura politica non sarebbe stata respinta.

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Battisti

La scelta all’epoca, avutasi ben prima della svolta verso il centro del leader della sinistra francese, lasciò perplessa soprattutto  l’Italia da poco uscita dal tunnel del terrore del terrorismo. Dopo aver goduto per ben 20 anni di questa “protezione”, sconfessata poi dallo stesso Consiglio di Stato francese, trovò un’altra florida sponda per proseguire la sua latitanza riparando in Brasile. Qui fu “difeso” dal presidente brasiliano Luiz Inàcio Lula da Silva.

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Lula da Silva e Dilma Roussef

Secondo la Costituzione Brasiliana, art. 84 comma 7 spetta al Presidente la decisione di estradizione o meno, in quanto i rapporti con i paesi esteri per l’appunto sono competenza del Presidente stesso. Oltre alle simpatie politiche dell’ex numero uno del Brasile, il diritto brasiliano non prevede l’ergastolo e questo, aggiunto a quanto detto prima, ci fa ben capire il perché fosse così difficile far rientrare Battisti in Italia. Il vento è iniziato a cambiare quando al potere, dopo l’impeachment alla presidentessa Rousseff è salito Michel Temer, il quale nell’ottobre del 2017 ha siglato un accordo affinché Battisti venisse estradato a patto che gli fosse inflitta una pena non superiore ai 30 anni. L’arrivo del presidente Bolsonaro

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Jair Bolsonaro

in Brasile ed il nuovo governo gialloverde in Italia hanno cambiato ulteriormente il panorama. Il cuore del nuovo presidente pulsa chiaramente di nazionalismo brasiliano, con ben poche simpatie verso il mondo della sinistra radicale. Ne sono testimonianza le sue dichiarazioni ed il suo passato nelle forze armate che in Brasile, per i trascorsi avuti e le posizioni storicamente assunte, si sono sempre poste in chiave nazionalista ed anticomunista. Sin dai primi giorni dopo la sua elezione vi sono stati messaggi al miele tra il nuovo presidente brasiliano e il ministro degli interni Salvini, a cui il figlio del neo eletto aveva promesso un “regalo”, con tanto di foto di Battisti allegata al twett.

Tra scetticismo e pessimismo si iniziava già da allora un tentativo, una sorta di intesa sul suo rimpatrio. La maggiore criticità, per l’appunto, proveniva dal fatto che un qualcosa di simile portata, che aveva creato non pochi dissidi tra Italia e Brasile nei trascorsi precedenti, venisse relegata ad un messaggio via social. La fuga poi di Cesare Battisti dallo stato carioca aveva lanciato oscuri presagi sul suo rimpatrio. L’arresto è avvenuto sul suolo boliviano, il cui stato ha concesso che venisse prelevato essendo un “immigrato irregolare” sul proprio territorio.  Prelevato e portato su di un aereo di stato è giunto direttamente in Italia senza fermarsi in Brasile, per evitare che si riaprisse il nodo sull’ergastolo.

Col senno del poi pare che la “fuga” abbia giovato all’Italia ed a pensar male si potrebbe tranquillamente congetturare sul fatto che le autorità lo abbiano lasciato uscire dal paese per facilitare le cose all’Italia stessa. Senza però fare voli pindarici o voler addentrarsi in insinuazioni l’arresto del latitante è stato salutato dai social, tanto dal vicepremier Salvini, tanto dal presidente Bolsonaro con evidente gradimento. Son pervenuti messaggi al miele tra i due, ringraziamenti ed elogi reciproci che sembrano andare ben oltre la mera gratitudine.E’ chiaro infatti che l’ex colonnello voglia stravolgere la politica brasiliana, che voglia darle un nuovo “look”, che voglia rompere col passato della stagione dell’Onda Rossa a cui aveva fieramente aderito il  PartidodosTrabalhadores (PT) di Lula. Negli anni precedenti, infatti, con l’ascesa di Chavez nel panorama dell’America Latina gli equilibri erano mutati. Nel Cono Sud i movimenti populisti erano ritornati in auge, tornando ad avere un leader dopo essere rimasti monchi della loro leadership. La caduta dell’Unione Sovietica, l’isolamento di Cuba hanno inciso in modo drastico nella diffusione dell’ottica panamericana anche nei paesi più scettici ed avversi agli Stati Uniti. La fine del Washington Consensus ed il fallimento tanto delle politiche neoliberali, quanto della democrazia rappresentativa ha condotto alla rinascita dei cosiddetti panlatinismi che avevano trovato in Chavez, nella prima decade del secondo millennio, il nuovo leader. L’idea ed il sogno di una America Latina forte, ispirata ai suoi valori tradizionali organici e corporativi, sembrava tornare in auge sospinta tanto da una leadership forte e carismatica del generale venezuelano quanto dalla congiuntura economica favorevole. Il prezzo del petrolio alle stelle e l’aumento costante della richiesta di materie prime sul fronte cinese ha fatto crescere l’America Latina ed i suoi paesi, particolarmente quelli specializzati nell’export dei prodotti richiesti dal dragone asiatico. La caduta del prezzo del petrolio, la fine della congiuntura economica positiva ed il lento deterioramento della leadership chavista, passata alla sua morte nelle mani del suo successore Maduro ha posto fine a questo momento. Non c’è da rimanere stupiti della posizione politica in materia estera filo americana del Presidente Bolsonaro che, pur essendo un nazionalista, guarda agli Stati Uniti come partner forte e importante nel loro percorso di consolidamento della leadership. Il Brasile, paese immenso e dalle grandi risorse, è sempre stato un gigante in una parte di continente nel quale confina con tutti i paesi, eccetto che due (Cile ed Ecuador). E’ l’unico paese che parla portoghese, è l’unico paese che, assieme al Cile, ha visto nei valori panamericani non solo motivo di ispirazione, ma anche una casa comune nella quale, attraverso il multilateralismo, è riuscito a portare avanti i propri interessi e la propria sicurezza. Rimanere delusi delle scelte di Bolsonaro sugli elogi a Trump, sull’apertura verso Israele o verso la disponibilità all’apertura di una base militare americana sul suolo carioca vuol dire ignorare la struttura stessa del paese e la sua storia.

Da anni il Brasile non ha avuto un competitor nel panorama dell’America Latina ed il Presidente verde oro mostra le sue preoccupazioni proprio verso il Venezuela di Maduro e verso il supporto moscovita al regime venezuelano. Sarebbe questa la motivazione per un’eventuale presenza fisica americana nel paese. Il Brasile, un gigante assoluto nella sua dimensione emisferica e partner di rilievo nell’economica mondiale, per tradizione ha sempre guardato agli Stati Uniti come alleato fidato ed un vero riconoscimento e rinsaldamento della leadership, dato il ruolo di superpotenza degli stessi, può pervenire solo da loro. Migliorare i rapporti, deteriorati negli ultimi anni dai governi del PT, con gli Stati Uniti rientra in quel “new look” che Bolsonaro intende imprimere alla propria politica di rottura col passato. Riportare gli statunitensi in America Latina vuol dire aprire una via non solo ad una crescita degli interessi militari, ma anche rinsaldare nuovi legami economici ed aprire nuove opportunità. E se il Venezuela di Chavez è stato il portabandiera delle idee panlatine, che affonda le radici nei miti di Bolìvar e San Martìn, che inneggia a Castro ed a Che Guevara, che accusa gli Stati Uniti di essere la “longa manus” dei mali della zona, che ha fatto dello statalismo e dell’interventismo il suo mantra,Bolsonaro vuol rivendicare la leadership brasiliana nel modo opposto, coinvolgendo la potenza a stelle e strisce nel proprio percorso di crescita, riconoscendone l’importanza ed il peso internazionale, evitando inutili lotte fratricide. Il cosiddetto asse dei “populismi di destra” inaugurato con la vittoria di Donald Trump alla Casa Bianca pare accrescere il proprio peso e la propria estensione. Questo scambio di favori tra Italia e Brasile sembrano proprio i tentativi di rinsaldamento di questo nuovo asse, con nuove intese e nuove aperture. Bolsonaro, di origini italiane, ha ammiccato alla comunità italiana che costituisce un enorme serbatoio di voti (comunità stimata attorno ai 30 milioni) e si è legato al filotto di paesi che non sottoscriveranno il patto ONU sulle migrazioni, esattamente come Italia e Stati Uniti. I rapporti tra Italia e Brasile, soprattutto in materia di difesa di certo non nascono ora, hanno radici ben profonde che risalgono agli anni ’30. Nel corso del tempo i due paesi hanno collaborato allo sviluppo di velivoli da combattimento, come ad esempio l’AMX e mantengono rapporti stretti. Con i governi a guida PT i rapporti erano divenuti più tiepidi, come testimonia in un’intervista al Corriere della Sera dell’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa Vincenzo Camporini, e l’impressione è che questo nuovo governo carioca possa rilanciare i rapporti. E’ prevista nei prossimi mesi la visita del vicepremier Salvini in terra brasiliana e non è da escludere che in futuro, più o meno prossimo, si possa assistere anche ad un rilancio in settori strategici come la cantieristica navale o ad un rilancio di intese tecnologiche e commerciali, proprio come fatto con l’Argentina alcuni anni fa. La “somiglianza” politica, le simpatie comuni ed il chiaro supporto alla figura del Presidente Trump, che a loro volta li ha “benedetti” potrebbe far ben pensare a nuovi sviluppi per i due paesi. Che il caso Battisti sia una prova di intesa per un nuovo corso delle relazioni tra i due paesi?

Maurizio Troiano

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