Jacques Foccart, il fondatore della Françafrique

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Il 1958 per la Francia è notoriamente un anno di svolta. Sotto l’impulso di Charles De Gaulle, venne promulgata una nuova Costituzione che trasformava lo Stato francese in un sistema semipresidenziale: è la nascita dell’odierna Quinta Repubblica. Oltre a cambiare la forma di governo, la nuova carta costituzionale doveva porre un freno al processo di disgregazione dell’Impero coloniale francese, iniziato in Indocina con la disastrosa sconfitta di Dien Bien Phu nel 1954 e continuato con lo scoppio della Guerra d’Algeria.

Nel testo era infatti contemplata la nascita della Comunità francese, una nuova entità amministrativa coloniale indirizzata a garantire maggiore autonomia ai paesi controllati da Parigi. Si svolse un referendum in cui i popoli dell’Africa francofona furono chiamati a decidere se accettare o meno l’ingresso nella nuova Comunità: tutti scelsero di aderire, ad eccezione della Guinea guidata da Sekou Tourè, che ottenne l’indipendenza. I francesi decisero di punire severamente la scelta dei guineani, percepita come un atto di ribellione, imponendo un totale isolamento politico ed economico. Tuttavia questa strategia si rivelò controproducente, poiché spinse Tourè a chiedere il sostegno dell’Unione Sovietica, trasformando di conseguenza la Guinea in uno Stato socialista. Quando due anni dopo i 13 paesi africani che aderivano alla Comunità francese chiesero e ottennero la piena indipendenza da una Francia ormai incapace di resistere al processo di decolonizzazione, i leader francesi cercarono di fare tesoro degli insegnamenti offerti dal caso guineano.

La posta in gioco era alta: bisognava da un lato salvaguardare i vitali interessi energetici francesi nella regione e dall’altro evitare che venissero alterati i delicati equilibri della Guerra Fredda, viste le molteplici affinità dei movimenti di liberazione nazionale con il mondo comunista. Se l’indipendenza formale era diventata ormai inevitabile, bisognava fare in modo che la dipendenza sostanziale continuasse. Nasceva quindi la cosiddetta Françafrique, termine utilizzato per indicare il sistema di dominio neocoloniale creato da Parigi al fine di conservare l’egemonia sulle ex colonie africane. La Francia sarebbe stata disposta anche a sostenere i dittatori più sanguinari se le circostanze lo avessero richiesto. Veniva così creata la figura del Segretario Generale alla Presidenza della Repubblica per gli Affari Africani e Malgasci, un ruolo speciale, con ampia libertà di manovra, in quanto completamente svincolato dal Ministero degli Affari Esteri. Un incarico tanto delicato non poteva chiaramente essere assegnato a chiunque, ci voleva una figura politicamente fidata, abile sul piano diplomatico e abituata ad agire nell’ombra. La scelta ricadde su Jacques Foccart, oggi noto con il soprannome di “Monsieur Afrique”.

Nato nel 1913, dopo aver trascorso parte dell’infanzia nella colonia caraibica della Guadalupa, Foccart si era ristabilito nella Mayenne, sua terra natale, dove aveva combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale nelle file della resistenza. Mise in mostra per la prima volta le sue qualità dopo la liberazione, quando entrò a far parte dei nuovi servizi segreti del rinato Stato francese, inizialmente diretti da Jacques Soustelle, futuro primo segretario del Raggruppamento del Popolo Francese fondato da De Gaulle, che lo introdusse negli ambienti gollisti. Foccart diventerà subito uno dei fedelissimi del Generale, tanto da essere uno dei membri fondatori del Service d’action civique,  un corpo di polizia parallelo, utilizzato dal movimento gollista in funzione anticomunista, che si macchiò di diversi crimini fino ad essere dichiarato illegale. La resistenza, i servizi segreti, la polizia parallela: attività che gli avevano conferito una certa esperienza nell’organizzazione di reti paramilitari o d’intelligence clandestine, rendendolo quindi perfetto per essere il coordinatore delle trame finalizzate a mantenere le ex colonie nella sfera d’influenza francese.

Dopo aver trovato in Felix Houphouet-Boigny, Presidente della Costa d’Avorio e fervente anticomunista, il suo punto di riferimento politico in Africa, Foccart iniziò a mettere le mani sui paesi con più risorse, come il Gabon, ricco di petrolio e quindi fondamentale per gli interessi della ELF (l’odierna Total), e il Niger, ad oggi quinto produttore mondiale di uranio. In Gabon l’uomo di Foccart fu inizialmente Leon M’ba, che venne anche aiutato dall’esercito francese a sventare un colpo di stato, ma in seguito si decise a puntare su Omar Bongo, che governerà il paese dispoticamente per oltre trent’anni. In Niger c’era invece il rischio che al potere andasse il movimento filo comunista dei Sawaba, così i francesi sciolsero per decreto il gruppo, iniziarono a spiare giorno e notte il suo leader, Djibo Bakary, e diedero pieno appoggio al suo rivale, Hamani Diori. Lo zampino di Monsieur Afrique lo troviamo anche in Nigeria, ex colonia britannica, quando scoppiò la tristemente nota guerra del Biafra, in cui la Francia sostenne, inviando armi e mercenari, la piccola regione secessionista al fine di accaparrarsi le sue riserve petrolifere e di indebolire al tempo stesso la Nigeria, vista come una potenziale rivale regionale. La reazione dei nigeriani, appoggiati da Gran Bretagna e Urss, provocò una terrificante carestia che costò la vita a migliaia di civili. Anche la scalata di uno dei dittatori africani più celebri e stravaganti, vale a dire Jean-Bedel Bokassa, poté contare sul beneplacito di Parigi, visto che il suo predecessore, David Dacko, stava pericolosamente traghettando il Centrafrica fuori dall’orbita francese. Ma quando Bokassa, dopo anni di crimini e torture contro la popolazione, si autoproclamò Imperatore, credendo di essere il Napoleone africano, le truppe francesi aiutarono proprio Dacko a detronizzarlo.

Nel complesso è però difficile stabilire dietro quanti e quali golpe, omicidi politici e destabilizzazioni ci sia la mano di Foccart senza rischiare di scadere nel complottismo. Monsieur Afrique è morto nel 1997, ma i metodi imperialisti francesi sono più vivi che mai. Per esempio il Franco CFA, la valuta imposta da Parigi è ancora in vigore in 14 paesi, e negli ultimi decenni non sono mancati neppure i colpi di stato e gli interventi dell’esercito francese.

Nemmeno i Presidenti socialisti, come Mitterand o Hollande, oppure progressisti, come Macron, si sono impegnati per sovvertire questo sistema di dominio neocoloniale, segno che per la Francia, paese leader dell’Ue e membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli interessi nazionali vengono prima di qualsiasi principio ideologico e umanitario. E fin qui, pensandoci bene, non c’è purtroppo nessuna novità. Risulta però paradossale che in un’epoca in cui il tema dell’immigrazione tiene banco in tv e sui giornali, riuscendo perfino ad influenzare i risultati elettorali, si parli così poco della Françafrique e di un personaggio come Jacques Foccart.

VINCENZO R. BATTAGLIA

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