DALLE RIFORME SOCIALI AL CASO KHASHOGGI: LUCI E OMBRE DELLA MODERNIZZAZIONE IN ARABIA SAUDITA

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Ci sono voluti più di quindici giorni ma alla fine la tv di stato saudita ha ammesso ciò
che era chiaro fin da subito: Jamal Khashoggi è morto. Dopo due settimane passate
a negare l’evidenza, adesso Riad sostiene che il dissidente è stato ucciso per errore
durante una colluttazione avvenuta nel corso di un interrogatorio dentro il
consolato saudita di Istanbul. Questa versione dei fatti desta ancora parecchie
perplessità, poiché contrasta con la ricostruzione fornita dalle autorità turche, che
affermano di avere delle prove audio in cui si sentono le urla di Khashoggi mentre
viene torturato.

In ogni caso, la vicenda ha portato i media occidentali ad interrogarsi sulla natura della tradizionale alleanza dei loro governi con il Regno dei Saud. La morte di Khashoggi ha quindi squarciato quel velo di ipocrisia che da sempre protegge l’Arabia Saudita e ha acceso i riflettori sull’attuale uomo forte di Riad, il trentatreenne principe ereditario Mohammed bin Salman, accusato di essere il mandante dell’omicidio. Mbs, come viene chiamato in ambito giornalistico, aveva tutti gli interessi per eliminare Khashoggi, dato che le invettive del dissidente erano spesso indirizzate contro di lui. Eppure, il principe ereditario, prima di questa torbida faccenda, veniva descritto da molti analisti occidentali come un modernizzatore, quasi un rivoluzionario, che avrebbe portato l’Arabia Saudita, nel giro di qualche anno, ad allontanarsi dall’ultraconservatorismo religioso che da sempre la contraddistingue. Perché Khashoggi era allora tanto critico verso Mbs? Semplicemente non gradiva le sue riforme oppure aveva compreso la vera indole del giovane principe?

La scalata al potere di Mohammed bin Salman è iniziata il 23 gennaio 2015, giorno in
cui è stato nominato Ministro della Difesa, presidente del Consiglio per gli Affari
Economici e di Sviluppo e Vice principe ereditario, dietro Mohammed bin Nayef, in
quel momento primo erede al trono. Mbs è balzato agli onori delle cronache per la
prima volta quando ha presentato il progetto Vision 2030, un piano di diversificazione economica che dovrebbe ridurre la dipendenza di Riad dal petrolio, attraverso un esteso programma di privatizzazioni, lo sviluppo di nuovi settori industriali, l’utilizzo di energie rinnovabili e una riforma del sistema finanziario finalizzata ad attrarre investimenti esteri. Il progetto prevede anche la creazione del Fondo Sovrano più grande del mondo (almeno secondo le stime) da finanziare in parte tramite la vendita sul mercato azionario del 5% della Aramco, la compagnia petrolifera nazionale, che dovrebbe fruttare circa 100 miliardi di dollari.

Accanto a queste riforme economiche sono state varate alcune radicali riforme sociali mirate a modernizzare una società oppressa dai vincoli religiosi: è stato tolto potere alla
polizia religiosa, sono stati riaperti dopo oltre trent’anni i cinema, è stato dato il via
libera ai concerti e alle donne è stato concesso il permesso di andare allo stadio e
soprattutto di guidare. Tutte cose che fino a pochi anni fa sembravano impossibili
nel Regno saudita. Ma allora perché Khashoggi, in un editoriale del settembre 2017
sul Washington Post, sosteneva che il livello di repressività in Arabia Saudita era
divenuto insopportabile?

Innanzitutto perché è ben chiaro che tutte le riforme sociali sono meramente paternalistiche e non frutto di una reale presa di coscienza in materia di diritti umani. Ma a suscitare scalpore è la quantità di potere che Mbs ha concentrato nelle sue mani, fin da quando nel giugno del 2017 ha costretto Mohammed Bin Nayef a cedergli la carica di principe ereditario attraverso una controversa congiura di palazzo. Inoltre, a partire dal novembre dello stesso anno, ha trattenuto per tre mesi in stato di arresto nell’hotel Ritz-Carlton di Riad trenta delle più importanti personalità del Regno, una chiara prova di forza mascherata da operazione anti-corruzione. Emerge quindi un altro volto di Salman, quello autoritario, pronto ad eliminare con ogni mezzo tutti coloro che, nel complicato apparato di potere del Regno, sono in disaccordo con la sua politica interna ma soprattutto estera.

Sì, perché da quando Mbs è al potere la monarchia saudita è diventata molto spregiudicata sul piano internazionale: dalla partecipazione alla guerra civile yemenita, passando per il richiamo al Primo Ministro libanese Hariri, fino alla rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar. Mosse tese a rivendicare la leadership nel mondo sunnita rispetto alla Turchia e agli ex alleati qatarioti, ma soprattutto quella regionale nei confronti dell’Iran sciita. Tutte azioni appoggiate in pieno da Trump, convinto sostenitore di Mbs, al punto che, fino ad ora, non è mai riuscito a condannare l’omicidio di Khashoggi con la dovuta risolutezza.

Appare allora evidente che la modernizzazione di Mohammed bin Salman non è
altro che un tentativo autoritario di creare un nuovo assetto di potere all’interno del
Regno, non più incentrato sul wahhabismo ma su un nuovo pilastro ideologico, il
nazionalismo. Del resto anche l’Arabia Saudita soffre gli influssi della globalizzazione
e quindi, soprattutto tra i giovani, la repressività del wahhabismo non basta più per
mantenere il consenso. Le stesse riforme economiche servono, tra le altre cose, per
redistribuire la ricchezza tra la popolazione, in particolar modo tra le nuove
generazioni, visto che la disoccupazione giovanile si attesta intorno al 30%. Per cui il miglioramento delle condizioni di vita dei sauditi avviene nella misura in cui è
funzionale alla conservazione del regime sempre più dispotico e assoluto dei Saud.
Khashoggi questo lo aveva capito, e perciò concludeva quell’editoriale scritto nel
settembre del 2017 con una frase breve ma molto significativa: “We Saudis deserve
better”.

VINCENZO R. BATTAGLIA

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