La guerra civile in Yemen e le contraddizioni dell’Occidente

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logo ghost writer“Lo Yemen rappresenta innegabilmente e di gran lunga la peggior crisi umanitaria
del mondo”. Pochi giorni fa David Beasley, direttore esecutivo dell’agenzia Onu
World Food Programme (Wfp), ha descritto con queste allarmanti parole la
situazione del paese mediorientale, dilaniato da più di tre anni da una cruenta
guerra civile.

Il conflitto è scoppiato nel gennaio del 2015 , ma il paese versava in condizioni
precarie già dal 2011 quando divamparono le proteste, che si inserivano nel quadro
generale delle cosiddette “Primavere arabe”, contro il governo di Ali Abdullah Saleh,
al potere fin dall’unificazione del paese avvenuta nel 1990 (e prima ancora al potere
nello Yemen del Nord fin dal 1978). Saleh, non riuscendo a sedare le rivolte, decise
di dimettersi, consentendo delle elezioni formalmente libere, ma in realtà
caratterizzate dalla presenza di un unico candidato, il suo ex vicepresidente Rabbih
Mansur Hadi. Tuttavia il nuovo Presidente non riuscì mai ad avere il controllo
effettivo di un paese costellato dalla presenza di numerose tribù, oltre che
profondamente diviso sul piano religioso, vista la consistente presenza della
minoranza sciita yazida (circa il 35% della popolazione). Gli Houthi, movimento sciita
fondato nel 1992, approfittarono dell’incapacità del governo Hadi, conquistando un
numero non indifferente di città nel Nord del paese. Nel settembre del 2014 i ribelli
sciiti riuscirono ad occupare parte della capitale Sana’a e, dopo mesi di negoziati
falliti, il 20 gennaio del 2015 presero il controllo del palazzo presidenziale,
costringendo Hadi alla fuga nel sud del paese, dando di fatto il via alla guerra civile. Il
ritorno in scena di Saleh, schieratosi inizialmente a sorpresa dalla parte degli Houthi
(salvo poi tradirli ed essere ucciso), e la comparsa di Al Qaeda e dell’ISIS, che
conquistarono progressivamente diversi territori nell’est dello Yemen, hanno reso la
situazione ancora più complessa.

Nel frattempo il conflitto assumeva una portata internazionale, entrando a far parte
del più ampio scontro regionale tra la confinante Arabia Saudita e l’Iran, diventando
una vera e propria “guerra per procura”. Il regime degli Ayatollah da anni ha lanciato
il guanto sfida ai sauditi, alle altre monarchie del Golfo e soprattutto a Israele per il
controllo dell’egemonia in Medioriente, attraverso un progetto strategico finalizzato a minacciare direttamente Riad e Tel Aviv tramite l’asse sciita Iraq-Siria-Libano. In
quest’ambito, il sostegno agli Houthi, al fine di prendere il controllo dello Yemen,
non può che rappresentare una pedina fondamentale sullo scacchiere mediorientale, in quanto consentirebbe al governo di Teheran di circondare i sauditi e di prendere il controllo dello stretto di Bab al-Mandeb, snodo cruciale per il trasporto del petrolio.

L’Arabia Saudita è intervenuta a sostegno di Hadi, iniziando a bombardare pesantemente le zone controllate dai ribelli sciiti, senza però fare alcuna distinzione tra miliziani e civili, e imponendo un blocco navale al fine di tagliare qualsiasi tipo di rifornimento via mare. A causa del blocco, dei danni provocati dalla guerra e dalla crescente svalutazione della moneta, la situazione nel paese, che già prima del conflitto era il più povero della regione, è diventata drammatica: secondo le stime del Wfp si contano più di 8 milioni di persone che soffrono la fame, mentre altri 18 milioni vivono in uno stato di insicurezza alimentare. A ciò si aggiunge lo scoppio dell’epidemia di colera, causata dalle pessime condizioni in cui versano i servizi igienico-sanitari, che ha colpito circa un milione di persone, soprattutto bambini. Al momento è in corso la battaglia per il controllo di  Hodeida, principale città portuale del paese, situata sullo stretto d Bab al-Mandeb, attualmente in mano agli Houthi, che sono però ormai assediati dalle forze lealiste. La popolazione della città è allo stremo, infatti secondo le stime di
Save The Children, tra giugno e agosto nella sola  Hodeida si sono registrate più della
metà delle vittime civili totali dell’intero il conflitto, mentre i casi di colera sono
triplicati.

yemen

Di fronte ad una situazione così tragica, cosa fa il resto del mondo? Quel che
colpisce innanzitutto è il silenzio dei media occidentali, soprattutto se si prende in
considerazione l’esposizione che invece ha avuto un conflitto molto simile come
quello siriano. L’operato delle Nazioni Unite si è rivelato come al solito ininfluente,
in quanto tutti i tentativi di negoziato promossi dall’inviato speciale Martin Griffiths
non sono andati a buon fine. Gli Stati Uniti sostengono l’Arabia Saudita, tradizionale
alleato nella regione (per essendo una monarchia assoluta), al fine soprattutto di
evitare l’espansionismo dell’Iran, probabilmente il paese meno tollerato
dall’amministrazione Trump. A destare maggiore sconcerto è però il flusso di armi
diretto verso il Regno dei Saud da parte di tutti i principali paesi occidentali.
Sebbene si possa cinicamente affermare che la vendita di armi costituisce un’ottima
occasione per alzare l’asticella del Pil, bisogna però fare i conti con le suddette
conseguenze umanitarie, oltre che politiche, di questo tipo di commercio.

Ultimamente il Premier spagnolo Pedro Sanchez aveva annunciato di voler
sospendere i rifornimenti ai sauditi, ma poi, dopo che Mohammed Bin Salman aveva
minacciato di sospendere l’acquisto di una nave da guerra prodotta in Spagna dal
valore di 2,2 miliardi, ha dovuto fare retromarcia. Il dibattito si è acceso anche in
Italia, dopo un post su Facebook del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che ha
sostenuto che i flussi verso Riad violerebbero la legge 185 del 1990, che vieta
l’esportazione di armi verso paesi coinvolti in un conflitto. Al post è seguita
un’apertura da parte del Vicepremier Luigi Di Maio, che però, almeno fino ad ora,
non ha portato a nessun azione concreta.
Il conflitto in Yemen mostra nuovamente l’ambivalenza degli Stati Uniti e dei paesi
occidentali: formalmente impegnati nel garantire il rispetto dei diritti umani nel
mondo, ma in realtà interessati solo a tutelare i loro interessi geopolitici e
commerciali. In Yemen non c’è la copertura ideologica dell’ esportazione della
democrazia, si esportano semplicemente armi.

VINCENZO R. BATTAGLIA

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