LE LEZIONI DI LEHMAN

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Nonostante siano  passati 10 anni da quell’infausto 15 settembre 2008, giorno del fallimento della banca d’affari Lehman Brothers, il ricordo di questo evento è ancora ben impresso nella memoria collettiva.

Le immagini dei dipendenti  che uscivano  dai propri uffici con degli scatoloni contenenti i propri effetti personali possono essere paragonate, per la loro valenza emotiva, a quelle delle Torri Gemelle che crollano miseramente.                                                                         Lehman infatti non era una banca qualsiasi: era la quarta banca d’investimenti per dimensione negli Usa, aveva una storia di oltre 150 anni alle spalle.                                         Il suo fallimento rappresenta il punto più acuto e simbolico della Grande Recessione iniziata con i mutui subprime e da molti ritenuta come la peggior crisi economico-finanziaria dai tempi della Grande Depressione.

Tuttavia, lo scopo di questo articolo non è quello di soffermarsi sugli effetti economico-finanziari della vicenda, in questo chi scrive non ha né i mezzi né tanto meno le competenze per farlo. Ciò che interessa è piuttosto analizzare i risvolti ideologici di ciò , tanto peculiari quanto perversi.

La nutrita compagnia di nemici del capitalismo, all’epoca, trasse una sadica soddisfazione dal fallimento di Lehman: finalmente il capitalismo mostrava il suo vero volto, rapace e senza scrupoli, propenso a distruggere i risparmi faticosamente accumulati da famiglie e piccole imprese. Vi è indubbiamente una lezione culturale da imparare da quella crisi, ma essa è molto più profonda del catastrofismo da autocelebrazione degli intellettuali di sinistra.

A livello puramente tecnico, la crisi fu causata da un motivo intrinsecamente semplice: molte banche investirono su titoli il cui appoggio era fornito da mutui di bassa liquidità e affidabilità. Il crollo dei valori immobiliari iniziato nell’estate 2007 portò molti proprietari a possedere case il cui valore era inferiore al mutuo contratto.

È sicuramente vero che Lehman, in questo caso specifico, si assunse rischi eccessivi, anche se la realtà dei fatti è più complessa. Gli strumenti finanziari escogitati a tal proposito, tanto ingegnosi quanto malefici, fecero si che Lehman( come molti altri soggetti )  non fosse perfettamente a conoscenza del rischio dei titoli acquistati. Se infatti si può essere avventati ma razionali nel fare una scommessa con alti rischi, è totalmente irrazionale accettare una scommessa della quale neppure si conoscono i rischi. Un po’ come guidare con gli occhi bendati senza nemmeno conoscere la velocità del veicolo.

Se tutti i mercati si basano su regole comportamentali che forniscono una certa consapevolezza sui rischi assunti, quelli finanziari sono invece caratterizzati da elementi diversi: richiedono il costante controllo di una authority che valuti i rischi dei loro prodotti. Ciò non avvenne, dopo molti anni all’insegna della deregulation,  con le conseguenze che ben conosciamo.

In conclusione, ciò che il fallimento di Lehman ha mostrato non sono  tanto i limiti del capitalismo in quanto tale, ma i limiti di uno specifico capitalismo , il cosiddetto anarco-capitalismo  caratterizzato nella cieca fede verso le capacità auto gestionali del mercato. E come tutte le fedi, procede a dogmi e senza il sostegno di fatti.                                                  È una lezione indubbiamente importante ,ma ben lontana dalle visioni catastrofiste di una certa parte di sinistra che vede il capitalismo la fonte di ogni male.

  ANDREA MARROCCHESI

 

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