CARLO COTTARELLI PER SPAZIO POLITICO

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Spazio Politico ha intervistato il Professor Carlo Cottarelli, ex direttore del Fondo Monetario Internazionale, commissario alla spending review e capo dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani su alcuni temi di attualità. Ringraziamo il professor Cottarelli per l’interesse mostrato verso il nostro progetto.

Professor Cottarelli, lei è stato commissario alla spending review nel governo Renzi. In base alla sua esperienza, indicativamente a quanto ammonta la frazione di spesa pubblica “aggredibile” con tagli?

Quando ho ricoperto il ruolo di commissario alla spending review, avevo formulato un piano per risparmiare 30 miliardi in 3 anni. Chiaramente si parla di un lavoro di 4 anni fa, alcune cose sono state fatte, però al contempo altre speso sono aumentate. Comunque penso che ridurre la spesa di circa 20- 30 miliardi nell’arco di pochi anni sia fattibile e non richieda interventi straordinari.

In questa settimana il Decreto Dignità approda in Parlamento. Lei come si esprime sui contenuti di questo decreto? Uno degli obiettivi dichiarati è smantellare il Jobs Act.
La parte che mi piace di più è quella concernente la ludopatia, un problema che va affrontato seriamente. Gli altri contenuti  mi piacciono un po’ meno. È vero che non sono cambiamenti enormi ma alcuni interventi possano produrre effetti indesiderati.                             Un esempio è il lavoro precario: nonostante sia prioritario ridurlo, porre vincoli ai contratti a termine può risultare non nella mancata creazione di posti a tempo indeterminato, ma anche in una prematura conclusione dei suddetti contratti a termine. In questa logica va letta la stima dell’INPS di 8000 posti di lavoro persi annualmente: non è una cifra esorbitante, però ha comunque attirato attenzione. Il lavoro precario può essere ridotto solo attraverso un aumento della crescita, che ancora è debole.

Forza Italia ha proposto un emendamento per estendere il regime forfettario per le partite Iva, una flat tax limitata.

Sicuramente l’abbassamento delle tasse, le semplificazioni ed i regimi forfettari sono misure corrette, però la loro applicazione non può prescindere dalla sostenibilità fiscale. Purtroppo non abbiamo molto spazio per quello che riguarda eventuali perdite di gettito.

Di Maio ha promesso flat tax e reddito di cittadinanza già nella prossima Legge di Bilancio, stessa cosa ha fatto il ministro Tria che però ha parlato di introduzione graduale.

Beh, è probabile che anche di Maio abbia in mente un’implementazione graduale e non istantanea. La flat tax costerebbe 50 miliardi, il reddito di cittadinanza 17: aggiungere 67 miliardi al deficit non è concepibile. Va anche visto se un’implementazione graduale è sostenibile, alla luce dell’elevato debito pubblico italiano.

Lei come si esprime sulla flat tax e sui suoi potenziali effetti?

Sulla flat tax si può essere d’accordo o meno sugli effetti di redistribuzione del reddito, che si sposterebbe verso i ceti più ricchi, il che personalmente non mi pare una grande idea. Resta comunque l’occorrenza di reperire finanziamenti certi, e non limitarsi a sperare che la riduzione delle aliquote venga compensata da una minore evasione e da un’esplosione dei consumi del Pil. È una scommessa rischiosa secondo me.

Sul debito pubblico: Usa e Giappone hanno un rapporto debito/Pil superiore o paragonabile al nostro. Inoltre buona parte del debito pubblico di questi paesi e anche dell’Italia è detenuto dai istituzioni nazionali e cittadini. Un parallelismo confortante?

Si  possono tirare fuori numerose argomentazioni. Il problema è che l’Italia non ha una storia “affidabile” come quella di Usa e Giappone circa il debito pubblico.Seppur non abbia mai “ripudiato” il proprio debito pubblico,  l’Italia ha vissuto varie crisi di fiducia circa i titoli di Stato: abbiamo avuto la crisi del 1992, quella del 2011-12, e negli Anni 70 abbiamo anche ricevuto dei prestiti dal Fondo Monetario Internazionale.                                                             Inoltre l’ammontare dei titoli di Stato detenuto dalle istituzioni nazionali è più basso rispetto al Giappone, paese che ha sempre goduto della fiducia dei mercati. Siamo sicuri poi che gli investitori italiani siano “patriottici” come quelli giapponesi, evitando di vendere titoli di Stato ,anziché comprarli, in momenti di pressione dei mercati sulle obbligazioni dei titoli di Stato ? . Dunque, per una serie di motivi storici e finanziari, siamo più vulnerabili rispetto ad altri paesi che hanno comunque un debito elevato.

Da gennaio 2019 il quantitative easing della BCE finirà. Come reagirà l’economia italiana a ciò?

Un aumento dei tassi d’interesse graduale in Europa potrebbe essere assorbito in modo relativamente tranquillo. La scadenza media dei nostri titoli di debito è di 7 anni circa, quindi per avvertire un reale impatto dell’aumento dei tassi sulla spesa per interessi richiede parecchio tempo. Lo scenario ben preoccupante è invece quello di una decelerazione della crescita, a livello nazionale ed europeo. Una crescita minore ed un peggioramento del rapporto debito/Pil renderebbe l’Italia una vittima facile delle grandi speculazioni finanziarie.

Passando al Mondo: l’economia globale, ora in piena ripresa, guarda con preoccupazione ai dazi di Trump, paragonandoli a quelli degli Anni 30.

Il paragone con gli Anni 30 è eccessivo, però la paura è comunque legittima. Questo vale anche per l’Italia: avendo poche possibilità di stimolare la domanda interna tramite una maggiore spesa pubblica, a causa dei vincoli di bilancio, la domanda estera è cruciale. Si scatenasse una guerra commerciale per noi sarebbe un grosso problema, già i dazi limitati su acciaio e alluminio stanno generando effetti negativi.

L’export è davvero il traino dell’economia nostrana?

Al momento non molto. Le nostre esportazioni sono andate sicuramente bene negli ultimi anni, però meno rispetto ad altri paesi; inoltre,  negli ultimi mesi il saldo delle partite correnti è peggiorato. Rispetto a 20 anni fa ,prima dell’avvento dell’euro, abbiamo  perso competitività in termini di costi di produzione. La perdita è avvenuta nei primi 10 anni di vita dell’euro, poi si è ridotta ma è ancora rilevante.

Il ministro Tria ha promesso nuovi investimenti nelle infrastrutture ed un “congelamento” della spesa corrente. Edilizia e costruzioni possono davvero riportare l’economia italiana a pieno regime?

Bisogna avere una forte fiducia nel potere taumaturgico degli investimenti pubblici in infrastrutture, che personalmente non ho. Guardi la Spagna: ha recuperato molto bene a seguito della pesante crisi occorsa nel settore edilizio, e la sua crescita negli ultimi anni non è stata trainata da quel settore. Aumentare gli investimenti in infrastrutture determina un aumento del Pil; se però si riduce la spesa corrente l’effetto viene ridimensionato. Non credo sinceramente che gli effetti di “ristrutturazione” della spesa producano questi effetti benefici, ed un aumento complessivo della spesa purtroppo non possiamo permettercelo. Inoltre, un aumento della spesa aumenta al meglio il livello del PIL ma non il suo dato di crescita di medio termine. Ciò che serve è invece una crescita sostenuta che si protragga per alcuni anni.

Lega e 5 Stelle non hanno mai nascosto il desiderio di smantellare, anche solo in parte, la riforma Fornero. Fino a che punto le coperture rappresentano un problema?

Le coperture rappresentano il problema centrale. Se non ci fosse questo problema, si andrebbe in pensione prima e tutti saremmo più felici, ma purtroppo questo aspetto di sostenibilità finanziaria non può essere ignorato. Questo anche alla luce del fatto che la spesa per la previdenza pensionistica  è la voce del bilancio che ha visto l’incremento maggiore nell’ultima decade, mentre altre voci del bilancio hanno già sostenuto il peso degli aggiustamenti. Non si può dunque pensare di eliminare in toto la Fornero senza adeguati finanziamenti.

Domanda a margine delle pensioni: l’automazione ci salverà dal declino demografico? E renderà il peso della spesa previdenziale più sostenibile?

L’innovazione tecnologica è di per sé positiva: senza di essa oggi ci sposteremmo ancora con cavalli e carrozze. Ovviamente essa comporta degli inevitabili aggiustamenti, ma il valore del suo contributo è innegabile: senza di essa la crescita della produttività del lavoro e quindi del benessere sarebbe molto più lenta e debole. Va poi detto che negli ultimi anni, al di là delle apparenze, il progresso tecnologico è stato più lento rispetto alla rapidità del secolo scorso.

E invece l’immigrazione che ruolo può giocare?

Un paese come l’Italia non deve avere paura di un’immigrazione regolare: gente che viene qui regolarmente per lavorare va benissimo, considerando che la nostra popolazione non solo non cresce ma addirittura si riduce. Sottolineo però l’immigrazione regolare: i possenti flussi irregolari che hanno caratterizzato gli ultimi anni sono difficilmente sostenibili e giustificabili. Comunque, ribadisco che un’immigrazione regolare e qualificata è positiva per l’Italia.

ANDREA MARROCCHESI

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