Thomas Sankara, il rivoluzionario burkinabè

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Se fossero riusciti a realizzare il proprio sogno personaggi come Patrice Lumumba, Samora Machel e Kwane Nkrumah, forse sarebbero stati decisivi per una reale indipendenza politica ed economica dell’Africa. I loro ideali panafricani però, cozzavano con quelli dei grandi potentati economici occidentali e minacciavano lo status quo di un continente che aveva troppe risorse per essere “lasciato in pace”. Così quando si dice “Aiutiamoli a casa loro”, bisognerebbe ricordare che chi lottava per vedere gli stati sotto il Sahara veramente liberi di scegliere un proprio destino, è stato fatto fuori con la complicità delle grandi democrazie atlantiche. Tra chi ha dedicato la propria vita per il riscatto dell’identità africana, forse il più carismatico è stato Thomas Sankara, il Che Guevara africano

Sankara nacque in quella che era l’Africa Occidentale Francese nel 1949 da una famiglia del più popoloso gruppo etnico della regione, il Mossi burkinabè. A undici anni vide la sua terra diventare indipendente: nel 1960 infatti la Repubblica dell’Alto Volta, il fiume che attraversa il Corno, acquisì la sua indipendenza dalla Francia.  Nel paese però vi erano un analfabetismo dilagante, che colpiva quasi tutta la popolazione, ed un’altissima mortalità infantile. Era uno dei paesi più poveri al mondo, con un’economia essenzialmente rurale. Queste condizioni portarono ad un’instabilità politica endemica. Nel 1966 infatti, l’allora presidente Yamèogo fu costretto a dimettersi in seguito ad un golpe ed il potere passò nelle mani del generale Lamizana. Proprio  quello stesso anno Sankara, finiti gli studi e conseguito il diploma, scelse la carriera militare. Nella scuola bellica locale il giovane si distinse subito per le sue doti che gli permetteranno di accedere, nel 1969, all’Accademia militare di Antisirabe, in Madagascar. Gli anni qui trascorsi saranno decisivi per la sua formazione ideologica: in questa nazione infatti assistette al periodo rivoluzionario degli anni 1971-72 contro l’allora presidente del paese Tsiranana e trovò nel Marxismo-Leninismo la sua nuova fede, per lui Senza formazione culturale e politica, un militare non è che un potenziale criminale“. 

Torna nel suo paese nel 1972 e subito dopo viene acclamato come eroe della guerra di confine contro il Mali. La sua carriera militare continua in ascesa e nel 1976 diviene comandante del campo di addestramento della cittadina di Po. D’altra parte, al suo ritorno il guerriero burkinabè aveva ritrovato un paese sul lastrico, vittima di colpi di stato, povertà, corruzione, malattie e sfruttamento. Ciò non fece che rafforzare le sue convinzioni rivoluzionarie. In aperto contrasto con l’allora colonnello e presidente Saye Zerbo, salito al potere neutralizzando il suo predecessore, nel 1980 crea insieme ad altri giovani militari il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti, un’organizzazione segreta che si opponeva al potere delle alte sfere dell’esercito e della politica. D’altra parte nei militari e nella popolazione il futuro Che Guevara d’Africa godeva al tempo di una popolarità immensa dovuta soprattutto alla sua integrità morale e il capo di stato Zerbo aveva compreso che un personaggio così amato era meglio averlo tra i propri alleati che non nelle file nemiche. Per questo nel 1980 fu offerta a Thomas Sankara la carica di sottosegretario per l’informazione. Sankara accetta, ma vi è una palese incompatibilità  tra il giovane ufficiale e i suoi nuovi alleati: tutte le sue iniziative furono ignorate e  il patto con il colonnello Zerbo dura molto poco. La sua figura era pericolosa per l’establishment: il giovane comandante era un personaggio umile e semplice, uno che andava alle riunioni del governo in bicicletta, il suo modo di fare politica così sobrio non era ben visto dalle alte sfere del potere locale che vivevano nel lusso. Si dimise per protesta contro il comportamento autoritario dell’esecutivo verso i sindacati. Nel 1983, dopo alterne vicende tra cui un arresto e dopo il golpe guidato da Jean-Baptiste Ouèdraogo, a Sankara viene data un’altra possibilità: il Consiglio di Salute pubblica, a capo del paese, gli offrì la carica di Primo ministro. La sua immensa simpatia tra le fasce meno abbienti della popolazione locale non poteva essere ignorata. Tuttavia, anche con Ouèdraogo si ebbe un crescente contrasto che portò al secondo arresto del rivoluzionario burkinabè. Questo atto avrebbe dovuto portare alla definitiva caduta di Sankara, provocò invece ulteriore malcontento nel popolo e nell’ esercito e  Sankara godeva ormai del consenso di quasi tutti i ranghi. I suoi seguaci in breve tempo presero il controllo del paese e nel 1984, con la deposizione di Ouèdraogo, venne proclamato capo di stato. Salito al potere, il presidente ribelle (altro suo soprannome) si adoperò per migliorare la vita del suo popolo e rendere l’Alto Volta un paese economicamente libero dalle ingerenze occidentali: avviò una massiccia campagna di vaccinazioni, contro malattie come la febbre gialla e la meningite, e favorì la diffusione di contraccettivi, contro l’AIDS; fece costruire ospedali e ambulatori di primo soccorso in ogni villaggio; combatté l’analfabetismo facendo edificare scuole; si adoperò per migliorare la condizione sociale della donna vietando pratiche tribali come l’infibulazione, la poligamia e favorendo la loro partecipazione alla vita politica del paese; si adoperò per combattere la desertificazione della sua nazione facendo piantare milioni di alberi, costruendo bacini idrici contro la siccità e magazzini per lo stoccaggio dei raccolti. La classe dirigente vide tagliarsi gli stipendi e dovette rinunciare alle costose Mercedes per comuni Renault. Per lui fare politica voleva soprattutto dire essere al servizio del cittadino. “Non possiamo essere la classe dirigente ricca in un paese povero”, questa era in sintesi l’idea di politica del giovane presidente che come atto più significativo cambiò il nome del suo stato: da Repubblica dell’Alto Volta a Burkina Faso che nel linguaggio del suo popolo voleva dire “La terra degli uomini integri”.

“Dopo essere stati schiavi, siamo ora schiavi finanziari. Dobbiamo avere il coraggio di dire ai creditori: siete voi ad avere ancora dei debiti, tutto il sangue preso all’Africa”, con queste parole Sankara si fece leader di una lotta senza quartiere contro il debito dei paesi africani. Una lotta che stava facendo proseliti tra i popoli africani e che per questo preoccupava le cancellerie occidentali. La sua gente si si sarebbe liberata da tutti gli attori esterni, come multinazionali o ex-imperi coloniali, che la avevano sfruttata negli anni dell’imperialismo e nella fase della decolonizzazione con la complicità di una borghesia africana interessata più al dollaro americano che al destino dei propri connazionali. Con questo discorso Sankara nel 1987 ad Addis Abeba presso l’Organizzazione dell’Unità africana denuncia pubblicamente la truffa del debito che rendeva di fatto gli stati africani di recente indipendenza ancora colonie dei vecchi padroni europei e rivendica il sogno panafricano di riscattare il continente e la sua identità culturale. Sankara fu certamente un visionario che ebbe comunque il coraggio di dire che l’esistenza di un’Africa fatta di nazioni libere, forti, unite e solidali tra loro non doveva solo essere un’illusione, ma un obiettivo comune. Il suo sogno si sarebbe però bruscamente fermato quello stesso anno: il 15 ottobre venne assassinato durante l’ennesimo colpo di stato nel suo paese e a tradirlo e a guidare la rivolta contro di lui fu il suo, fino ad allora, fedele seguace Blaisè Compaorè. sankara..jpgLa sua rivoluzione e i suoi insegnamenti però non furono dimenticati. Il giovane presidente infatti non solo riuscì a migliorare le condizioni del suo popolo, ma mostrò al mondo intero come anche i paesi sub-sahariani potessero avere le capacità per liberarsi dalle condizioni di indigenza in cui riversavano. Forse se avesse potuto proseguire nel suo operato ed essere d’esempio per altri leader dell’Africa, oggi il continente nero avrebbe una storia diversa.

MARCO CRIMI
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