Ma…la Brexit?

Standard

Eravamo tutti pronti; da allora in poi il 23 Giugno 2016 sarebbe stato per sempre ricordato come il giorno in cui “i britannici lasciarono l’Unione Europea”. Sarebbe presto diventata una data da ricordarsi a memoria, un capitolo futuro in un libro di Storia per le scuole ed il giorno esatto che sanciva, simbolicamente, il crollo dell’UE per l’euforia dei famosi “euro-scettici”. Ma come si dice, tra il dire e il fare ci sta di mezzo il mare. E guarda caso la Gran Bretagna è proprio un’isola.

Per cominciare David Cameron, del Partito Conservatore ed allora Primo Ministro, aveva indetto il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea pur schierandosi a favore del Remain; ma d’altra parte lui non voleva uscire, voleva solo che l’UE si “spaventasse” per giungere più facilmente a certi accordi tra Londra e Bruxelles. Così, vista la vittoria del Leave si era dimesso per far posto a Theresa May che prontamente nominava David Davis ministro per la Brexit e Boris Johnson agli Esteri. Intanto però eravamo già al 13 Luglio 2016. La May voleva fare veloce e, forte della “volontà popolare”, applicava l’art. 50 del TUE, quello disciplinante il diritto di recesso degli Stati Membri. Gli facevano però notare che il referendum era consultivo e non vincolante e perciò doveva essere il Parlamento ad approvare una legge che attivasse l’art. 50. Glielo faceva sapere il 24 Gennaio 2017 la Corte Suprema del Regno Unito, adita per la circostanza. Ma la Brexit è “la sfida più grande” che attende Theresa May che non si scomponeva, faceva passare la legge e il 29 Marzo dello stesso anno riusciva finalmente a consegnare a Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo, la lettera che invocava l’articolo 50 TUE.  Una cosa, se non altro, ora diventava certa: il 29 Marzo 2019 i trattati che legavano Regno Unito e Unione Europea decadevano, a meno che non si fosse trovato un accordo tra le parti prima. A questo punto, a pochi giorni dall’inizio dei negoziati con Bruxelles, perché non indire elezioni anticipate allo scopo di rafforzare il Primo Ministro per poi mandarlo, forte del consenso popolare, a trattare con l’UE? Siamo all’8 Giugno 2017 e per la May è il giorno di un clamoroso flop. Perde seggi, perde consensi, perde popolarità. Le elezioni le vince sì, ma considerate l’aspirazioni iniziali è come averle perse. Il parlamento è bloccato e la donna che avrebbe dovuto condurre il Regno Unito fuori dall’UE è sempre più debole. La stessa però compone un nuovo governo, si rimbocca le maniche e continua a sostenere l’Hard Brexit per un’uscita netta e senza residui. Ma a Dicembre la stessa May concorda con l’UE che il Regno Unito continuerà ad aderire alle quattro libertà richieste (libera circolazioni di merci, capitali, persone e servizi) per poter continuare a partecipare al Mercato Comune Europeo anche dopo il 29 Marzo 2019 finché non troverà una soluzione per poter controllare i flussi da e verso la Repubblica d’Irlanda. Insomma, prime avvisaglie invece di una Soft Brexit; un’uscita più morbida nella quale il legame con l’UE non verrebbe tranciato completamente. Mesi dopo viene anche raggiunto l’accordo di massima circa il cosiddetto “periodo di transizione” che, anche dopo il 29 Marzo 2019, lascerebbe tutto comunque invariato, tra UK e UE, fino al 31 Dicembre 2020. Fino a giungere ai giorni nostri; il 6 Luglio il Primo Ministro britannico ha concordato l’opportunità di perseguire un accordo per un’area di libero scambio con l’UE anche dopo la Brexit. Questo ovviamente non è piaciuto a chi, nel Partito Conservatore, continua a sostenere che sia la Camera dei Comuni che la Camera dei lord, così facendo, rimarrebbero comunque oscurate dall’Unione Europa anche post Brexit (Soft). Quel qualcuno, convinto sostenitore della Hard Brexit, stavolta non solo ha sbottato ma si è anche dimesso. Si tratta di figure chiave però nel governo May: proprio il ministro degli Esteri Boris Johnson, quello per la Brexit David Davis con il suo vice Steve Baker. Per Davis infatti la creazione di un’area di libero scambio tra Unione Europea e Regno Unito è una strategia insostenibile poiché lascia comunque il controllo di larghe porzioni dell’economia britannica all’UE e non restituisce certamente in senso effettivo potere al Parlamento britannico. La May perde così due dei suoi più accaniti sostenitori della Brexit (Hard, però) e rischia ora il voto di sfiducia. Lo stesso Johnson potrebbe sfidare la May in caso di nuove elezioni, visto che non ha mai fatto mistero di voler diventare premier. La May è di nuovo ferita quasi mortalmente, in uno stallo messicano con la sua sfida personale e i suoi nuovi rivali politici. Ha fatto l’errore di cambiare idea e virare su una politica più Soft? Probabilmente sì. Diciamo che ha sbagliato almeno quanto quelli che si stanno pentendo di aver votato Leave ormai più di due anni fa. Perché sì, pare che esistano anche questi e siano anche molti. Se il governo cadrà e ci saranno nuove elezioni potrebbero paradossalmente vincerle anche vecchi sostenitori del Remain, per generare uno scenario che creerebbe spaesamento sia a Londra che a Bruxelles. La “frittata”, comunque, ormai sembra fatta e perciò torna utile un vecchio aforisma di  Aristotele: “ogni popolo ha il governo che si merita”.

In attesa di nuovi aggiornamenti.

NICCOLO’ BELLUGI

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...