AIUTARLI ( PER DAVVERO) A CASA LORO

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Come tutti ben sanno, il recente vertice del Consiglio Europeo ha avuto l’immigrazione come argomento centrale.

Non poteva essere altrimenti, verrebbe da dire: le crisi migratorie  interessano l’Europa ininterrottamente da 3 anni. E nonostante l’accordo con la Turchia abbia chiuso la rotta balcanica, i paesi del Mediterraneo, in primis l’Italia , si sono dovuti far carico di praticamente la totalità dei migranti originari dell’Africa subsahariana che sono poi salpati dalle coste nordafricane, principalmente quelle libiche.

Ed è stata proprio l’Italia la protagonista di quest’ultimo vertice europeo, grazie alle muscolari politiche del  Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il leader leghista non si è solo limitato a perorare la propria battaglia contro le ONG ed a cercare una maggiore collaborazione con altri paesi europei : da alcuni anni Salvini chiede infatti che l’immigrazione venga bloccata alla fonte, attraverso una serie di misure.  Oltre alla creazione di hotspot in Africa per distinguere fra profughi veri e migranti economici, Salvini( e non solo lui) ha sempre asserito che “aiutarli a casa loro” sia una ricetta imprescindibile per ridurre questi flussi migratori epocali, i più grandi degli ultimi 70 anni.

Si tratta sicuramente di un’idea lodevole e corretta ma, come spesso accade,  le buone intenzioni non sono corredate da una programmazione definita. Come fare, dunque, per aiutarli davvero a casa loro?

È un interrogativo ovviamente complicatissimo, e di certo questo articolo non fornirà una risposta definitiva, ma comunque tentar non nuoce.

Partiamo con un po’ di numeri: l’accordo europeo dei giorni scorsi ha  stanziato 500 milioni di euro a favore dell’Africa. Può sembrare una cifra imponente, ma in realtà non lo è: basti pensare che l’accordo con la Turchia è costato all’UE ben 6 miliardi, e di questi 500 milioni una buona parte verrà spesa in Libia. Il punto della questione, però, è un altro: siamo davvero sicuri che questi soldi, tanti o pochi che siano, aiuteranno i paesi africani? Vogliamo continuare davvero ad alimentare questa logica pluridecennale di aiuti allo sviluppo?

Quelle che a prima vista sembrano domande retoriche e provocatorie, in realtà non lo sono: in fondo, fin dagli Anni 50, i paesi industrializzati e le principali organizzazioni internazionali( l’ONU e le sue agenzie soprattutto) hanno destinato svariate centinaia di miliardi di dollari per far uscire l’ Africa dal sottosviluppo. Nonostante l’Africa abbia innegabilmente compiuto dei progressi in numerosi settori socio-economici da allora( crescita del Pil e reddito pro-capite, diminuzione mortalità infantile e materna, riduzione analfabetismo, maggior accesso a cibo ed acqua potabile ecc.), tali progressi si sono dimostrati molto più lenti rispetto ad altre aree geografiche precedentemente sviluppate, come l’Estremo Oriente, che ha ottenuto risultati molto migliori con molti meno aiuti.

A questo punto, si ripresenta inevitabilmente lo stesso interrogativo: Come far uscire l’Africa dal suo atavico sottosviluppo?

Mi  viene da pensare che noi( intesi come europei) non possiamo fare più di tanto per l’Africa rispetto a ciò che abbiamo già fatto: molto dipenderà da quello che faranno loro e da quali regimi politici si daranno, poiché tutti sanno che le dittature e la corruzione sono dei mali che attanagliano l’Africa fin dalla decolonizzazione, evento che, in chiave retrospettiva e al di là del politically correct, possiamo definire come fortemente destabilizzante per gli equilibri economici e geopolitici del Continente Nero, a causa della scarsa maturità dimostrata da numerosi Stati africani nel gestire un sistema democratico .

Una cosa che possiamo sicuramente fare, però, è aprire i nostri mercati ai loro prodotti, cosa che l’Unione ostacola in vari modi. Inevitabilmente, se gli africani non possono produrre le loro merci in loco per poi esportarle qua, l’emigrazione verso l’Europa vista come Eldorado è inevitabile. Ogni apertura commerciale sarebbe un passo in avanti per la risoluzione della crisi migratoria.

È vero che attualmente l’Africa,  pur essendo ricchissima di materie prime, non è molto competitiva nel produrre prodotti finiti che interessano agli occidentali; ma tutti siamo stati cacciatori e raccoglitori in passato, poi sono arrivate le rivoluzioni agricola e industriale. Con mercati europei aperti l’Africa seguirebbe questo percorso in maniera più rapida.

Sulla questione degli aiuti e dello sviluppo, mi è capitato di leggere un bellissimo libro, intitolato La Carità che Uccide ,dell’economista zambiana Dambisa Moyo, laureata ad Oxford con esperienze alla Banca Mondiale, Goldman Sachs e Barclays.

Questo bestseller rovescia infatti totalmente il paradigma degli aiuti . spiegando come essi abbiano creato una pericolosa dipendenza per i paesi subsahariani e siano spesso finiti ad ingrossare il portafoglio del dittatore di turno , contribuendo ad acuire varie problematiche. La Moyo nella sua opera ha invocato investimenti piuttosto che aiuti.

Per fornire un esempio pratico di ciò, basti pensare all’esempio delle Tigri Asiatiche, ovvero Hong Kong, Singapore, Taiwan e Sud Corea: esse hanno perseguito la strada dello scambio economico e commerciale anziché quella dell’aiuto politico-finanziario  e, pur essendo privi di materie prime, questi paesi hanno raggiunto in pochi decenni una prosperità al pari di quella occidentale, di fatto senza beneficiare di aiuti.

Fare accordi di training e studio per la classe dirigente locale, aiutare a sviluppare la loro economia nei settori preponderanti, aprire i nostri mercati e condividere il know-how: solo con queste ricette si potrà veramente dire di aiutare gli africani a casa loro.

“Se vedi un affamato non dargli del riso: insegnagli a coltivarlo” diceva Confucio.

Era il VI secolo a.C. Sembra oggi.

ANDREA MARROCCHESI

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