Quello che la sinistra non ha capito

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Fascisti, populisti, pericolosi, forcaioli, reazionari, antidemocratici ed eurofobici. Mentre il governo Lega-M5S ottiene la fiducia in Parlamento, i suoi detrattori appartenenti alla sinistra politica e culturale non si sono risparmiati. Subito si sono alzate le barricate contro l’alleanza Di Maio-Salvini. Dal perenne Ur-fascismo al classico ritorno al Medioevo  sono piovute piogge di accuse nei confronti dei “giallo-verdi”: dal segretario del Pd Martina a Vittorio Zucconi passando da Scalfari e Orfini tutti hanno espresso il loro sdegno nei confronti del nuovo esecutivo. Questo governo rappresenta per loro la peggiore disgrazia accaduta agli italiani in 70 anni di Repubblica. L’invettiva sul fascismo eterno non manca mai ed è ancora perenne nella dialettica di questa ala politica del paese che ormai da anni ci etichetta in maniera frettolosa e sbrigativa movimenti democratici che hanno idee diverse giudicate sgradite.

“Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà più”

Cosi scriveva Pasolini nei suoi Scritti Corsari, parole che furono profetiche e, oggi come non mai, attualissime. Quello che però sembra mancare è un’analisi sul perché la sinistra continui a perdere. La stagione politica del  renzismo, partita in pompa magna alle Europee del 2014, ha rappresentato, alla fine, l’apice di un percorso che, avviatosi negli anni del PDS, ha eroso i consensi dei progressisti. Il progressivo rincorrere l’elettorato moderato e centrista, il continuo tentativo di sfondamento nell’area berlusconiana ha portato solamente al divorzio con l’elettorato tradizionale: quello degli ultimi della globalizzazione, del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. La sinistra, in questi anni, ha abbandonato qualsiasi rivendicazione o tema sociale che la legava al popolo dei lavoratori, dei disoccupati, di quelli che vivono la crisi ogni giorno. Lo scollamento con i suoi elettori si è fatto evidente durante il corso degli anni. Gli eredi della  famiglia social-comunista non combattono più per la sicurezza economica dei meno abbienti o sembrano inermi nei confronti di chi delocalizza. La sinistra appare lontana da quelle che sono le richieste di chi non vive nei quartieri bene di Roma o Milano ma vive nella periferia degradata e insicura. Vista più come sostenitrice delle èlites e dell’ establishment, è stata proprio per questo punita da quelli che un tempo tutelava da un capitalismo e da una globalizzazione sempre più predatorie o da logiche della Unione Europea che non venivano totalmente capite. La Lega e il M5S invece si sono saputi aprire verso queste fasce di malcontento oramai senza guida e senza rappresentanza. I due partiti antisistema sono venuti in soccorso di chi in questi anni stava annegando sommerso dalla crisi economica come gli esodati. La sinistra invece è stata quella del ”accettiamo il mondo così come va perché questo in fondo è il progresso e non può essere cambiato”.

“In questo tempo di crisi e difficoltà ci impegniamo a dare sostanza alla previsione contenuta nel primo articolo della nostra Costituzione, che fonda la Repubblica sul lavoro. Vogliamo costruire un nuovo patto sociale trasparente ed equo, fondato sulla solidarietà ma anche sull’impegno, consapevoli che solo con la partecipazione di tutti allo sviluppo del Paese potremo garantire un futuro di prosperità anche ai nostri figli.”

Queste sono state le parole del discorso di Giuseppe Conte al Senato, se voi foste un tesserato FIOM di Pomigliano d’Arco o un giovane laureato che teme di fuggire dal paese votereste questa alleanza o il PD del Jobs Act?

MARCO CRIMI
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