Fabrizio Maronta per Spazio Politico

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L’ accordo M5S-Lega porterà dei cambiamenti nel ruolo geopolitico italiano? La Siria continua a bruciare e nella Terra Santa è viva la minaccia di una nuova Intifada. Come sta il Medio-Oriente? Dopo i recenti fatti di Parigi quanto è viva la minaccia dello Stato islamico? Ho avuto l’opportunità di parlare soprattutto di questi temi con Fabrizio Maronta, responsabile delle relazioni internazionali della rivista italiana di geopolitica Limes

Dott. Maronta se l’accordo M5S-Lega andasse in porto, quali potrebbero essere gli sviluppi con la UE, gli alleati atlantici e la Russia?

“Cominciamo a dire che questa trattativa se andrà in porto, produrrà un risultato talmente spurio e fragile che non consentirà probabilmente l’esplicarsi di un’azione di governo davvero articolata e duratura. L’impressione, francamente non da oggi ma dall’indomani delle elezioni, è che la presunta affinità tra populismi sia una sorta di specchietto per le allodole, o una sorta di finta percezione che in realtà copre le profonde differenze, le inconciliabilità tra 2 movimenti che hanno radicamenti territoriali, storie alle spalle e priorità difficilmente componibili. Fatta questa premessa e detto che io non credo all’ipotesi di un governo M5S-Lega, soprattutto di un governo che risulti veramente tale e che governi oltre l’orizzonte di pochi mesi e di una nuova legge elettorale che serva ai due movimenti per tentare di andare nuovamente alle urne, ottenendo un risultato un po’ più spendibile in vista di una formazione di governo con una maggioranza più solida, detto questo, se vogliamo fare un’ipotesi dell’irrealtà e quindi di un governo M5S-Lega che effettivamente non sia quello che abbiamo detto ma sia un governo vero, allora i rapporti con  l’Unione Europea sarebbero rapporti difficili, ma non necessariamente molto più difficili di quanto non lo siano già.  Dobbiamo stare attenti a rifuggire dalla tentazione di vedere una sorta di situazione europea bicromatica, dove da una parte ci stanno i governi europeisti buoni e dall’altra ci stanno i governi populisti cattivi. Che voglio dire? Voglio dire che l’ Italia è in una condizione di oggettiva e strutturale difficoltà rispetto ad alcuni dossier impellenti e caldi dell’Unione Europea. Ne cito in particolar modo due, che sono i più rilevanti quantomeno nell’immediato: il dossier migratorio e il dossier economico-istituzionale, cioè l’architettura dell’ Euro e come fare a rendere la moneta unica più stabile e resistente ad ulteriori shock che dovessero venire, interni o esterni, nella forma di crisi economica o crisi del debito e quant’altro. Sul dossier migratorio, a prescindere da chi governa a Roma, l’atteggiamento dell’Unione Europea, quantomeno del blocco nordico più l’appendice orientale di Visegràd, mi sembra abbastanza chiaro: l’ultimo bilancio della UE stanzia una quantità discreta di miliardi di Euro da dare all’Italia affinché l’Italia gestisca meglio i flussi migratori.Questo perché ammesso e non concesso che gli europei siano tutti d’accordo sul fatto che, come direbbe qualcuno, questa gente va aiutata a casa propria e quindi bisogna investire sullo sviluppo economico, sociale, civile, commerciale e politico dell’Africa, dico ammesso e non concesso perché in realtà l’Africa resta  purtroppo un agone in cui si compete soprattutto per le risorse e questo non solo da parte di Usa e Cina, ma anche di paesi europei come, per esempio la Francia o l’Inghilterra che hanno settori industriali che dipendono, dal nucleare all’elettrico, in parte dalle materie prime di questa parte di mondo, ma ammesso e non concesso che ci sia un genuino accordo su questo, chiaramente si tratta di un processo di lungo periodo dove deve essere gestita quest’emergenza. Un’emergenza che deve essere gestita, nell’ottica di Europa, secondo quello che potremmo definire come modello turco: il paese che subisce l’impatto perché geograficamente è esposto al flusso, se la deve vedere da solo fondamentalmente e gli si danno dei soldi affinché faccia questo. Quindi l’Italia dovrebbe fare questo. Da questo punto di vista parliamo tanto, anche con giuste critiche soprattutto anche per il sostegno a governi diciamo non presentabili in Africa, di esternalizzazione delle frontiere,ma  forse non c’accorgiamo che in Italia l’esternalizzazione della frontiera consiste nel fatto che la frontiera europea viene spostata sulle Alpi e noi restiamo sotto e siamo lasciati, anche se assistiti economicamente, un po’ a noi stessi. I paesi come la Germania forse hanno più ragione di altri nel chiudersi un po’ di più perché hanno recepito una quantità notevole di migranti in un brevissimo lasso di tempo negli ultimi anni. Altri paesi hanno un po’meno ragione,ma la realtà è questa. Quindi  da questo punto di vista, che noi adottiamo la linea dura o la linea morbida, a Nord delle Alpi l’atteggiamento non cambia granché. L’altro dossier è quello dell’ Euro o quello delle riforme dell’architettura europea che mettano l’Unione in condizione di gestire questa moneta unica, politicamente acefala, in maniera meno precaria e anche meno distruttiva per le economie più deboli dell’Unione Europea. Il vero fulcro di questo processo è quel che rimane della cooperazione franco-tedesca. Bisogna capire se Macron riesce ancora una volta, come del resto la Francia ha fatto in un contesto geopolitico diverso, cioè Guerra Fredda con la benedizione statunitense, a impostare l’ Europa a immagine e somiglianza della Francia, con un processo che preveda alla fine una sorta di sovranità sovranazionale, che poi nell’ottica francese aveva una funzione antitedesca, cioè doveva disinnescare le paure per il ritorno della Germania Ovest prima e soprattutto unitaria dopo il ’91 sulla scena, dopo i disastri delle due guerre mondiali. Chiaramente dall’ altra parte c’è una Germania in una condizione economica molto più forte con un governo di coalizione dove gli equilibri sono piuttosto delicati, afflitta a sua volta da tanti problemi come quello demografico, ma soprattutto con il mercantilismo scolpito nel Dna nazionale, che oppone una resistenza maggiore rispetto alla Germania divisa o quella post-unitaria che in qualche modo doveva fare accettare al resto d’Europa la propria riunificazione. Se questa asse bilaterale ha qualche prospettiva, l’Italia non ne è il fulcro, ma forse una sorta di ago della bilancia : avere un paese che collabora a questo patto o avere una grande economia che non collabora, chiaramente può fare la differenza. Fermo restando che, se è vero che questo processo si gioca molto sul piano dei rapporti di forza economici, noi abbiamo una debolezza intrinseca: il debito pubblico e la dualità territoriale. Abbiamo un Nord agganciato alla sfera del valore tedesco e un Centro-Sud che non lo è. Questo inficia l’azione di un governo che aspiri a rappresentare da Roma il paese intero. Guardando agli Stati Uniti, l’Atlantico è un po’ più largo di quanto non fosse prima e quindi c’è una sorta di disinteresse statunitense per quel che avviene in Italia. Quanto alla Russia, sicuramente Mosca gradisce che Salvini abbia un particolare trasporto per il suo presidente, ma ciò che per essa conta davvero per aggirare le sanzioni e l’antagonismo statunitense è la Germania. Se la Germania collabora con la Russia in virtù dei forti legami economici ed energetici bilaterali, può smussare nei fatti l’antagonismo. La collaborazione italiana è preziosa,anche se forse non determinate. Certo in questo momento per la Russia qualsiasi paese europeo che in qualche modo contrasti la spinta antagonistica a trazione baltico-polacca è bene accetto. Sicuramente un governo in cui la Lega sia un’azionista importante non incontra il favore degli USA. Da qui a ipotizzare che gli Stati Uniti replichino, con la collaborazione tedesca, ciò che fecero con l’ultimo Berlusconi (cioè propiziarne l’uscita di scena favorendo la fase dei governi tecnici), ce ne corre, anche perché l’attuale amministrazione americana fa del “My Country first” una sorta di regola da applicare non solo a se stessa, ma anche agli altri.

Come sta il Medio Oriente dopo quello che è successo in seguito ai fatti di Gaza e gli scontri tra l’esercito israeliano e i manifestanti palestinesi, ma soprattutto come sta il Medio Oriente dopo questi cambiamenti come in Libano dove c’è stato un grande successo elettorale di Hezbollah, cosa sta accadendo?

“Il Medio Oriente sta come è sempre stato: è una regione altamente instabile. Quello che è cambiato è che dal 2003 in poi, in seguito alla rimozione di Saddam Hussein, si sono alterati gli equilibri strategici e questa alterazione, che va di pari passo con l’alterazione degli equilibri strategici a livello mondiale e con il relativo ridimensionamento statunitense, ha provocato un livello di entropia maggiore. Con Saddam è infatti venuto meno l’antemurale al reale o percepito espansionismo iraniano e ora abbiamo uno scontro sempre più evidente tra Israele, monarchie del Golfo a guida Saudita,Turchia da una parte e Iran dall’altra, il quale continua ad avere in quel che resta della Siria, in Hezbollah e in Hamas – nonché nei territori a maggioranza sciita dell’Afghanistan e dell’Iraq – degli ambiti di potenziale influenza. L’Iran, al pari della Turchia e dell’Egitto, può rivendicare un‘identità vera, millenaria e non creata a tavolino dal colonialismo europeo. Credo che ciò giochi un ruolo importante nel protagonismo regionale. Quello che l’Iran sta cercando di fare, con tutti i passi falsi e le contraddizioni di un equilibrio interno difficile, è cercare di riabilitarsi a livello regionale ed essere inserito nei circuiti economici e diplomatici mondiali per rompere quell’isolamento che data dalla rivoluzione khoeminista. Quindi abbiamo una situazione in cui gli USA vogliono essere molto meno un arbitro regionale in Medio Oriente, rispetto a quanto non fossero fino a dieci/quindici anni fa, e in cui le maggiori potenze dell’area (Israele, Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Iran) competono in maniera molto più aperta e cruenta per la loro sicurezza e influenza. Il principale campo di battaglia di questo scontro è stato negli ultimi anni, e continua ad essere, la Siria. Fuori dal contesto siriano, troviamo lo Yemen dove la resistenza Houthi è sostenuta in parte dall’Iran. Resta da capire se gli Stati Uniti possono e vogliono influire in tutto questo. Gli USA continuano ad essere una potenza influente, ma con il cambiare delle amministrazioni cambia anche il loro atteggiamento rispetto alla regione. L’idea alla base dell’accordo sul nucleare stipulato da Obama con Teheran era quella di riabilitare l’Iran per affrancare il più possibile gli Stati Uniti dal Medio-Oriente, complice la “rivoluzione energetica” degli idrocarburi non convenzionali che ha reso l’economia statunitense meno dipendenti dal petrolio medio-orientale. Nel disegno di Obama, la riabilitazione dell’Iran avrebbe consolidato un equilibrio tra le potenze regionali con gli Usa avrebbero in funzione di arbitro esterno, che sarebbe intervenuto qualora una delle potenze locali si fosse rafforzata troppo. Trump ha puntato nuovamente sugli alleati storici statunitensi, cioè Arabia Saudita e Israele,protagonisti di una“strana”alleanza contro l’Iran in Siria. Trump ha denunciato l’accordo sul nucleare iraniano, ma lo ha fatto, secondo me, non per abolirlo completamente, bensì per migliorarlo dal suo punto di vista. Quell’accordo lascia infatti fuori i missili e noi sappiamo che la capacità vettoriale è importante quanto quella di fare la bomba nucleare. Soprattutto – ma questo è un problema che nessuno accordo può risolvere –la tecnologia dell’arricchimento è una tecnologia duale, in cui cioè il salto tra civile e militare è brevissimo. Trump sembra voler utilizzare la tecnica che utilizza sempre: lancia il sasso (le sanzioni e la denuncia dell’ accordo)e poi cerca di portare la controparte al tavolo per negoziare. Il suo obiettivo ultimo non è dissimile da quello di Obama, che poi era lo stesso di Bush: affrancare il più possibile gli Usa dall’essere il poliziotto del mondo. L’agenda di Trump è un’agenda isolazionista tanto quanto lo era quella dei suoi predecessori, almeno dopo la fine della fase interventista neoconservative.

Dopo quello che è successo in Indonesia  e dopo i fatti di Parigi di qualche giorno fa, vorrei sapere che tipo di minaccia è oggi l’Isis, cioè se è più una minaccia territoriale oppure bisogna stare più attenti ad un’ evoluzione in senso qaedista?

Resto convinto che il terrorismo islamista non sia una questione strategica. È piuttosto la cruenta e destabilizzante manifestazione dei profondi cambiamenti sociali e geopolitici che investono il mondo arabo e che dipendono in parte dall’evoluzione demografica di quei paesi (i cui regimi non riescono a fare fronte alle richieste della popolazione)e in parte dallo scongelamento di conflitti latenti dopo la fine della Guerra Fredda. Dobbiamo inoltre tenere conto del fatto che quella parte di mondo ha confini statali sovente arbitrari, di origine coloniale,che bene o male hanno retto fintanto che l’Occidente e la Russia hanno potuto e saputo esercitare un controllo su paesi decolonizzatisi sulla carta, ma di fatto economicamente  politicamente ancora dipendenti dell’Occidente. Questo assetto si va disintegrando, ovvero cambiano le potenze di riferimento (si pensi al ruolo crescente della Cina), il che genera violenza e instabilità, di cui il terrorismo jhiadista è una manifestazione. In questo contesto,lo Stato Islamico ha cessato di essere una minaccia territoriale; proprio la sua dimensione territoriale, del resto, aveva fatto suonare l’allarme nei regimi del mondo arabo, oltre che in Occidente, generando una risposta armata soverchiante. L’errore dell’ISIS verrà appreso come lezione dai movimenti  che seguiranno, e che già si stanno organizzando. È dunque probabile che nel prossimo futuro vi sia un ritorno a forme di terrorismo classiche, la cui strutturazione è facilitata dalla perdurante instabilità di vaste porzioni del Medio Oriente (a cominciare da Siria e Iraq) e dell’Africa (penso in particolare al Sahel). Per questo l’Occidente non dovrebbe voltare le spalle alle poche realtà, come la Tunisia, in cui pur tra mille difficoltà la cosiddetta “primavera araba” non si è volta prematuramente in autunno.

MARCO CRIMI
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