IN DIFESA DEL PIL

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“Se oggi vado con voi a mangiare dal Mcdonald e poi faccio sesso con una prostituta il Pil cresce. Se invece mangio a casa e faccio l’amore con mia moglie il Pil non cresce.”

È con questa battuta che Lorenzo Fioramonti, candidato in pectore al Ministero dello Sviluppo Economico dei 5 stelle, alcune settimane fa aveva illustrato tutta la sua diffidenza verso l’indicatore economico per eccellenza.

Va detto che l’economista docente a Pretoria è in buona compagnia, in quanto da ormai diversi anni in Occidente c’è una letteratura molto fiorente circa l’eccessiva importanza attribuita al Pil nelle nostre vite quotidiane. Per capire come siamo arrivati a questo, però, è necessario fare un viaggio a ritroso nel tempo di diversi decenni.

Il moderno concetto di Pil è nato negli Stati Uniti negli anni della Grande Depressione. Non avendo una contabilità omogena a livello nazionale, le istituzioni di allora dovevano affidarsi a numerosi e diversi parametri, come la produzione industriale o la disponibilità di cibo, per capire se l’economia si stesse espandendo o contraendo . Il Congresso americano allora incaricò il professore di Harvard Simon Kuznets, un emigrato bielorusso, di ideare un’unità di misura che potesse misurare esaustivamente l’andamento dell’economia a livello nazionale. Nacque così il Pil, nel 1934, invenzione che fruttò a Kuznets il Premio Nobel per l’economia nel 1971, e che successivamente verrà adottata anche da altri paesi anglosassoni come Canada e Regno Unito. Il Pil si dimostrò di enorme utilità durante la Seconda Guerra Mondiale, al fine di formulare un inventario delle risorse disponibili da dedicare allo sforzo bellico; quando poi gli Usa resero possibile la ricostruzione postbellica europea, il Pil venne esportato anche nel Vecchio Continente.

Il Prodotto Interno Lordo, da allora, è diventato il numero più indispensabile nelle nostre vite economiche. Le nazioni sono classificate e comparate in base al loro Pil; i governi nazionali ed i mercati si spaventano quanto il rapporto debito-Pil aumenta; è di fatto impossibile pensare a misurare un’economia senza considerare il Pil, è la regola che determina tutte le altre regole.

Nonostante questo  ( ed è ciò che viene ripetuto all’unisono da addetti ai lavori e gente comune) il Pil è una misura piena di limiti e difetti Poiché esso si occupa di misurare semplicemente la produzione, è scevro d’interesse verso ciò che migliora o peggiora la qualità della vita. Finestre rotte, incidenti automobilistici, disastri naturali: sono tutti avvenimenti spiacevoli che incrementano il Pil obbligando le persone a ricostruire cose che già c’erano. Ed il Pil inoltre ignora tutto ciò che è privo di transazioni; se una vedova sposa il suo giardiniere, smettendo dunque di pagarlo, ciò non contribuisce alla crescita del Pil, anche se il giardino rimane comunque curato. Il Pil ignora l’ambiente, il volontariato ed anche il valore degli affetti familiari. Più nello specifico, i critici del Pil, si ritrovano spesso a tessere le lodi del piccolo regno del Bhutan, che da molti anni ha abbandonato il Pil in favore della Felicità Interna Lorda(FIL) come indicatore del benessere nazionale.

Ora, nonostante tutte queste critiche siano almeno parzialmente corrette ed il Pil non sia privo di difetti, in sua difesa mi sento di dire che esso gode un po’ del vantaggio della democrazia; come diceva Winston Churchill, infatti, il grande vantaggio della democrazia è l’assenza di alternative migliori, e nella mia modestissima opinione questo vale anche per il Pil.

In tal senso, il florilegio di libri e testi anti-Pil è accompagnato anche da numerosi indicatori che dovrebbero sostituirlo anche solo in parte. Si tratta però di indicatori anch’essi pieni di falle.  Prendiamo per esempio il Bhutan, la cui  FIL altro non è che una misura dei principi religiosi buddhisti: fa sondaggi sulla vita emotiva dei cittadini( Quante volte nell’ultimo mese ti sei sentito egoista, arrabbiato o soddisfatto?) , misura le abilità riguardanti la tessitura o la battitura del ferro, e chiede inoltre informazioni sull’adesione alla Driglam Nahza, la Via dell’Armonia. L’unico vero indicatore che può competere con il Pil è l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, determinato dalla combinazione di fattori come aspettativa di vita, educazione e reddito pro-capite. Si tratta però di un indicatore irrilevante nei processi decisionali, a differenza del Pil. Inoltre, molte critiche rivolte al Pil sono critiche velate al capitalismo ed alla “trappola” della crescita economica in generale; ciò ha ovviamente poco senso, in quanto senza crescita economica vivremmo in un mondo più povero, affamato e dunque violento.

È poi doveroso puntualizzare che il Pil, già dalla sua nascita, non aveva ambizioni filosofiche; l’obiettivo di Kuznets era semplicemente quello di capire se l’economia stesse crescendo o no. E se è vero che nel Pil sono contabilizzate cose discutibili, come i divorzi o la prostituzione, e vengono sottostimate meraviglie a costo zero di oggi come Wikipedia o Youtube, esso è fondamentale per misurare l’andamento della produttività e quindi i miglioramenti nel welfare, nella salute e, in conclusione, del benessere.

Per quanto riguarda le alternative ad esso, non scordiamoci che il tanto elogiato Bhutan ha un’aspettativa di vita di neanche 70 anni( 158° nel mondo) , ha un tasso di suicidi superiore alla Scandinavia ed una popolazione femminile analfabeta per circa metà. Misurare la felicità( o comunque provarci) non necessariamente rende le persone felici, dunque.

ANDREA MARROCCHESI

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