Questa mattina mi son svegliato, oh bella Italia..

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“Questa mattina mi sono svegliato oh bella Italia, e ho trovato gli invasor”. Parafrasando la forse più celebre canzone della resistenza, potremmo iniziare una di quelle solite polemiche che, in questo paese di indiscutibili e chiassosi chiacchieroni, troverebbe mille diverse interpretazioni, migliaia di critiche e forse nemmeno riuscirebbe a farci capire in quante anime abbiamo diviso questo paese in meno un secolo.  

Ma in questi giorni abbandoniamo le lotte, i malumori e le infinite tattiche per trovare alleanze. Lasciamo spazio a quella memoria a cui forse non abbiamo mai dato tanta importanza e in cui dovremmo cercare quello che oggi non abbiamo: l’unità.  

Oggi voglio raccontare una storia, forse banale, a cui tante altre storie somigliano. È uno di quei racconti che forse potrei iniziare con un “C’era una volta..” come si fa con le fiabe, perché in fondo posso trovarci un “lieto fine”,  con la consapevolezza che questo sia un privilegio che tanti altri racconti non hanno.  

Tutti sappiamo sommariamente, come storicamente sono andate le cose durante l’ultimo grande conflitto e come questo abbia cambiato per sempre le sorti di un intero continente, anzi forse di tutto il mondo. Ma quello che non sappiamo e che nessun libro di storia potrà mai raccontarci è quello che non il mondo, ma chi era al mondo ha vissuto. 

Era una mattina di fine settembre del 1943 sul fronte jugoslavo, il Maresciallo Badoglio aveva da poco firmato l’armistizio con gli alleati e si sa, le notizie al fronte non arrivarono con la velocità a cui oggi siamo abituati a scambiarci anche un semplice messaggio. La confusione regnava fra le compagini di soldati italiani, qualcuno si era dato alla macchia muovendosi fra le prime file della resistenza, qualcuno aveva deciso di disertare e chi cercava in qualche modo un modo per tornare a casa pensando che la guerra fosse proprio sul punto di finire. Poi c’era chi era rimasto, non animato da chissà quale fedeltà al regime ma forse solo per capire veramente cosa stesse succedendo. Il caso volle che le notizie fossero proprio gli “amici”, a portarle. Due sottoufficiali tedeschi fecero prigionieri, senza tante spiegazioni, un intero commilitone di soldati italiani. Era chiaro: gli alleati erano diventati nemici. 

Vennero caricati su uno di quei treni che portano a morte sicura, in direzione Polonia. Ma non erano ebrei e per loro la meta non era un campo di sterminio, almeno per qualche tempo. Si fermarono a Langebilau, ora Bielawa, al confine con la Repubblica Ceca, in un cosiddetto campo di lavoro per civili. Vennero divisi fra chi sapeva un mestiere che potesse essere utile e chi invece poteva tranquillamente essere eliminato. Non so che destino accolse chi ebbe la sfortuna di non essere fra quei mestieri che interessavano ai tedeschi. 

Da questo momento posso raccontarvi la storia di uno di quei soldati, Giuseppe che, per sua fortuna, in Italia era bravo un calzolaio, cosa che da subito piacque ai tedeschi.  I quasi due anni di prigionia non posso raccontarli io, fra bucce di patate che lo rendevano un privilegiato agli occhi degli altri prigionieri  e il “favore” di un sottoufficiale tedesco che ogni tanto concedeva a Josef anche qualche buccia di carota. Non li racconto per il semplice fatto che nessuna parola potrebbe rendere abbastanza il senso del dolore di quei giorni, ma ogni tanto lo immagino pensando a quale sia stato il mio più forte dolore fisico, la mia paura più grande, la mia solitudine più inquietante, il mio smarrimento più totale. E poi li moltiplico ciascuno per cento, tentando di raggiungere anche solo un decimo di quelle sensazioni.  

Gli ultimi tempi furono forse quelli in cui ebbe più paura di morire. I tedeschi sentivano vicina la sconfitta, stretti nella morsa di americani e russi, e finirono per essere ancora più spietati di quanto già non fossero. Il campo di lavoro si unì al campo di sterminio da cui era separato solo da una rete, e divenne anch’esso luogo di morte certa.  

Nel disperato tentativo di nascondere le tracce dei loro crimini, fucilarono senza pietà e senza motivo molti dei rimasti e in ritirata diedero alle fiamme gran parte del campo. Qualche giorno prima del 25 aprile 1945, l’armata russa finalmente liberò i pochi sopravvissuti. Giuseppe ce l’aveva fatta e con lui anche qualche altro soldato italiano.  

La guerra, per loro, era finita. Non so quale gioia esplose nei cuori di quei ragazzi al pensiero che era giunto il momento di tornare a casa. I russi diedero loro una pistola e un cavallo ma, la fame ebbe la meglio e il cavallo fu il modo per saziarsi, almeno in parte. Tornarono a casa a piedi con l’aiuto di qualche passaggio saltuario e qualcuno che dava loro un tocco di pane, segno di una solidarietà che oggi non conosciamo.  

Giuseppe scrisse ogni paese che attraversarono, ogni giorno, fino al confine italiano: 1 Maggio ore 13.08.  La calligrafia si fa tremante in quella riga, la felicità sono sicura che pervadesse ogni centimetro della sua anima. Qualcuno donò a questi giovani una bandiera italiana, chissà se perché anche loro nutrivano nel cuore la speranza di veder tornare i loro figli, chissà se fosse un modo per augurargli un buon ritorno a casa.  

Ciascuno aveva qualcosa di donato durante la strada che, ormai, proprio come quella bandiera, era diventato di tutti. Fu il tempo di tornare alle proprie famiglie, alle proprie case. Si divisero quello che avevano, perché tutti portassero a casa qualcosa di “loro”, accordandosi perché la bandiera la portasse con sé chi era più a sud di tutti, quasi un simbolo della loro riconquista italiana.  

Giuseppe tornò a Rimini, la sua città natale, da cui appena 20 enne partì cinque anni prima con addosso solo 38 chili ma con la consapevolezza che le cose per lui ora sarebbero solo potute essere migliori. Per tutta la vita fece quello che gli salvò la vita, il calzolaio, e chissà se qualche volta mentre lavorava, il pensiero tornasse a quei giorni.  

Giuseppe era mio nonno ma oggi vorrei che la sua storia fosse un po’ di tutti. Di quelli che non hanno avuto la fortuna che ha avuto lui, di quelli che forse troppo spesso si dimenticano di essere anche loro nipoti di un mondo che, non tanto tempo fa, era solo il cimitero delle vite sacrificate per la furia di una guerra troppo spesso dimenticata, di quelli che non comprendono il privilegio di essere Liberi.  

Sofia Tosi- Università degli Studi di Bologna 

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