ALFIE EVANS E LA GIUSTIZIA SENZA VERGOGNA

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Come accaduto con Charlie Gard la scorsa estate, anche la vicenda del piccolo Alfie Evans ha fatto il giro del mondo, generando un’ondata di sostegno e coinvolgimento  emotivo con pochi uguali da parte di milioni di persone verso i genitori del piccolo di 2 anni, afflitto da una malattia neurodegenerativa tanto grave quanto rara.         Una malattia alla quale però i genitori del piccolo non si sono arresi, nonostante le diagnosi dei medici dell’ospedale di Liverpool, dove purtroppo il cuore del piccolo Alfie ha smesso di battere poche ore fa. Nonostante la conclusione negativa di questa vicenda, il sostegno ai genitori è arrivato praticamente da tutti. Dico “praticamente” perché, purtroppo, i soggetti che hanno fatto mancare il loro supporto sono stati i giudici britannici, il cui verdetto è risultato decisivo in negativo come per Charlie Gard.

Ebbene sì: anche questa volta, la giurisprudenza inglese si è dimostrata tanto ligia all’osservazione delle norme legali-burocratiche quanto insensibile all’aspetto umano della vicenda, una posizione che ,per la seconda volta nel giro di un anno, ha generato una mobilitazione prima, ed uno sdegno poi, entrambi dalle proporzioni internazionali.   Non sono infatti bastati i sit-in davanti all’ospedale in cui Alfie era ricoverato, il tam-tam sui social network, neppure la discesa in campo di Papa Francesco ( e nel caso di Charlie Gard anche di Donald Trump) e neppure la concessione della cittadinanza da parte del governo italiano per motivi umanitari . Con una sentenza perentoria e sintetica  del 20 aprile l’Alta Corte inglese ha definito la malattia del bambino come “irreversibile” ed ha disposto l’interruzione delle cure, decisione che ha portato al decesso di Alfie nella note del 28 aprile, nonostante il piccolo avesse respirato autonomamente 96 ore.

Quest’ultimo passaggio pone inevitabilmente un altro interrogativo: se il bambino è riuscito a resistere così a lungo senza l’ausilio dei macchinari, siamo veramente sicuri che per lui non ci fossero più speranze?                                                                          Probabilmente sì, la sua morte si sarebbe verificata comunque indipendentemente dalle misure adottate.                                                                                                                                       Ma ciò non toglie che avergli negato a priori delle cure sperimentali resta, a mio modestissimo parere, una atto vergognoso: in fondo, se proprio il bambino era destinato a morire, cosa avrebbe cambiato consentire ai genitori di giocarsi un’ultima carta?            In fin dei conti, ormai non c’era più niente da perdere, anche secondo gli alti togati d’Oltremanica ed i medici dell’ospedale. Il “Bambin Gesù”  di Roma si era detto pienamente disponibile per fornire delle cure al piccolo, e nonostante l’assenso dei genitori la giustizia(?) inglese si è frapposta anche in questo caso.

Ma ormai queste considerazioni non hanno più senso: hanno vinto loro. Hanno vinto quelli  che volevano accelerare la dipartita di Alfie perché costava troppo tenere i macchinari accesi, i medici più attenti ai bilanci dell’ospedale che alla salute dei pazienti, perché pare che nella società del XXI secolo se non produci e non consumi non hai nemmeno diritto alla vita in quanto tale, al di là della qualità o meno di essa.

Hanno vinto i giudici che ritenevano la vita del piccolo “inutile”, che si sono sostituiti al padre e la madre del bambino per decidere cosa fosse meglio per quest’ultimo. Con una piccola punta di malizia viene da chiedersi se, al posto dei genitori, avrebbero accettato tacitamente una decisione simile. “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” diceva Giulio Andreotti.

Chiaramente, come si sa, le sentenze vanno rispettate anche perché sono l’unica cosa alle quale è possibile appellarsi, ma ciò non toglie come la decisione dell’Alta Corte sia stata ( ancora una volta) discutibile. 

Per concludere, possiamo porci due ultimi, anche se  ormai inutili, interrogativi: è meglio far decidere dei giudici o dei genitori? Prima lo Stato o prima la famiglia?

In questa tragica vicenda, che sfortunatamente non è stata la prima e temo non sarà l’ultima, c’è inevitabilmente anche questo. E chi sta con lo Stato ha scelto le barbarie, la negazione dei diritti e la morte.

Ciao Alfie.

ANDREA MARROCCHESI

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