Quello che alle donne non dicono

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Il filmato dell’adolescente di Lucca che “bullizza” il professore ha fatto il giro dei media ed è rimbalzato sulla bocca praticamente di tutti negli ultimi giorni, dando modo a chiunque di improvvisarsi detentore della soluzione a una presunta escalation di violenza e maleducazione civica dei più giovani.Ecco, partiamo col chiedersi se un’emergenza ci sia. Nì. Nel senso che l’impero del perbenismo deve finirla di drammatizzare qualsiasi episodio. La presa in giro, le maniere esecrabili, lo scherzo eccessivo, la violenza gratuita ci saranno sempre tra i più giovani; non vi è alcun modo di debellarlo senza ricorrere a trattamenti orwelliani. Triste, bruciante, ma inoppugnabile.

C’è un’età in cui spesso si rigurgita tutto quello che è ordine costituito; fa danni, brucia un po’ di terra, ma fa parte della formazione di gran parte degli adolescenti, non necessariamente cattivi adulti. L’umiliazione pubblica di un professore, il dileggio di un’autorità, però ha scatenato i commentatori: tra chi incolpa la morbidezza dei professori, chi il permissivismo della famiglia, chi i corrupti mores della società in toto, chi il proliferare della tecnologia. Dove sta la verità? Un po’ ovunque, quello su cui si sbaglia è la soluzione: non servono bacchette sui dorsi, gli schiaffoni in casa non risolvono, il luddismo nemmeno, la leva militare che puntualmente si paventa meno che mai.

E’ questa la società della patata bollente, in cui una responsabilità enorme come l’educazione di un cittadino del futuro si delega in continuazione a qualcun altro. Dall’asilo nido alla tv, dalla scuola alla strada, dalle pubblicità progresso alle informative dell’istituto. Si dica una cosa semplice, ma che di questi tempi è ormai un tabù: manca la costante presenza della madre tra le mura domestiche, che traghetti un bambino attraverso il tortuoso percorso di un’educazione non solo civica, ma anche alimentare, sessuale, sociale. E’ un qualcosa di ormai superato? E’ qualcosa di improponibile? Può darsi. E’ persino deprecabile nell’era del #metoo? Così è se vi pare, ma non vedo il perché ci si dovrebbe sentire umiliate da una mansione così grande ed importante. Cosa c’è di più gratificante in un comune impiego professionale (sorvolo qui sugli aspetti economici della questione – ovvero che praticamente tutte le famiglie avrebbero un reddito garantito se la maggior parte delle famiglie non ne detenesse almeno due)? Non ci si stupisca poi di fronte alle bravate di legioni di “ignoranti e superficiali”, cresciuti da sconosciuti o da sconosciuti dietro ad uno schermo, amplificate e incoraggiate dalla ribalta dei social (per i quali parimenti occorre impartire un’educazione).

Tante cose si sono dette, si abbia il coraggio di dire una verità scomoda e poi, a margine di tutto, lasciate vivere, crescere, sbagliare i giovani, che qualcosa gridano e non sono tutte stronzate.

 

Niccolò Bennati

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