Non c’è proprio pace per il povero Matteo

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Non c’è proprio pace per lo stomaco del povero Matteo. Dopo gli inevitabili mal di pancia per trovare un accordo con i 5 stelle a Roma anche il gelato milanese deve essergli rimasto un po’ indigesto. Ormai la vicenda sembra diventata un caso di Stato ma tentiamo di ripercorrere l’accaduto per capire quale sia il vero problema sotteso a questa vicenda. Salvini si trova a Milano, nella sua gelateria di “fiducia” o almeno così sembra. Eppure accade l’impensabile: la gelataia (in prova) si rifiuta di servirlo. Chiariamo, la gelataia è figlia di un algerino e un’italiana, nata e cresciuta in Italia. È italiana al 101%. Il padre tra l’altro è un elettore del carroccio e la madre un’affezionata a FI. Da qui si susseguono le storie più fantasiose.  C’ è chi sostiene che la ragazza si sia rifiutata di servire il leader del carroccio perché “razzista”, dipingendola nell’immaginario comune come una maleducata dipendente che alla richiesta di un cliente risponde “io non servo i razzisti”, c’è chi al contrario sostiene che la ragazza si sia elegantemente defilata e abbia lasciato alla collega il compito di servire il cliente pur non nascondendo il proprio disappunto per la sua figura, ma che questo non sia in alcun modo stato percepito da Salvini stesso.

C’è chi sostiene che la proprietaria, avendo avuto notizia dell’accaduto, abbia “licenziato” la ragazza per farle capire che sul lavoro si abbandonano le convinzioni politiche e si ottempera ai propri compiti, c’è chi sostiene che sia stato Salvini a chiamare la proprietaria per metterla al corrente di questo comportamento. Merita una nota l’uso improprio del termine “licenziamento” fatta proprio dai giornali in quel frangente. Sia chiaro, un dipendente “in prova” non si licenzia, dal momento che “la prova” è un po’ un “le faremo sapere” con qualche giorno o settimana di ritardo (e lavoro) in più. Fosse stata licenziata nemmeno il “Jobs Act” con tanto di plauso di Marchionne avrebbe salvato i proprietari da una sicura reazione dei sindacati. Il punto su cui però si infiamma la polemica è il presunto sgarbo fatto a un politico come Matteo Salvini. Ora, i precedenti storici che mi sovvengono sono due: le leggi razziali del periodo fascista e il caso Almirante. Matteo Salvini ha fondato gran parte del suo programma elettorale sul fronte sicurezza e immigrazione. Non ci si deve stupire che venga additato come razzista. Le derive populiste non possono far altro che alimentare altri estremismi. Il leader dell’ex Carroccio (ormai Lega) non ha mai proposto leggi razziali ma ha cavalcato un’onda che porta i più, come spesso accade, a classificare i portatori di determinate idee secondo stereotipi precostituiti. In questo caso lui è il razzista. Fino a poche settimane si alimentava la campagna elettorale a suon di “fascisti” e “comunisti”, non vedo perché non debba anche lo stesso Matteo rientrare in qualche categoria. Proprio le leggi razziali, storicamente portavano, fra i mille disastrosi effetti, anche quello di non vendere prodotti agli ebrei. Chi di noi non ricorda la celebre scena de “La vita è bella” dove un magistrale Roberto Benigni, cerca una logica spiegazione da dare al figlio proprio in merito a questa discriminazione? Ed in questo caso qualcuno potrebbe dire : chi la fa, l’aspetti. Ma Salvini non è stato il primo e sicuramente non sarà nemmeno l’ultimo protagonista di questi episodi. Anni fa capitò al leader dell’allora MSI Giorgio Almirante. In un autogrill un dipendente, animato anch’egli evidentemente da motivi di dissenso nei confronti delle idee del cliente, aveva reagito alla stessa maniera della ragazza. Entrambi, probabilmente, credono fermamente in ideali contrari a quelli dei due leader ma sono lo specchio dell’italico modo di fare opposizione: facendo quello che critichiamo. La ragazza ha fatto l’azione più sbagliata che potesse fare, ha usato, contro chi accusava di essere razzista, il “razzismo”. Ora, come sempre accade in Italia, si alzano i venti moralizzatori che condannano o assolvono il comportamento dei protagonisti di quelle che all’estero usano chiamare “storie italiane”. Sì insomma, quei fatti che si usano per distrarre l’opinione pubblica dai problemi ben più importanti del paese, da un fatto di cronaca come questo ad una partita di calcio.  Un po’ come si sfamano gli animali affamati, si da al popolo qualcosa di cui parlare. “Panem et Circenses” dicevano i Romani, ma a distanza di secoli, pare che le cose non siano poi così tanto cambiate.

 

SOFIA TOSI – UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BOLOGNA

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