IL GRANDE INGANNO DELLA DISUGUAGLIANZA

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Il fatto che il numero dei ricchi a livello mondiale sia in aumento dovrebbe far piacere a tutti, quantomeno a quelli che hanno a cuore una   ricchezza sempre maggiore e che più facilmente passa di mano.

Pare che invece Oxfam sia di tutt’altro parere: infatti, pochi mesi fa la ONG britannica ha pubblicato il consueto rapporto annuale sulla disuguaglianza, secondo il quale l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene più ricchezza del restante 99%. In realtà, nonostante il titolo del rapporto che grida allo scandalo( Un’economia per il 99%) , la situazione non è esattamente questa, e nelle prossime righe cercheremo di spiegare il perché.

Nel giungere a queste roboanti percentuali, Oxfam fa ricorso a degli approcci metodologici criticati da più parti ,per via  dell’assembramento di dati provenienti dalle fonti più disparate e non sempre comparabili. Come infatti ricordato dai giovani economisti enfant-prodige Ryan Khurana e Matthew Rognlie ( che nel 2015 ha messo in crisi la tesi di un altro Vate della disuguaglianza come Thomas Piketty) il principale problema nelle statistiche di Oxfam riguarda l’utilizzo della ricchezza netta, cioè la differenza tra le attività e le passività riguardanti un individuo. In altre parole, un agricoltore di un paese sottosviluppato risulta paradossalmente più ricco  di un neolaureato in una prestigiosa università statunitense, che ha dovuto contrarre un debito per sostenere gli studi. Nonostante la ONG abbia prodotto delle statistiche che tengono conto di questo aspetto specifico , resta il fatto che le effettive condizioni di benessere degli individui non sono adeguatamente rappresentate.

Al di là dell’aspetto prettamente metodologico e delle sue lacune, c’è poi da considerare quello ideologico, che forse è ancora più importante: alla base di tali numeri c’è infatti l’idea che la ricchezza si acquisisca solo a scapito dei più poveri, i quali non solo non ricavano benefici da questa situazione ma ne sono anzi enormemente penalizzati e s’impoveriscono sempre più.

Ciò rappresenta però una visione miope da parte di Oxfam, focalizzata sull’alimentare l’invidia sociale ed a trascurare, scientemente o meno, tutti i miglioramenti che ci sono stati negli ultimi decenni di globalizzazione nella vita degli individui anche più poveri. Vi è infatti la convinzione che il capitalismo negli ultimi 20-30 anni abbia acuito le differenze e che queste siano necessariamente una manifestazione di ingiustizia. Ma siamo davvero sicuri che il bilancio a livello mondiale dell’era della globalizzazione sia questo?

Non proprio, in quanto è sufficiente dare un’occhiata al sito www.ourworldindata.org , gestito dall’economista Max Roser, che attraverso una copiosa raccolta empirica di dati e statistiche ci mostra come le vite di miliardi di esseri umani siano state sconvolte…. in meglio. Un dato su tutti è quello relativo alla povertà assoluta, che secondo i parametri ONU è pari ad una disponibilità giornaliera 1,90$: la percentuale della popolazione mondiale sotto questa soglia è infatti passata dal 43% del 1990 a meno del 10% attuale .A ciò vanno aggiunti anche una serie di altri traguardi, come il crollo della mortalità infantile e materna, il drastico aumento dell’aspettativa di vita oltre che della disponibilità di cibo, di acqua ed elettricità ed anche dell’accesso all’istruzione ed all’informazione.

Non ci sono dubbi sul fatto che il sistema capitalistico, unito all’evoluzione tecnologica ed all’apertura dei mercati grazie alla globalizzazione(aspetti, questi due, comunque legati allo sviluppo ed alla diffusione dei precetti liberali e liberisti nel mondo) abbia contribuito a questi giganteschi passi avanti. La disuguaglianza è sicuramente un problema molto sentito a livello socio-politico, ma essa è spesso originata all’interno di un contesto antitetico a quella di libero mercato, un contesto cioè dove tutta una serie di norme e privilegi specifici impediscono quella mobilità sociale che abbiamo visto in Occidente nella seconda metà del XX secolo e che ora stiamo vedendo in altre zone del pianeta, in particolare l’Asia. Per sfatare un altro mito, non è poi affatto vero che una diminuzione della disuguaglianza porti ad un miglioramento del benessere collettivo; negli ultimi 7 secoli essa è diminuita sola in concomitanza di eventi come guerre, carestie e pestilenze. È quindi buffo notare come la tanto vituperata disuguaglianza sia stata ridotta da eventi come le due guerre mondiali o la Peste Nera a metà XIV secolo, ma sia stata invece acuita dalla Rivoluzione Industriale o dalla scoperta dell’America, che hanno rivoluzionato in positivo il destino dell’umanità.

Dunque, tornando al presente, nonostante rimangano ancora molte cose da fare e ci siano tante ingiustizie da riparare, la negazione del trend positivo che ha caratterizzato il mondo negli ultimi decenni è un atto ottuso anche per i più ardenti sostenitori di un mondo da “1 vs 99” dove a vincere è il primo.

ANDREA MARROCCHESI

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