DALLA SIRIA TORNANO VENTI DI GUERRA PER IL MONDO

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Venti di guerra soffiano di nuovo nel mondo. Probabilmente nulla di nuovo, qualcuno potrebbe dire, dato che dalla fine del bipolarismo in poi, il numero di conflitti è aumentato. Eppure, a questo giro di valzer, la questione sembra essere decisamente diversa, più intensa, feroce e sfrontata. Come sempre è la questione siriana a tener banco, una situazione che si prolunga e trascina ormai da troppo tempo tra Bashar Al-Assad ed i ribelli siriani, composti da una moltitudine eterogenea, forse troppo, di varie organizzazioni. Sebbene questa contrapposizione non sia proprio nuova, sta raggiungendo negli ultimi giorni picchi sempre più elevati. Ancora una volta, dopo Afrin, Bashar Al-Assad viene accusato di uso di armi chimiche sui civili, in particolare donne e bambini, scatenando l’ira di USA, Francia e Regno Unito. Dall’altra parte della barricata, invece, si posiziona la Russia che, ferma e convinta alleata del Presidente siriano, lo difende dalle accuse. L’opinione pubblica è spaccata. Da un parte c’è chi sostiene che l’uso delle armi chimiche sia ormai una prova certa, che si debba intervenire e chi invece contesta che il tutto sia una farsa messa in atto dai ribelli per obbligare le potenze occidentali ad un intervento militare fermo sul suolo siriano.

E’ importante analizzare le criticità principali: da una parte le forze ribelli, ormai, sono in netta difficoltà contro l’esercito regolare di Assad che, seppur con lentezza, riconquista giorno dopo giorno parte di territorio siriano, dall’altra le accuse di uso di armi chimiche divengono sempre più insistenti, creando imbarazzo anche alla Federazione Russa nel panorama internazionale.

Se, dunque, da un lato abbiamo la coalizione occidentale, relegata ad operazioni di raid aerei, dall’altro lato abbiamo la Russia che di certo non ha mostrato esitazione nel mostrare i muscoli ed a schiacciare, senza troppi complimenti, coloro che hanno tentato di opporsi alla legittimità del loro alleato chiave in Medio Oriente e nel Mediterraneo.

Alleato che è al centro anche di un conflitto regionale, quello del Medio Oriente, che vede anche una lotta intensa per il ruolo di egemone in questa aria. Le questioni, senza dubbio, sono tante, analizzarle tutte sarebbe impossibile, ma i quesiti principali sono tre: quali sarebbero le prove paventate da Macron? Ci sarà un intervento, che sia un incremento dei raid o anche intervento terrestre, per porre fine a tutto ciò? Il ruolo dell’Italia quale è?

Senza dubbio quando si parla di prove, in questi ambienti, bisogna ovviamente essere cauti, non tanto per la poca fiducia nel giovane ed aitante Presidente Macron, quanto più per la recente storia che, col passare del tempo, ha portato alla luce l’inconsistenza e la qualità fittizia di prove, create a tavolino per legittimare un intervento unilaterale. Si pensi all’Iraq, con la conseguente destabilizzazione e disastro nella regione, ammesso poi anche da volti noti anni dopo, o alla Libia, ormai divenuta “terra di nessuno”. Se nel caso iracheno l’intervento fu a guida USA/UK, in Libia fu la Francia a premere per i bombardamenti, con buon sostegno Inglese e buona pace dell’allora Presidente Barack Obama dinanzi ad un governo italiano in rotta. Paventare prove, dopo queste ferite ancora aperta, decisamente non basta più. Parlando, ora, dell’intervento in Siria, gli scenari possibili sono, senza dubbio molteplici. Qualora si optasse per un intervento “tenue”, ci ritroveremmo ad assistere a raid mirati, verso obiettivi sensibili militari sul suolo siriano. Il Presidente Trump, tramite il suo account twitter ha tuonato, contro la Russia ed i suoi alleati, di prepararsi alla loro azione. Dinanzi ad una tale minaccia la risposta del Presidente Putin è stata chiara: In caso di attacco saranno pronti ad intercettare i missili cruise americani ed i raid aerei con i loro sistemi di difesa S-400 e TOR-M2. Qualora i sistemi riuscissero ad annichilire qualsiasi tentativo occidentale, forse dovremmo esultare. Ben più pericoloso sarebbe il panorama qualora militari russi morissero, il che implicherebbe una reazione russa, capace di innescare un escalation assai preoccupante, ben più perniciosa di quella dialettica attuale. Non meno pericoloso sarebbe, inoltre, il panorama qualora, nella remota ipotesi, si decidesse per un intervento via terra che sarebbe di natura unilaterale, bypassando totalmente il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli alleati chiave, principali, non sembrano poi essere così convinti di sostenere una soluzione che implica l’uso della forza. La Germania, vera egemone dell’Unione Europea, tramite la figura della sua Cancelliera Angela Merkel si è smarcata da qualsiasi coinvolgimento, affermando chiaramente che non parteciperanno ad una coalizione in Siria, pur sostenendo l’Alleanza Atlantica. Di contro, il Presidente turco Erdogan si è proposto come mediatore tra Stati Uniti e Russia, con il chiaro tentativo di evitare ulteriori escalation in Siria, nella quale la Turchia è già impegnata con l’operazione “Ramoscello d’Ulivo”.

Ultima, ma non per importanza, è l’Italia. Il Premier Gentiloni, infatti, ha negato una qualsiasi partecipazione diretta dell’Italia in azioni sul suolo siriano. Eppure, il grande quesito che permane è se l’Italia consentirà l’uso delle basi militari agli eventuali partecipanti alle operazioni. Questo è un nodo decisamente importante, perché le basi italiane di Sigonella, fondamentale per droni ed aerei da ricognizione, ed Aviano, per i caccia ed aerei cisterna, sono le più quotate per eventuali azioni in terra siriana, in termini di rifornimenti e, nel complesso, d’appoggio logistico oltre che operativo. Senza le basi italiane, infatti, USA, Francia e Regno Unito dovrebbero rivedere corposamente tutti gli eventuali piani d’azione, non potendo contare su strutture strategicamente fondamentali. L’opinione pubblica italiana, per quanto eterogenea, sembra schierarsi non solo con il Presidente Gentiloni circa la questione del non intervento in Siria, ma chiede a gran voce che si eviti di offrire, ancora una volta, basi italiane per interventi militari. Senz’ombra di dubbio la precarietà nei palazzi del potere italiani non consente che la gestione della situazione sia affrontata nel migliore dei modi. Il ruolo dell’Italia, ancora una volta strategicamente fondamentale, viene ribadito anche dal Presidente russo Vladimir Putin che, a gran voce, chiede che sia l’Italia a farsi carico di un ruolo mediatore tra la potenza a stelle e strisce e quella russa. Data la proiezione, ormai storica, del bel paese a saper congiungere ed avvicinare posizioni così tanto divergenti è fondamentale cogliere al volo l’invito del Cremlino e ad assumersi il ruolo che da sempre, per le questioni mediterranee ed afferenti, le compete. Da Mosca e da Washington si alzano forti voci. Sono entrambe pronte ad un confronto chiaro e netto. Nessuna delle due parti si tirerà indietro, delineando una traiettoria di collisione decisamente preoccupante. Evitare l’escalation è assolutamente fondamentale, tentare una via pacifica e di negoziazione per ristabilire l’ordine in Siria è imperativo, prima di passare a qualsiasi manifestazione di forza e muscoli. Probabilmente son tornati i venti di guerra. Non possiamo però ignorarli, essere osservatori passivi, ma a gran voce tentare una via diplomatica, obbligatoriamente, prima che dalle parole si passi ai fatti.

 

MAURIZIO TROIANO

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