ORBAN: AMATO,ODIATO, MAI IGNORATO

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Le elezioni di ieri in Ungheria hanno segnato una vittoria schiacciante per il premier in carica Viktor Orban, che ha conquistato il suo quarto mandato alla guida del paese ed il terzo consecutivo dal 2010. Il partito di Orban, Fidesz, ha infatti conquistato il 49% dei voti, ed anche l’affluenza alle urne è stata particolarmente elevata, altro fattore che aumenta la legittimazione ed il prestigio del “Putin ungherese” in patria ed anche all’estero.Gli esiti di queste elezioni si sono riverberati anche nel resto d’Europa, dove Orban, sebbene guidi un paese di appena 10 milioni di abitanti, negli ultimi anni si è fatto sentire in maniera particolarmente importante, soprattutto sul tema dell’immigrazione e della difesa dei confini. A tal proposito, ci sembra  opportuno “riavvolgere il nastro” per capire meglio l’ascesa di questo personaggio e come si è arrivati a questo risultato elettorale.

Nato nel 1963, figlio di un agronomo e di un’insegnante, Orban nel 1988 fu tra i fondatori di Fidesz , formazione politica di carattere anticomunista  ma anche liberale e progressista, che appena due anni dopo entrò nel Parlamento di Budapest. L’attuale premier magiaro trascorse la quasi totalità degli Anni 90 all’opposizione, fino alle elezioni 1998, quando si aggiudicò per la prima volta la carica di premier.                                    Nel suo primo mandato, durato fino al 2002, Orban cercò di risollevare l’economia nazionale (ancora molto scossa dal crollo del blocco comunista e non solo a livello ideologico) con ricette economiche liberiste, incentivando le liberalizzazioni e favorendo una maggiore integrazione nel circuito del libero commercio dell’UE, di cui la repubblica magiara entrerà a far parte nel 2004, pur senza adottare l’euro. Nel suo primo mandato l’Ungheria entrò inoltre nella Nato e partecipò alle missioni internazionali in Afghanistan ed Iraq.

Sconfitto per una manciata di voti alle elezioni del 2002 e 2006, Orban ritornò in grande stile nel 2010, aggiudicandosi una maggioranza parlamentare senza precedenti nella storia ungherese, pari a 2/3 del parlamento. Forte di una maggioranza così solida, il fondatore di Fidesz approfittò per apportare significative modifiche alla Costituzione , introducendo la centralità della famiglia e della religione cattolica: è la “grande trasformazione” che portato il giovane liberal a diventare un maturo reazionario. Il premier magiaro coglie inoltre l’occasione per dimezzare le dimensioni del Parlamento, passato da 386 seggi a 199, ai fini di incrementare la propria forza politica.

Discorso simile per la politica economica: Orban passa infatti da uno spinto liberismo  ad un acceso interventismo, rinazionalizzando aziende in precedenza privatizzate, promuovendo investimenti pubblici in infrastrutture secondo il tipico approccio keynesiano, tassando i profitti nei settori strategici come quello bancario, alimentare ed energetico. A livello monetario, Orban ribadisce più volte di non voler entrare nell’Eurozona e di mantenere la valuta nazionale e la sovranità monetaria.

I risultati sono indubbiamente significativi: la crescita annale del  Pil raddoppia, il tasso di disoccupazione passa dall’11% del 2011 al 4% attuale, gli investimenti stranieri e le esportazioni conoscono tassi di crescita annuale a due cifre e le  bollette di luce e gas subiscono una riduzione. Tutto questo a fronte anche di un’inflazione sotto controllo( il ricordo dell’iperinflazione del 1946 è ancora vivo a quelle latitudini) ed un tasso di povertà in diminuzione.                                                                                                                             A livello demografico, Orban si fa inoltre campione di un programma di incentivi per stimolare la natalità senza ricorrere all’immigrazione.

L’insieme di tutti questi fattori ha reso inevitabile un terzo mandato per Orban, ottenuto in scioltezza nell’aprile 2014. Ed è proprio da questo momento che le sue politiche si inaspriscono ulteriormente e finiscono con il generare contrasti con Bruxelles ed in generale le cancellerie occidentali. Sono infatti i mesi in cui ci si affanna per imporre sanzioni commerciali alla Russia di Putin, ritenuta colpevole di ingerenza nelle questioni ucraine per l’annessione della Crimea; Orban non solo rifiuta di imporre sanzioni, ma stringe legami politico-economici molto stretti col presidente russo, arrivando addirittura a mettere in discussione il sistema della democrazia liberale occidentale per i suoi macroscopici malfunzionamenti.                                                                                           Nel corso del 2015 si è esposto a livello internazionale per la sua fermezza nella lotta all’immigrazione extracomunitaria: durante la crisi migratoria che colpì la “rotta balcanica” nell’agosto di quell’anno, non esitò ad edificare barriere di filo spinato ed inviare polizia e militari per presidiare i confini. Una mossa che ha suscitato numerose condanne da parte dei governi occidentali e delle organizzazioni umanitarie,  ma anche un forte sostegno da parte delle così dette forze “sovraniste-populiste”, come la Lega Nord in Italia, il Front National in Francia, l’Ukip in Inghilterra . Alba Dorata in Grecia, l’FPO in Austria e AFD in Germania. Nonostante le minacce da parte di Bruxelles di avviamento di procedure d’infrazione e di tagli ai fondi comunitari per la repubblica magiara, Orban non ha mai cambiato decisione, garantendosi il sostegno del suo popolo, come testimoniato anche dalle recenti elezioni.

Ciò ci porta inevitabilmente  a questa conclusione: nonostante varie condanne a livello internazionale per le presunte violazioni dei diritti umani ed anche delle libertà civili e politiche, la netta maggioranza degli elettori ungheresi ha dato fiducia ad Orban per un quarto mandato, un risultato che pochi politici a livello mondiale possono vantare.             Risulta dunque di per sé evidente che l’Uomo Nero di Budapest, accusato più volte di populismo, nazionalismo e chi più ne ha più ne metta, abbia invece saputo individuare( e soddisfare) i reali bisogni dei suoi connazionali, ed abbia saputo conquistare la loro fiducia.

Un profeta non è disprezzato se non in casa sua diceva Gesù nel Vangelo. Non ce ne voglia l’Altissimo, ma pare che Orban rappresenti invece l’eccezione alla regola.
ANDREA MARROCCHESI

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