L’UNIVERSITA’ NON SFORNA FUTURI…

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logo ghost writerUna routine azzerante 

Sveglia, caffè, biblioteca, letto. Sveglia, caffè, lezione, letto. Qualche sigaretta nevrotica fra una cosa e l’altra. Queste sono le due routine di un universitario medio, rispettivamente in sessione e non.  

Dai primi appelli disponibili alla scrittura della tesi, la vita di uno studente universitario si riduce all’istante che intercorre tra un esame e l’altro, e che consiste essenzialmente in uno studio matto che termina con uno schiocco di dita, proprio come il pessimistico concetto di felicità di Leopardiana memoria.  

La sessione di esami in particolare, infatti, rappresenta il culmine dell’”annullamento”, la soppressione di qualsiasi impulso vitale che non sia quello di svegliarsi la mattina e soffocare in un mare di sapere cartaceo. Il tutto scandito da una bella dose di auto segregazione forzosa. 

O almeno, questo è ciò che viene ritenuto “necessario” per raggiungere dei buoni risultati. 

 

L’industria della conoscenza 

Questa cosa dell’università padrona, fautrice di ordine e disciplina, mi fa tornare in mente una particolare corrente sociologica, quella “teoria critica” elaborata dalla Scuola di Francoforte, classe 1923, che aveva posto sotto il proprio mirino molti settori della società tra cui quella definita l’”industria della conoscenza”. 

In questo contesto, i sociologi tedeschi (in realtà americani fuori sede), collocavano le università che “anziché incoraggiare gli studenti a pensare, sono sempre più simili a fabbriche per confezionare orde di laureati”. E ancora: “l’obbiettivo non è di renderli degli esseri umani più ragionevoli, ma di trattare quanti più studenti possibili nel modo più efficiente possibile: le università finiscono con lo sfornare studenti in modo praticamente analogo a quanto fanno le fabbriche che producono automobili o salsicce”. 

Le università vengono fondate con l’intento di dare una possibilità alle menti, di riunirle insieme in un posto solo per permettergli di fare ricerca, con lo scopo raggiungere nuove conoscenze.  

E ad oggi, nella maggior parte dei casi si son ridotte a fornire un piano di studi composto di varie discipline, tutte da contrassegnare con una spunta verde una volta collezionati i rispettivi CFU e così via fino alla scrittura di una tesi (tutto ciò che è rimasto della vecchia ricerca) e al conseguimento di un foglio di carta chiamato “laurea”. 

Inconsapevolmente, noi studenti abbiamo silenziosamente accettato di aderire a questo sistema. Accettiamo di essere standardizzati, privati di quello spirito critico che dovrebbe essere incoraggiato, conformandoci ai requisiti minimi per lo sperato ingresso nel mercato del lavoro. E veniamo risucchiati in questo meccanismo così facilmente e velocemente che il solo momento in cui riusciamo a rendercene conto è esattamente l’unico rimasto per smettere (almeno per un po’) di farne parte: la pausa fra un esame e l’altro. 

 

Un avvenire tutt’altro che garantito 

E poi, cosa faremo una volta arrivati alla fine del tunnel? Quale sarà quell’agognato avvenire che gli studi universitari promettono di consegnarci? Veniamo spediti a studiare con tanto di raccomandata, che recita “solo studiando potrai avere un futuro migliore”. 

Ma poniamola sotto un’ottica diversa: l’università è una semplice istituzione. E noi non siamo quello che studiamo. Non ci si può affidare all’università come se, semplicemente vivendola passivamente, ci possa garantire un futuro certo. Non si può percepire un apparato burocratico, un braccio dell’amministrazione, fatto dei suoi funzionari, dipendenti pubblici e poi, da noi studenti, come se avesse l’ultima parola sulla nostra intera esistenza, né tanto meno capace di consegnarci le chiavi della nostra vita.  

Ve ne dò una semplice prova: è garantito che alla domanda “cosa farai dopo la laurea?” la maggior parte degli studenti universitari risponderà di non avere la più pallida idea di cosa ne sarà di lui/lei una volta giunto/a al termine del proprio percorso di studi. L’unica certezza è il viaggio post-laurea. 

Ed ecco le motivazioni: si è totalmente terrorizzati dall’incognito del “dopo”, perché, generalmente, lo studente non pensa a costruirsi tramite un apprendimento “attivo” della conoscenza, soprattutto durante gli anni universitari, perché troppo concentrato sul numero di appelli a cui ha intenzione di segnarsi e troppo poco sul tipo di esperienze che possono consolidare o smentire ciò che i libri insegnano. Perché la vita è più dei CFU, di esami, libri evidenziati e post-it.  

E la vita, cari miei coetanei, non può essere costruita a suon di spunte verdi sul libretto accademico.  

 

Un consiglio da studente a studente. 

L’università non deve essere la nostra ragione di esistenza: deve esserne, semmai, una parte importantissima perché è quella che consoliderà il nostro sapere. Eppure non ci darà mai risposte, tutt’al più strumenti per affrontare ciò troveremo una volta usciti al di fuori di quelle mura.  Il “solo” frequentare una facoltà non è esaustivo, ma è necessario che ad esso si accompagnino voglia di fare, curiosità, uno sguardo critico e profondo verso la realtà che ci circonda e verso il sapere che ci viene iniettato giorno dopo giorno.  

E ciò che ci viene chiesto, quegli standard imprescindibili da cui ormai tutto dipende, deve tangerci limitatamente: se vogliamo qualcosa di diverso, non possiamo supinamente piegarci, ma costruire qualcosa di più di un mero bagaglio nozionistico. Noi siamo parte di un mondo, che non si riduce ad un edificio, ad una sala studio o ad un manuale. Ed è ciò che ci attende “fuori” che dobbiamo essere pronti ad affrontare, un “fuori” che non ti mette alla prova, di certo, a suon di centinaia di pagine da immagazzinare.

ANNACHIARA CREA – UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SIENA

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