LE LEZIONI DI CAMBRIDGE ANALYTICA

Standard

Negli ultimi giorni, il caso  di Cambridge Analytica ha fatto il giro del mondo ed anche noi ragazzi di Spazio Politico abbiamo deciso di trattare la vicenda.

In questo articolo ,però, a dispetto del titolo non ci occuperemo di trattare la vicenda intrinseca, sulla quale sono già stati impiegati fiumi d’inchiostro e di parole: cercheremo invece di sviluppare una riflessione su ciò che ha rappresentato e sta rappresentando questa vicenda.

Al di là delle questioni meramente tecniche e legali, questo caso ci offre l’opportunità di parlare dei   pericoli della società digitale, ma anche delle sue opportunità, in particolar modo in relazione alle ricerche di mercato e a come la metodologia nello svolgimento di quest’ultime sia cambiata nel tempo.

Fino a neanche troppi anni fa, tali ricerche erano condotte da rappresentanti di aziende fuori dai centri commerciali che attendevano i clienti uscire per chiedere loro quali prodotti avessero acquistato e perché; in alternativa, un altro tipo di ricerca di mercato era quella che prevedeva il sondaggio telefonico, quando ancora c’era un fisso in ogni casa e lo smartphone era un’invenzione quasi fantascientifica. Inutile dire come tali ricerche di mercato, seppur utilizzate in maniera intensiva dalle aziende, non sempre fornivano dati affidabili circa le preferenze dei consumatori, i quali sovente fornivano risposte non vere(o non rispondevano affatto) in quanto infastiditi da questa intromissione nella propria vita privata.

Oggi, però, la figura del consumatore com’era intesa un tempo non esiste più, ed è stata sostituita dalla figura del prosumer, termine inglese dato dall’unione tra le parole producer e consumer. Riempiendo di dati ed opinioni i social network, è sufficiente analizzare il nostro comportamento per capire cosa ci piace e cosa no.

Ed in parole povere è proprio questo quello che faceva Cambridge Analytica, attraverso l’app di Christopher Wylie, ex dipendente dell’azienda ed adesso primo informatore su questa storia: il nostro comportamento sociale veniva analizzato per inserirci in categorie, al fine di offrirci una pubblicità mirata alle nostre opinioni e aspettative.                                Non è molto diverso da quello che Google sta ormai facendo da diversi anni , senonché queste analisi sono state utilizzate per influenzare l’esito dei due principali eventi del 2016: il referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump.

A giudicare dagli esiti, si direbbe che questa campagna abbia funzionato. Anche in Italia, paese noto per il divario digitale che la separa da altre nazioni occidentali, è innegabile come la propaganda si stia sempre più spostando dal reale al virtuale, dalla TV ai social network, con la tecnica  della segmentazione  sempre più importante: attraverso queste nuove piattaforme è infatti possibile veicolare un messaggio ai diretti interessati. Si può infatti dire che, rispetto al passato, la comunicazione non sia più di massa, ma sia invece plasmata in base alle caratteristiche del singolo individuo.

Ciò porta a smascherare quello che è sempre stato il grande vanto dei social network, ovvero la gratuità del prodotto offerto. Infatti, nel caso di social non paghiamo il prodotto perché il prodotto siamo noi. Proprio così: in Rete ogni nostra operazione viene tracciata per delineare un profilo allo scopo di capire quali sono i nostri gusti ed i nostri interessi, mostrandoci ciò che desideriamo vedere. Attraverso la manipolazione delle pubblicità, delle interazioni e di tutto il resto è possibile influenzare la sfera sociopolitica di un paese, manipolando l’esito di un’elezione tramite il ricorso a società e professionisti che conoscono le nostre abitudini e le usano per determinare le nostre scelte.                        È sicuramente una possibilità inquietante, così come il fatto che ormai un algoritmo di Google o Facebook sa più cose di noi del nostro vicino di casa.

Sembra dunque parossistico che, in una società dove quotidianamente subiamo certe angherie da parte di norme in tutela della privacy, le nostre attività online vengano sfruttate per manipolare le nostre opinioni ed i nostri gusti. A questo punto sorge l’inevitabile interrogativo di leniniana memoria: che fare? Come difendersi da una società dove l’evoluzione tecnologica procede ad un passo molto più spedito di quello del legislatore?

Non è sicuramente una domanda facile (anche perché altrimenti non saremmo qui a parlarne), ma un elemento sicuramente da tutelare è quello della libertà della Rete, combattere affinché rimanga libera. La famosa gratuità dei servizi si è rivelata tale solo in termini economici, poiché ci ha posto una serie di vincoli e condizioni che mai nella vita reale avremmo accettato, consapevoli o meno . Questo a causa anche dell’enorme problema culturale che attanaglia il nostro Paese, ultimo nelle classifiche per velocità della Rete ma in testa in quelle dell’analfabetismo funzionale.

Chiaramente, non avrebbe senso pensare di chiudere i social network, in quanto sarebbe una scelta antistorica( il progresso ,d’altronde, non si può fermare) ed inconciliabile con la realtà. Ritengo però che sia assolutamente cruciale acquisire la consapevolezza delle nostre azioni virtuali, per essere in grado di reagire agli attacchi(sempre più subdoli e sofisticati)  alla nostra libertà individuale.

ANDREA MARROCCHESI

Seguimi su Facebook

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...