Quando la pubblicità diventa l’ultima spiaggia della politica

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E così un giorno nacque la pubblicità. Si intenda, non quella su cui il Cavaliere ha fondato il suo impero, ma quella geniale idea che esisteva anche prima di Silvio Berlusconi. Semplice pubblicità. La pubblicità del Carosello, momento di convivio di tempi passati, i cartelloni sulle autostrade che promuovono una qualsiasi locanda turistica, l’annuncio alla publiphono in riviera che ci accompagna mentre la pelle si fa più salata e anticipa l’ultimo tormentone estivo. Certo è che nella lunga storia della pubblicità nessuno fino a qualche tempo fa, avrebbe potuto immaginare che questa sbarcasse anche in politica in modo così netto e nitido. Un tempo, l’unica pubblicità politica da ricordare erano i manifesti con simboli di partito e candidati che fioccavano in vista delle elezioni con frasi minime inneggianti al voto di questo o quel partito. Ma ora le cose sono cambiate, si viaggia sulla rete.  Nonostante ciò, la pubblicità ha subito una evoluzione incredibilmente forte. Dapprima affacciatasi in politica sotto forma di propaganda, nel Terzo Reich Tedesco, tramite il suo Ministro Joseph Goebbels, ha assunto un ruolo crescente.

Non bisogna dimenticare che già nel 1933 il futuro presidente Roosvelt si affidò a James Farley per lo studio dell’elettorato, nel ’34 esordì per la prima volta l’agenzia di Relazioni Pubbliche californiana, la “Whitaker and Baxer”,  per poi passare attraverso l’elezione di Kennedy che con le nuove strategia in campagna elettorale sconfisse il più esperto Nixon. Ultimo e non per importanza, il modello Obama, uno stile di “leadership” pensata, ponderata e costruita (e tanto emulata anche all’estero)  per ottenere consenso, una figura familiare ed affidabile, che potesse far convergere il supporto dell’America democratica e non. Ed è proprio da qui che inseriscono i nuovi format di pubblicità politica. Facebook, You Tube, Twitter e altre piattaforme multimediali sono invase da spot (più o meno propagandistici) con inviti molto meno espliciti dei classici “VOTA ANTONIO!” di un tempo. C’è chi mette in palio un caffè con chi avrà il dito più veloce sul “mi piace” per discutere poi dei problemi dell’Italia, chi invece a cavallo della sempre fedele bicicletta tenta, con un semplice “pensaci”, di convincere un elettore sfiduciato dal suo stesso partito e chi invece la pubblicità non la rinnova o non la registra, ma appone una semplice firma per ricordare a tutti che, in fin dei conti, da un ventennio a questa parte le cose non sono cambiate poi così tanto. La domanda, dunque, a questo punto può essere solamente una: ma siamo sicuri che essere così presenti nelle televisioni, sui social,  o tramite propagande di vario genere, sia la chiave per convincere gli italiani sempre più sfiduciati dalla politica? Eppure entrando in un bar, in un negozio o da un parrucchiere qualsiasi le frasi pronunciate sono sempre le stesse: “Ma chi si vota stavolta?”, “ah a me fanno tutti schifo”, “boh sono tutti dei magna magna” , “onestamente non ci capisco niente”. Lo scollamento che sempre più si percepisce, grazie anche ai dati sull’astensionismo, sembra far pensare che nonostante l’irruenza e l’uso spregiudicato dei media con i quali la politica continua a proporsi ovunque, essa non sia ancora arrivata a toccare quelli che sono i veri problemi. E con ciò non voglio riferirmi ai problemi concreti, oggetto di corse e programmi elettorali vari, quanto più al vero ed unico problema: la politica stessa. Essa si è sempre proposta come tra le forme più antiche di socialità, così nobile e al tempo stesso nata con la purezza di chi si unisce, propone e si spende per governare la “Polis”, per tutti nel bene o nel male, nei momenti aurei come nei momenti più difficili. Ed ora? Cosa è rimasto di quell’immagine così dorata e lontana? Dilaniata dalle faide interne dei milioni di partiti che si scindono in micro anime, stuprata dalla corruzione che negli anni ha fatto saltare più vite di chi ci credeva che poltrone di colpevoli sembra, negli animi degli italiani, una interlocutrice non più seria ed affidabile. E come se non bastasse derisa ora anche da una pubblicità che fa della Politica vera, qualcosa che si vende, forse in saldo come nei comuni messaggi promozionali. Per quanto ci si possa applicare, la fiducia non si può comprare. Nessuno di noi affiderebbe il proprio figlio in mano di insegnanti, guide che potrebbero portarlo sulla cattiva strada, contro gli stessi insegnamenti dei genitori. Allo stesso modo dovrebbe presentarsi il nostro paese: nessuno vorrebbe affidarlo a chi, nonostante le promesse, ne ha fatto scempio per troppo tempo.  Neppure se si dimostra pentito, neppure se cerca di riconquistarsi una fiducia che si è andata erodendo pian piano, forse ancor prima di Tangentopoli, di Mani pulite e di qualsiasi procedimento giudiziario che ha segnato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Ma in fondo l’immagine che diamo al mondo è quella stessa della politica; furbi ladruncoli pronti ad approfittarsi alla prima distrazione, assenteisti e nullafacenti, ingannevoli ma deliziosamente fini nel farlo, pronti a dar fiducia a chi ci ha conquistato a suon di spot elettorali. Altroché santi, poeti e navigatori. Ci piace essere il passato, ma vorremmo il futuro, fomentiamo le proteste ma non vogliamo la rivoluzione. Eppure questa volta qualcosa ci è sfuggito di mano e nonostante le mille frontiere in cui ha cercato di (ri)proporsi la politica tradizionale, proprio quelle stesse propagande, promesse e dibattiti con cui ci avrebbero dovuti convincere, hanno solo alimentato uno scontento così innegabilmente palpabile da tempo. Ci siamo lamentati, abbiamo protestato ed in questa tornata elettorale abbiamo punito la mera propaganda, con un voto chiaro di protesta, nei confronti di partiti arroccati in campagne elettorali troppo ricche di slogan e spot e povere di contenuti.

SOFIA TOSI – UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

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