VIA FANI 40 ANNI DOPO

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Oggi, 16 marzo 2018, ricorre il 40esimo anniversario dal rapimento dell’allora Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse. Come è noto, Moro verrà tenuto in ostaggio dei brigatisti per 55 interminabili giorni, al termine dei quali, il 9 maggio 1978, il suo corpo senza vita verrà trovato nel bagagliaio di una Renault in via Michelangelo Caetani.Tuttavia, lo scopo  di Spazio Politico con questo articolo non è quello di fare un( ennesimo) rendiconto di quelle angosciosissime settimane che segnarono probabilmente l’apice degli Anni di Piombo,  il periodo più buio di tutta la storia italiana a partire dal secondo dopoguerra; piuttosto, l’obiettivo è quello di cogliere l’occasione di questo anniversario per ricordare chi fosse veramente Aldo Moro ,e discutere l’ eredità  lasciata all’Italia, sia in termini politici che non. Ma andiamo con ordine.

Nato a Maglie, in provincia di Lecce, nel 1916, Moro si iscrisse all’Università di Bari per studiare giurisprudenza. Già in giovane età, fu molto attivo in ambienti politici cattolici, arrivando a dirigere il Movimento Laureati dell’Azione Cattolica. Nel 1946 fu membro dell’Assemblea Costituente nella DC, partito del quale fu fra i fondatori. Nel corso degli Anni 50, Moro ricoprì numerosi e prestigiosi incarichi a livello ministeriale: sottosegretario agli esteri, ministro della Giustizia tra il 1955 e 1957 sotto il primo governo Segni, ministro della Pubblica Istruzione nel biennio successivo (è grazie a Moro che venne introdotta la materia di educazione civica nei programmi scolastici).

A partire dal 1959 la carriera politica di  Moro ebbe una svolta significativa: venne infatti nominato segretario della DC al VII congresso del partito. Tale vittoria fu determinata dall’affermazione nei confronti  della corrente di  Amintore Fanfani, contraria ad ogni tipo di apertura verso il PSI, fino ad allora collaboratore del PCI. È un evento significativo perché è quello che rende Moro uno dei principali architetti del centrosinistra a cavallo tra gli Anni 50 e 60, in quanto per la visione morotea era necessario superare la stagione del centrismo e  spostare la linea di governo del Paese a sinistra per produrre le riforme necessarie. Tra il 1963 ed il 1968 Moro sarà Presidente del Consiglio in un governo caratterizzato dalla presenza dei socialisti: tale stagione politica però si rivelerà insoddisfacente per gli elettori, come dimostrato dalle elezioni del 1968. Dal 1970 e 1974 Moro ricoprirà il ruolo di Ministro degli Esteri, ma è a partire dal 1975 che si verificherà una svolta di enorme importanza per il quadro politico italiano. Infatti, alle elezioni regionali di quell’anno, il PCI guidato da Enrico Berlinguer ottenne un grande consenso e riportò al centro del dibattito politico un’idea che Moro sosteneva da tempo: quella di far entrare il PCI all’interno del governo nazionale per dare una spinta riformista. Il biennio 1976-78 è poi passato alla storia come quello della solidarietà nazionale, con il governo a guida democristiana sostenuto dai partiti di  tutto l’arco costituzionale  attraverso lo strumento dell’astensione o della “non sfiducia” come la chiamò Giulio Andreotti. Ed è proprio il 16 marzo 1978 il giorno in cui Moro si stava recando in Parlamento per votare la fiducia ad un governo dove per la prima volta avrebbero governato anche i comunisti. Ma tale situazione non si verificò mai per i motivi che tutti conosciamo.

Ciò ci riporta alle prime righe di questo articolo, ed all’eredità che Moro ha lasciato alla politica italiana, al di là della dimensione emotiva causata dalla sua tragica fine. Egli fu certamente un personaggio complesso, capace di dividere in fazioni anche il suo stesso partito, come si è visto non solo in occasione di un possibile governo con il PCI, ma anche nei 56 giorni del sequestro, dove si assistette ad un drammatico dibattito tra coloro che sostennero la necessità di una trattativa con le BR e chi invece si oppose categoricamente ad ogni accordo con i terroristi. Al di là di questo, resta però una figura sicuramente significativa per il contributo dato sul piano storico-filosofico oltre che puramente politico. Un pensiero politico che parte dal ruolo laico del cristiano e dalla religione del vivere civile: per lo statista pugliese, infatti, il cristiano doveva essere un uomo politico in quanto tale, a prescindere dalla sua fede religiosa: il cristiano è tale solo in virtù della sua partecipazione alla vita politica. A questo particolare aspetto se ne aggiungono sicuramente altri, come il ruolo della Resistenza al nazifascismo come un secondo Risorgimento, un’alternanza tra socialismo e cristianesimo, le prospettive future degli “Stati Uniti d’Europa”, la laicità tra sfera pubblica e privata e molte altre cose.

In conclusione, noi ragazzi di Spazio Politico abbiamo voluto dedicare quest’articolo alla memoria di Aldo Moro per far sì che il ricordo di questo statista, soprattutto agli occhi dei più giovani, non venga esclusivamente associato alla tragica fine che ha fatto, ma anche a tutti i contributi che ha dato all’Italia passata ed odierna, indipendentemente da come la si pensi su essi.

ANDREA MARROCCHESI

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