UNA REPUBBLICA FONDATA SUL POPULISMO

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articolo ricca elezioni.jpg“Oggi per noi inizia la Terza Repubblica e la Terza sarà finalmente quella dei cittadini italiani”. Con queste parole, Luigi Di Maio, uno dei grandi vincitori della nuova tornata elettorale, ha aperto quella che sembra una rinnovata stagione politica.

Parevano elezioni stantie che avrebbe consegnato agli elettori la foto di un paese spaccato esattamente in tre parti ma, contro ogni previsioni, i risultati sono stati sorprendenti e hanno spiazzato tutti i commentatori politici. Il primo dato controcorrente è stato quello relativo all’affluenza. Sin dalla mattinata, complice il tagliando anti-frode, abbiamo assistito a lunghe code ai seggi che hanno rallentato di molto il processo di voto. In realtà, oltre a questo, gli italiani non hanno disertato le urne come pronosticato: l’affluenza si è attestata al 73%, due punti percentuale sotto quella del 2013, in cui, per altro, i seggi sono stati aperti per due giorni. Siamo lontani, quindi, dal 65-70% stimato alla vigilia di questo appuntamento, segnale importante che decreta un attivismo politico che spesso latita ma che alle urne può tornare a farsi sentire con forza.

Confermata la leggera parabola discendente dell’affluenza, forse triste ma non eccessivamente preoccupante, ciò che resta dei partiti rimessisi al giudizio degli elettori è una realtà molto complicata e sicuramente sbalorditiva. La soglia di sbarramento al 3% è stata punitiva per le formazioni più piccole, ponendo un limite al numero dei gruppi parlamentari che andranno a formarsi nelle prossime ore. Il Parlamento, infatti, per come si prefigura adesso, vedrà la presenza di quattro aree diverse, rendendo difficile la vita a chi vorrà formare un governo senza prendere in considerazione gli avversari storici.

Il così-detto populismo, nelle sue varie sfumature, è il grande vincitore di queste elezioni. Sommando le percentuali del Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia risulta chiaro che più di un italiano su due ha preferito un partito “anti sistema”, lanciando un messaggio chiaro a Bruxelles. E’ un risultato che farà scuola ed apre numerosi interrogativi ad un anno dalle elezioni per rinnovare il Parlamento Europeo. Mai prima d’ora un assembramento di partiti euroscettici aveva raggiunto la maggioranza assoluta, neanche nella vicina Austria in cui i populisti governano con i moderati. Con un occhio al futuro, questo dato potrebbe mettere in discussione anche lo stentato bipolarismo fra il Partito Popolare Europeo e l’S&D a Strasburgo.

Parlando nello specifico, Matteo Salvini è uno dei grandi vincitori delle Politiche 2018 e premier designato dal cdx. Il leader del carroccio è stato capace di trasformare il povero risultato del 2013 in una schiacciante vittoria nella coalizione di centrodestra, riuscendo a rubare la pole position a Forza Italia e attestandosi come primo patito dell’asse Lega-FI-FdI. Le ragioni di questo strabiliante 17% su base nazionale, reso ancora più incredibile dai risultati nei seggi uninominali e nelle regioni del Centro, è da ricercarsi nella trasformazione da partito locale a partito nazionale con tutti i cambiamenti del caso. Inoltre, Salvini ha saputo riempire il vuoto delle tematiche sociali lasciato scoperto dalla sinistra a trazione Renziana ed è riuscito a sottrarre voti al nemico-amico Silvio Berlusconi, oltre che a reintegrare alcuni pentiti del M5S.

In minore misura, Giorgia Meloni può essere giustamente considerata una vincitrice, portando il suo partito allo storica soglia del 4,3% e quintuplicando i seggi in parlamento dal 2013 ad oggi.

L’altro grande trionfatore è sicuramente Luigi Di Maio con il suo Movimento 5 Stelle. Nato come  formazione di protesta ed istituzionalizzandosi negli anni, grazie anche al passo di lato di Beppe Grillo e alla mancata candidatura dell’ortodosso Di Battista, i pentastellati hanno saputo capitalizzare il loro risultato, sottraendo voti al PD ed attestandosi come primo partito Italiano con i 32,3% dei voti. Le schiaccianti vittorie sono arrivate puntuali al Sud e nelle Marche con picchi del 47% e vincendo quasi la totalità dei collegi uninominali nel Mezzogiorno, con il caso siciliano a fare da punta di diamante. Di Maio, nella sua dichiarazione post elettorale, ha annunciato l’intenzione di salire al Quirinale con l’idea di consultare tutte le parti in campo, prendendo il posto di Bersani nel 2013. Il M5S, ponendo fine al suo oltranzismo, si configura come una nuova DC, al centro e capace di guardare a destra o a sinistra a seconda delle necessità. Sicuramente, chiunque voglia governare dovrà tenerli in considerazione nei propri calcoli e questa, in politica, è sicuramente una posizione di grande forza.

Se Salvini, Di Maio e Meloni sono i vincitori della notte del 4 Marzo, lo stesso non si può dire di Renzi, Berlusconi, Grasso e Bonino.

A Sinistra è una Caporetto. La previsione di Fitto, così aliena ed impensabile fino alla chiusura dei seggi, si è avverata con tutta la sua forza distruttiva. Per il PD sembra un sogno la tanto criticata (da Renzi) soglia Bersani del 25% e deve accontentarsi di un catastrofico 19%. Non basta la percentuale decisamente sotto le stime: all’uninominale non va meglio con esponenti come Minniti, Franceschini, Orfini, Serracchiani, Pinotti e Fedeli sconfitti pesantemente dai rispettivi avversari. Nel caso clamoroso del Ministro dell’Interno, i cittadini di Pesaro hanno preferito Cecconi, protagonista di rimborsopoli e che andrà ad ingrossare le fila del gruppo misto, senza neanche vedere il seggio pentastellato tanto agognato. Pochissimi fra cui la Boschi, Gentiloni, Casini e lo stesso Renzi riescono a sfangarla nello scontro diretto, ereditando un partito distrutto ed in attesa di un annunciato cambio al vertice. Questo risultato, sconfortante anche in Toscana ed Emilia, getta un’ombra sulle future elezioni Regionali. Intanto, in Lombardia, Fontana batte Gori di larga misura e nel Lazio, Zingaretti soffre nel testa a testa con Parisi che comunque potrebbe consegnare la regione all’ingovernabilità.

Dopo un lungo silenzio, Renzi ha parlato tramite conferenza stampa annunciando le sue dimissioni da Segretario del PD. Il leader Dem, comunque, non lascia la presa senza alcune assicurazioni. Resterà almeno fino alle consultazioni e all’elezione dei presidenti di Camera e Senato facendosi garante della democrazia interna al partito e della totale avversione all’inciucio con le altre forze. Il PD, quindi, sarà ufficialmente all’opposizione, in attesa di una nuova dirigenza.

Complici della disintegrazione progressista, sia Grasso con Leu che la Bonino con +Europa hanno segnato risultati infimi con la seconda stoppata dalla soglia di sbarramento ed il primo sopra di pochi decimali da questa. Gli esponenti di LeU non hanno convinto e sono stati sconfitti pesantemente nelle proprie roccaforti, strappando solo pochissimi voti al PD ed accontentandosi di una manciata di seggi fra Camera e Senato. Ciò che resta è una desolazione che preoccupa e che scrive un nuovo capitolo della crisi dei progressisti che sta investendo tutta l’Europa. Prima di puntare il dito sulle minoranze ed incolpare le scissioni, i leader dovrebbero riflettere sulla mission della sinistra di oggi, tornando a parlare agli ultimi e non ai primi e tentando di riscattare i temi sociali sottratti da liste come la Lega e FdI.

L’ultimo sconfitto è Silvio Berlusconi. L’inventore del Centro Destra, il leader moderato per eccellenza, non ha saputo replicare le rimonte per le quali è così famoso a livello elettorale. A nulla è servito il nuovo contratto con gli italiani ed i continui richiami alla campagna del 1994. Berlusconi, abituato a comandare, si trova adesso un vassallo del più giovane Salvini, ostaggio moderato in mano a chi pare non esserlo.Come Renzi, anche lui ha optato per una lunga riflessione mentre Brunetta conferma il rispetto del patto a tre ma annuncia l’appoggio a chi saprà formare un governo, non per forza a trazione leghista, dunque. Resta il fatto che quel 14% brucia molto e mette Berlusconi nella posizione di poter confermare o far saltare la coalizione, fermo restando che i suoi 81 anni ed il governo di alcune regioni condiviso con Salvini rendono le sue truppe più propense a restare nella grande famiglia del cdx piuttosto che a lasciarla (Toti per primo).

Le elezioni politiche di questo anno hanno veramente fatto saltare alcuni equilibri e questo è un buon sintomo per la nostra democrazia. Il sistema politico svolge il suo naturale compito quando gli elettori hanno la capacità di punire i rappresentanti precedentemente eletti per premiarne di nuovi. Non siamo tutti imprigionati fra i fanghi di una palude, quindi.

La vera sfida deve ancora arrivare. Resta da capire quale sarà la posizione di Berlusconi, a colloquio con Salvini ad Arcore. Le elezioni dei Presidenti di Camera e Senato e le future consultazioni si apriranno con una Sinistra pesantemente ridimensionata, una Destra forte ma scricchiolante ed un polo pentastellato granitico. Risulta impensabile azzardare previsioni senza tutte le carte in gioco. L’unico dato certo è questa “populistizzazione” delle masse che, stanche del vecchio establishment moderato ed europeista, sembra premiare chi propone soluzioni per alleviare i problemi degli sconfitti dalla crisi, euroscettici o meno, nazionalisti o meno. Fra poche ore, comunque, ogni nostro dubbio sarà fugato.

RICCARDO PARADISI

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