FLAT DEMOCRACY

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IMG_2399Il 2018, parlando di tormentoni politici, pare essere iniziato molto male. Secondo alcuni commentatori stiamo assistendo ad una crisi delle democrazie occidentali e, riguardo alle imminenti elezioni, non si è mai vista una campagna elettorale così scadente. I due temi vanno pesantemente a braccetto, soprattutto se si prende per buono il tasso di astensione che il 4 Marzo ricadrà sulla politica italiana come un macigno. Se davvero, come dicono le stime, il 30-35% delle persone non si recherà alle urne, forse è arrivato il momento di capirne il motivo.

La democrazia non è sostanzialmente in crisi: siamo liberi di andare a votare e di essere votati e l’esempio del Movimento 5 Stelle, alla seconda corsa elettorale e forte di consensi, ne è l’esempio lampante. Il caso grillino è piuttosto esemplare perché, anche se non mancano zone d’ombra e criticità, ha saputo sfatare il mito dell’immobilismo in politica e ridare una certa fiducia ad un ampio strato della popolazione che si sentiva sotto-rappresentato.

Nonostante questo, ci sono numerosi elementi che fanno apparire “ammalata” la nostra democrazia. Gli errori, che ci sono stati, sono stati fatti sull’altare dell’anti-politica e del giustizialismo. Perché, se oggi ci lamentiamo delle liste bloccate, dei vari “paracadute” e del rischio ingovernabilità, dovremmo ricordare che il sistema proporzionale è sicuramente quello che garantisce maggiore rappresentanza in parlamento ma se e solo se è accompagnato dalle preferenze. E, guarda caso, il voto di preferenza fu parzialmente abolito con referendum nel 1991. La sua colpa: creare voto di scambio e clientelismo.

Quello è stato il peccato originale ed oggi non dobbiamo stupirci se non abbiamo leader di partito che meritino questo appellativo. Non c’è più ricambio e, quando c’è, è deciso dall’alto con criteri decisamente non meritocratici. Per questo non dobbiamo neanche sorprenderci se, in tutta la campagna elettorale, non abbiamo assistito neanche ad un confronto faccia a faccia. Come in un talent show, i candidati si esibiscono in monologhi, l’uno dopo l’altro. Da Floris, D’Alema siede sul posto di Renzi lanciandosi frecciatine per via telematica, da Formigli leader di sinistra subentrano ad altri di destra senza neanche incrociarsi. La colpa, in questo caso, è da attribuire in parte a questo sistema di fare informazione che spesso si piega ai diktat dei vari leader pur di averli in trasmissione, riservandogli soltanto domande morbide (serve la Costamagna per riportare un po’ di pepe in trasmissione), in parte al clima elettorale che premia l’immobilismo, senza un vero motivo per far prevalere il proprio programma su quello dell’avversario.

La rete ha contribuito notevolmente a far apparire la democrazia più debole di quanto lo sia. Il costante allarme contro le fake news e la campagna elettorale permanente che si è tenuta sui social per cinque lunghi anni, hanno reso flaccida questa corsa alle urne. Per questo motivo, dato che molte posizioni e proposte erano note da tempo, i partiti si sono avventurati nel terreno delle promesse scellerate e dei dibattiti astratti. E’ stata una campagna caratterizzata dai numeri confusi di Berlusconi e da marce contro una fantomatica minaccia fascista, il tutto condito dall’assenza di comizi e di manifesti elettorali.

Il principale dei problemi, però, non riguarda prettamente la Repubblica Italiana ma il sistema europeo nel suo insieme. Inutile negarlo, l’UE, che doveva essere il baluardo della democrazia sorto contro le antiche derive totalitarie, si è trasformata in una macchina di scoraggiamento di massa. Ogni elezione in Europa, da alcuni anni a questa parte, viene vissuta con un finto senso di apprensione da parte delle istituzioni comunitarie. Dopo il duro colpo della Brexit, Junker non ha mai perso l’occasione di lanciare allarmismi sugli esiti delle consultazioni nello stivale. Dal disastro annunciato in caso di vittoria del NO al referendum del 2016 alla nuova uscita sul governo operativo post 4 Marzo, il Presidente della Commissione risulta dannoso quanto i fantomatici Hacker Russi.

Ma le istituzioni europee non solo sono in parte colpevoli di intervenire in modo inopportuno nelle elezioni politiche dei vari paesi UE, Italia inclusa, ma hanno contribuito alla creazione di un sistema di diffusa e percepita “impotenza” elettorale. Probabilmente, molti cittadini non andranno a votare il 4 Marzo per paura che qualunque sia la loro scelta non sarà influente al livello di policy making. Gli stessi cittadini greci, votando Tsipras, si sono trovati con un presidente che da scontrarsi con la Troika è finito per applicare quasi tutti i punti di austerity proposti dalle istituzioni europee.

In un mondo dove l’apparenza è tutto, se davvero la nostra democrazia sostanziale non è in crisi, lo stesso non si può dire della percezione che abbiamo di questa. Sarebbe bene coniare il termine di “Flat Democracy”, ma non per descrivere una democrazia orizzontale ed uguale per tutti, quanto un sistema che apparentemente non segna battiti, fra l’immobile ed il comatoso.

RICCARDO PARADISI

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