99 A 1: LA DISUGUAGLIANZA SECONDO OXFAM

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Bangladesh Factory Fire RetailersSi è concluso da qualche giorno il Forum Economico di Davos, incontro annuale fra le élite del mondo della politica, dell’economia e del giornalismo. Ma a far scalpore, durante i primissimi giorni del meeting è stato il rapporto sulla disuguaglianza pubblicato da Oxfam che, neanche a farlo apposta, ha lanciato proposte economiche molto più consistenti rispetto a quelle delle leadership mondiali.

Nel suo lungo rapporto chiamato “Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, Oxfam parte dal presupposto che nel mondo vi siano attualmente 2.043 miliardari e che di tutta la ricchezza prodotta nell’ultimo anno, l’82% è andata ad ingrossare il portafoglio del solo 1% della popolazione, mentre il 50% più povero non ha beneficiato di alcun aumento.

Tutto ciò si scontra con statistiche apparentemente contrastanti riportate nel medesimo rapporto. Rispetto a 20 anni fa, infatti, sempre meno persone vivono sotto la soglia di povertà ($1,90 al giorno) ed abbiamo assistito ad un generale aumento dei salari. Nonostante questo, anche i prezzi sono aumentati, alzando di conseguenza il costo della vita. Prendendo come modello le nuove soglie di povertà della Banca Mondiale, Oxfam ha stimato i nuovi poveri a 2,37 miliardi di persone.

Il rapporto punta il dito sui ricchissimi, smontando la premessa che i soldi premino i più talentuosi. Infatti, oltre ai monopoli ed alla corruzione, molti super ricchi lo sono di seconda generazione, perché grandi ereditieri e membri di qualche dinastia miliardaria.

I problemi di questo divario sempre più abissale fra ricchi e poveri ha conseguenze di tipo politico, economico e sociale. Da una parte, la democrazia così come la conosciamo oggi potrebbe diventare sempre più una plutocrazia, restringendo l’effettivo potere decisionale nelle mani di pochissimi. Del resto, le grandi multinazionali, le lobby ed i social media esercitano un’influenza già determinante nelle campagne elettorali e nei processi di policy making. La sola idea, come era stata paventata qualche mese fa, che Mark Zuckerberg potesse “scendere in campo” nella politica americana in vista delle presidenziali 2020 può facilmente far accapponare la pelle. E’ innegabile che, in un sistema in cui esistono questi super ricchi, il principio di “una testa un voto” inizia a scricchiolare pericolosamente.

Anche la giustizia risente di questo divario. I grandi ricchi possono facilmente aggirarla evitando in modo rocambolesco la tassazione e le leggi sulla competizione. Un caso su tutti fu la risposta di Apple alla minaccia di una maxi multa per le tasse non pagate nella Repubblica di Irlanda. La multinazionale della mela minacciò Dublino di tagliare migliaia di posti di lavoro e da allora è guerra aperta fra il regime fiscale irlandese e la Commissione Europea.

A livello sociale ed economico non va meglio. Le imprese che fanno capo ai superi ricchi, dovendo affrontare investitori e dividendi (oltre che ad un potere di acquisto minore dei consumatori) tendono a decentralizzare ed investire dove effettivamente il costo del lavoro è basso ed i diritti non sono garantiti. Fra i super miliardari rientrano i patron di Zara e H&M, mentre nell’Estremo Oriente (riporta Oxfam), lavoratori (e soprattutto lavoratrici) nel settore della moda vengono pagate $4 al giorno per 14 ore di lavoro. Le condizioni di sicurezza sono precarie, il lavoro infantile nonostante in calo è ancora a livelli preoccupanti e sta ritornando in voga la parola “schiavitù”.

Sul campo dei diritti, gli attacchi alle multinazionali non sono rari: abbiamo visto nell’ultimo anno i problemi di Ryanair con i piloti per la mancanza di rappresentanza sindacale mentre lo stesso Amazon ha dovuto affrontare scioperi e denunce sui social. Indovinate un po’? Jeff Bezos (CEO di Amazon) è uno dei miliardari che più ha accresciuto il suo capitale durante il 2017 diventando la persona più ricca del mondo.

Il problema di questa iniquità, che colpisce anche l’Italia (basti pensare che nell’ottica di attrarre aziende con il Jobs Act è stato eliminato l’Art. 18), è la mancanza di un modello fordista che nello spirito capitalista aveva spinto in avanti l’economia dei paesi sviluppati durante il secondo dopoguerra. Adesso, a fronte di un costo della vita maggiore, le grandi aziende cercano di offrire servizi a basso costo per accontentare i consumatori sempre più impoveriti e per fare ciò offrono lavoro a salari sempre minori ed a condizioni degradanti. Tutto ciò crea un circolo vizioso che distribuisce la ricchezza nelle mani dei soliti noti.

Oxfam, oltre che a pars destruens cerca di essere anche pars construens, offrendo una vasta gamma di proposte politiche per ispirare i leader mondiali. Fra queste spiccano la riduzione dell’estrema ricchezza con metodi di ridistribuzione basati su una pressione fiscale proporzionale, un maggiore controllo delle organizzazioni internazionali sui diritti umani ed investimenti maggiori nel campo della sanità e dell’educazione tramite i quali raggiungere una sempre maggiore uguaglianza. Resta il fatto che le politiche di spending review applicate dopo la crisi non hanno fatto altro che aumentare il divario socio-economico e che, almeno nell’Unione Europea, la luce in fondo al tunnel non sembra ancora alla portata dei nostri occhi.

Oxfam Italia, nella speranza di poter raggiungere i leader politici italiani con il proprio rapporto, ha inviato una lettera aperta sulla lotta alla disuguaglianza a tutte le forze politiche in vista delle elezioni del prossimo 4 Marzo. Per adesso, a voler usare una metafora moderna, i 7 leader interpellati si sono limitati a “visualizzare e non rispondere”.

RICCARDO PARADISI

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