PENSIONI E FORNERO : LA LEZIONE DEL CILE

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Con il 4 marzo ormai sempre più vicino, tra i temi più caldi toccati dai vari schieramenti politici (immigrazione, lavoro, tassazione, sicurezza per citarne alcuni) rientra sicuramente il sistema pensionistico. Infatti, benché il tema delle pensioni sia  da sempre molto rilevante, l’approvazione della legge Fornero nel dicembre 2011 ha reso la questione cruciale agli occhi di una parte consistente dell’elettorato.Il problema delle pensioni in Italia è di vecchia data: il sistema attuale è stato rivisto innumerevoli volte, ma senza mutarne i fondamenti. Pure il fatto di essere passati da un sistema retributivo dove la pensione è collegata agli ultimi stipendi, ad uno contributivo dove conta l’ammontare totale dei versamenti, non ha migliorato la situazione.

L’approvazione della Fornero , all’epoca ritenuta insindacabile per evitare il crack finanziario, si è  rivelata come una misura tanto drastica per le condizioni dei futuri pensionati, quanto poco efficiente a migliorare la situazione di un sistema pensionistico coercitivo, fuori mercato ed interamente statalizzato. Nei quasi 3 anni passati a Palazzo Chigi, il governo Renzi ha cercato di raggiungere ad una impossibile quadratura del cerchio: ridimensionare il sistema pensionistico per ridurre il prelievo fiscale sul lavoro, mantenere la tenuta dei conti dell’Inps e garantire una vecchiaia serena a chi ha versato contributi per oltre 40 anni.    Se oggi però numerose forze politiche ritengono l’abolizione della Riforma delle Pensioni del 2011-12 una priorità assoluta, non c’è molta chiarezza sulle alternative al sistema attuale.

Un’alternativa, però, esiste ed è (orrore orrore!) il capitalismo. Nello specifico, in ambito previdenziale, si parla di modello “a capitalizzazione”, solitamente con riferimento al modello cileno, da cui appunto il titolo dell’articolo.

La riforma pensionistica del 1980, eseguita dal Ministro del Lavoro José Piñera negli anni della dittatura di Pinochet, ha reso il paese sudamericano un modello a cui molte altre nazioni si sono ispirate: tra le più importanti citiamo Russia, India, Messico ed Australia.

Il sistema funziona in base ad un principio molto semplice: ogni lavoratore è tenuto a versare ogni mese i propri contributi pensionistici (pari a circa il 10% del proprio reddito)  su un conto personale, la libretita, gestito da un fondo a sua scelta, banca od assicurazione che sia. In qualunque momento, il lavoratore può monitorare la quantità di contributi versati ed i rendimenti da essi generati, e se insoddisfatto può anche cambiare il proprio “gestore”. Lo Stato ha un ruolo marginale, limitato ad integrare l’assegno pensionistico di quei cittadini che, non avendo versato contributi sufficienti, non raggiungono il minimo di legge.

Ma perché il sistema cileno è così popolare? Per una questione sia politica che tecnica. Quella politica, pur sembrando banale, è cruciale: ogni lavoratore è realmente padrone della propria pensione, vi è cioè una trasparenza massima: ogni lavoratore sa che i suoi soldi sono, in ogni momento, visibilmente e materialmente suoi, e ciò rappresenta una garanzia sufficiente per avere una vecchiaia serena, slegata dalla fortuna o dalle vicende politiche. Questo deriva anche dalla sicurezza che i contributi, frutto di decenni di duro lavoro, non si perderanno nel mare sterminato della finanza pubblica.

Riguardo all’aspetto più tecnico, l’Istituto Pensionistico Cileno ha pubblicato dei dati interessanti: a quasi 40 anni dall’approvazione di questa riforma, il 72% del capitale accumulato nei fondi pensione viene da rendimenti interni generati dalle risorse “accantonate” . Ergo, se un lavoratore che nell’arco della sua vita contributiva ha versato 28.000 euro, avrà maturato un capitale di 100.000 euro, 72.000 dei quali ottenuti grazie alla gestione dei fondi: si tratta di un rendimento annuo di circa l’8%. Se poi si versa molto e si è bravi a scegliere il proprio investitore, è possibile anche andare in pensione a 50 anni, con la differenza che questa non è una baby pensione come quelle della Prima Repubblica, in quanto non grava sulla collettività.

Chiaramente, non è tutto oro quel che luccica, ed implementare un modello del genere in Italia richiederebbe tagli alla spesa e privatizzazioni, per trasformare in ottica liberale il welfare. Se il Cile ha delineato il modello più coerente in tal senso, persino la Svezia ha adottato un sistema misto con molti spazi per i privati, mentre in Nuova Zelanda le pensioni pubbliche sono state ricondotte nell’alveo dell’assistenza: un reddito minimo e stop.

In conclusione, se in Italia non viene intrapresa una di queste strade molto probabilmente tra qualche anno dovremo riformare la riforma. Le buone riforme non sono tali perché giuste o eque, ma solo se utili. Il caso cileno è un esempio lampante di ciò.

ANDREA MARROCCHESI

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