Noi giovani, una generazione a metà.

Standard

“Non siamo capaci di farci ascoltare.”. Questa è la frase che rimbomba nella mia mente quando penso a noi giovani, alla nuova fascia di ragazzi che avanza di cui, più o meno fieramente, faccio parte. Purtroppo è la verità, non siamo capaci di elevare la nostra voce, per pigrizia, per frammentazione, perché non abbiamo coscienza di noi come un tutt’uno e non un singolo atomo che vaga nel mondo. E molti di noi si arrabbiano perché le istituzioni, la generazione dei nostri genitori, il potere ci ignora. Ed a volte mi viene da sorridere quando penso a questo. Il sorriso compare sulle mie labbra in modo naturale perché chi afferma questo, spesso anche io tra loro, non si ferma, non si volta ad ascoltare cosa i coetanei dicono, professano, discutono. Da un lato ascolti ragazzi impegnati, che si danno da fare per rettificare, correggere, protestare contro decisioni assurde, contro strutture marce che felicemente campeggiano sulle nostre teste. Ma basta girare la testa dall’altro lato e l’udito può beatamente collassare. Accese discussioni sui talk show, sui reality. E’ vero, non sappiamo farci ascoltare, ma non basta farlo, bisogna anche curare il contenuto. Perché se le bocche di molti nostri coetanei son piene di queste inutilità, lo affermo fieramente: è meglio non tacere.

Ma voglio andare più a fondo. Siamo la generazione digitale, la generazione “Erasmus”,  siamo coloro che viaggiano il mondo, che lo scoprono e che lo vivono. Tutto vero. Eppure nessuno si cura della restante, corposa, parte. Perché non basta godersi l’Erasmus (che per molti spesso viene intesa come una vacanza in pieno stile) per credersi padroni del mondo. Non è sufficiente tutto questo, se poi la nostra mente è ancora volta al bel calore della nostra casa familiare, se preferiamo parlare dei finti amori dei Talk Show, piuttosto che di argomenti concreti, veri, circa il nostro presente e futuro. Non basta studiare i grandi manuali universitari, se poi trascorriamo il resto del tempo a come potrebbe essere bella la vita con una vincita al Lotto. Siamo la generazione “Erasmus”, ma siamo anche la generazione drogata di TV e di tutti i programmi, più o meno alti, che essa propina, siamo la generazione dei Talk Show, della vita facile, dal luminoso futuro. Siamo una generazione strana, che si ammira allo specchio mentre il mondo attorno a sé crolla e con esso il proprio futuro. Siamo la generazione di ambiziosi ragazzi e di mediocri mestieranti. Eppure non è una colpa avere basse aspettative nella vita. Riconoscere i propri limiti è forse il più alto atto di forza, non la condanno. La condanna arriva quando, dietro a becere scuse, questa mediocrità diventa lo scudo di chi non ha voglia di impegnarsi, non ha voglia di dare il proprio contributo, di vivere la propria vita nel chiuso del proprio mondo, senza voler apportare alla società il benché minimo supporto. Perché fondamentalmente siamo una generazione egoista, ma è brutto dirlo, siamo la generazione che davanti alle grandi sfide globali preferisce mettere la testa sotto la sabbia, piuttosto che impegnarsi per trovare una soluzione. Senza dubbio è più facile discutere della perfezione degli addominali di un tronista, rispetto alla genuinità o meno di un documento dell’Unione Europea. Non voglio però trascendere nel banale. Non voglio tacciare chiunque riconosca i propri limiti di essere pigri, mentalmente. Anzi, voglio urlare a loro il mio rispetto, ma allo stesso tempo mi inginocchio dinanzi a loro, pregandoli di curarsi di più degli affari della vita pubblica, che è anche loro. Perché non voglio detenere lo scettro della critica, ma urlo, urlo il disagio di chi vede i propri coetanei farsi rubare il presente ed il futuro, perché imbottiti di mediocrità, del mito del successo facile, della vita semplice. E se giro lo sguardo verso coloro che hanno maggiori ambizioni, la musica non sembra cambiare. Amanti del successo, ci siamo muniti di paraocchi. Come cavalli continuiamo a correre in avanti, con gli occhi puntati al traguardo. Nel frattempo, ci perdiamo la bellezza del percorso, troppo accecati dall’arrivismo inculcato e poco abituati al piacere che le esperienze, belle o brutte, possono offrirci. Anche il famoso film “Notte prima degli esami” ce lo insegna: “L’importante non è quello che trovi alla fine della corsa, ma quello che provi mentre corri.”. Ma il denaro ed il successo, l’autorealizzazione sembrano affascinare più di una emozione pura. Questa connotazione, però, la subiamo, non siamo noi i fautori di questa sciagura, troppo sospinti da una società che ha costituito il binomio “successo-felicità”. Questo è un ulteriore nostro limite, abbiamo gli occhi puntati addosso, dobbiamo necessariamente afferrare, raggiungere un determinato “status”, altrimenti avremo fallito. Pochi sono coloro che, fieramente, riescono a sganciarsi da questa logica. Ed a loro va il mio più sincero supporto, perché son stati capaci di andare contro corrente. Hanno risalito una cascata, contro ogni aspettativa, contro un intero sistema dall’indirizzo unico. Siamo tanti, siamo diversi, siamo complicati ed allo stesso tempo siamo superficiali e non curanti della realtà che ci circonda. Anziché guardare con invidia, sminuire o rimanere indifferenti a coloro che mettono anima e corpo per tutelare la comunità giovanile, dovremmo apprezzarli, supportarli, dire loro grazie. Più vengono lasciati soli, più le loro parole si perdono nel vento e con loro, noi stessi. Sostanzialmente siamo una generazione cresciuta in un allevamento intensivo, siamo come animali, sostentati ed imbottiti di arrivismo e cinismo. Ed è proprio questa nostra malsana dieta che ci fa cadere in contraddizione, vogliamo cambiare il mondo, ma parliamo, agiamo peggio di chi ci ha preceduti, poco capaci di ragionare, imbevuti di falsi miti e con poco senso critico, perché si sa il senso critico fa male. Non averlo rende docili, ammaestrabili, mansueti. Non amiamo il sacrificio, il sacrificio vale per gli altri, il sacrificio non ci appartiene e se qualcuno lo fa, automaticamente è uno sciocco. Le vette si scalano con il sacrificio ed il sudore, non con le funivie ed è purtroppo l’opposto che ci viene propinato, continuamente. Eppure tutti omettono che su certe vette le funivie non arrivano, non ci sono. Non mi piace essere troppo critico, ma la crescita passa dall’autocritica costruttiva. E se vogliamo costruire dobbiamo guardarci dentro, dobbiamo guardare, analizzare i nostri limiti e provare a superarli. Abbiamo delle potenzialità incredibili, viviamo in un mondo dove le distanze si sono ridotte, dove possiamo costruire il futuro che vogliamo, dove abbiamo le carte in regola per poter dare il nostro contributo a chi ci circonda ed a noi stessi. E qui voglio lanciare il mio appello, il mio grido a tutti coloro che leggeranno queste mie parole: assumetevi il rischio. Non fuggite, ora abbiamo la possibilità di costruire, di sbagliare, di farci male e di rialzarci. Non dobbiamo fuggire dinanzi alle difficoltà, dobbiamo lottare e costruire i nostri sentieri. E se la voglia non c’è, dobbiamo stimolarla. Togliamoci di dosso la superbia, i falsi miti e la mediocrità e ritorniamo ad essere umili, torniamo a sporcarci le mani, torniamo a “costruire” la nostra vita, non è più il momento di delegare agli altri. Siamo la generazione delle Ferrari, ma guidiamo come avessimo una Fiat 500. E se proprio volete continuare a guidare lentamente, non ostacolate chi, invece, vuole sfruttare al massimo le proprie potenzialità. Forse sono un illuso, forse sono troppo ottimista, ma la speranza è l’ultima a morire. Dobbiamo essere affamati, padroni di noi stessi, non seguire la corrente, non lasciarci trascinare da essa. Altrimenti avremo fallito, altrimenti non cambieremo il mondo. E’ impossibile sconfiggere il caos, ma bisogna domarlo e noi possiamo farlo. Parliamo di cultura, di politica, di chimica, di arte, della bellezza dei monumenti anche quando gli altri guarderanno a noi come persone noiose, patetiche, sciocche. Vorrà dire che abbiamo fatto colpo e che stiamo facendo la cosa giusta. Ed ovviamente non emozionandoci dinanzi ai Talk Show. Dobbiamo riprenderci ciò che ci appartiene e per farlo, bisogna tornare a parlare di politica, a discuterne, a dire la nostra. Bisogna tornare a rifletterci, ad esporre il nostro pensiero critico, ad esporre le nostre esigenze e voglie. Bisogna tornare a parlare, della politica come comunità di intenti e scelte, bisogno esporre le proprie necessità e criticare ciò che non funziona. Torniamo a ritagliare spazio a ciò che ci appartiene. Perchè questa società ha bisogno della nostra voce, come noi abbiamo bisogno di questa società. 

MAURIZIO TROIANO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...