IRAN 2018: UNA NUOVA SPERANZA?

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Da circa una settimana l’Iran è scosso da numerosi tumulti di piazza.  Queste proteste, iniziate il 28 dicembre nella città di Mashhad, la seconda più popolosa del paese, e diffusesi poi in numerose altre località, hanno visto migliaia di manifestanti scendere in strada per protestare contro la corruzione del regime, la disoccupazione ( specialmente quella giovanile) ed il carovita. I morti sono almeno 20, i feriti centinaia e gli arresti migliaia. Nel pieno della rivolta, una giovane donna è salita su un piedistallo e si è tolta il velo bianco obbligatorio un riferimento simbolico alla libertà per le donne: nonostante sia stata subito arrestata, è diventata un simbolo. L’escalation di violenza non accenna a placarsi, con macchine bruciate a lanci di molotov anche nella capitale Teheran. Ma come siamo arrivati a tutto ciò? Cerchiamo di fare un passo indietro e capire.

Una rivolta di simili proporzioni non è nuova nella storia moderna dell’Iran, storia iniziata con la rivoluzione del 1979 che portò al rovesciamento dello Scià: già nel 2009 il paese fu investito da un’imponente protesta scaturita dal Green Movement, un movimento nato per chiedere le dimissioni dell’allora presidente Ahmadinejad, responsabile delle sanzioni che affliggevano il paese. Adesso la gente brucia in piazza le immagini dell’ayatollah Khamenei, al grido di “morte al dittatore!”. Ciò rappresenta un evento epocale, dato che mai in quasi 40 anni di regime teocratico la più alta autorità morale del paese era stata il bersaglio principale delle folle. Questa degenerazione è ancora più significativa in virtù del fatto che le proteste sono scaturite contro la disoccupazione e l’improvviso aumento dei prezzi, nonostante l’eliminazione di alcune sanzioni da parte degli Usa in virtù dell’accordo sul nucleare dell’estate 2015.                          Neppure il presidente Hassan Rohani, rieletto a furor di popolo alle presidenziali dello scorso maggio, è stato esente da critiche. Se infatti il presidente in carica ha vinto le presidenziali presentandosi come un moderato riformista in grado di portare benessere ad un paese in difficoltà economica, il piano di austerity annunciato il 18 dicembre ha esacerbato una situazione già complessa.

A differenza del 2009, poi, dove la protesta fu in qualche modo coordinata da Mir Housseini Mousavi,  riformista sconfitto alle presidenziali di quell’anno da Ahmadinejad, l’attuale protesta non pare ruotare attorno ad un leader o a gruppi organizzati, ma si è propagata attraverso i social network Instagram e Telegram, un po’ come le Primavere Arabe del 2011 usufruirono di Twitter. Grazie a queste piattaforme, la protesta assume sempre più un carattere politico e di vera contrapposizione al regime; addirittura, le autorità iraniane hanno temporaneamente chiuso questi social network per “il mantenimento della pace”. Ma le immagini girate con gli smartphone nelle piazze in rivolta  hanno già fatto il giro del mondo, e c’è il forte rischio che le proteste si trasformino in un bagno di sangue se il regime utilizzasse il pugno di ferro per sopprimerle.

A livello internazionale è stato particolarmente rilevante il botta e risposta tra Donald Trump e Rohani stesso, con il presidente Usa che in un tweet ha messo in guardia le autorità iraniane in merito alle violazioni dei diritti umani ed al rispetto della volontà popolare (“Tutto il mondo vi guarda, è ora di cambiare” le sue parole). Rohani ha risposto immediatamente a Trump, ricordandogli come pochi mesi avesse etichettato l’Iran come nazione sponsor del terrorismo.

Inevitabilmente,il ruolo di  Trump potrebbe potenzialmente dare la svolta a queste proteste. È infatti difficile credere che la giovane iraniana con i capelli sciolti al vento e senza velo possa evitare che queste sommosse si concludano come spesso succede, cioè con una repressione come 9 anni fa.

Se allora i dimostranti avevano aspirazioni riformiste, oggi sono mossi da carovita, tasse e disoccupazione: motivazioni ben più efficaci nello scatenare delle proteste. Però all’epoca c’era una leadership, ed i manifestanti marciavano nelle strade di Teheran, mentre oggi sono essenzialmente confinati in province lontane. Ma ora possono contare sull’appoggio dell’uomo più potente del mondo, prima no; Trump non fa infatti l’errore di Obama che finse di non vedere per non compromettere l’accordo sul nucleare che ora Trump è ansioso di smantellare. Per fare un paragone un po’ altisonante, si può dire che Trump sta agendo un po’ come Reagan negli anni 80; se infatti l’ex governatore della California aveva fatto voto di eliminare “l’Impero del Male” sovietico, Trump fa lo stesso con Teheran. Le dittature non durano per sempre, afferma nei suoi tweet.                                    Vero, ma possono durare a lungo. Il regime iraniano dura da 39 anni, quello sovietico durò quasi il doppio: cadde quando Gorbaciov tentò un approccio riformista, senza capire che la sua perestrojika era incompatibile con quel sistema. In Cina il regime sopravvive grazie al paradosso di Deng Xiaoping: un misto tra autoritarismo politico ed una(parziale) liberalizzazione economica.

Le primavere arabe del 2011 ci hanno insegnato a non cantare vittoria troppo presto, vista la situazione di profondo caos a seguito della caduta di regimi storici. Ma ciò non toglie che in Iran si sta accendendo una fiammella di speranza per vedere una nazione diversa, che in quanto tale non sosterrebbe più il terrorismo e Rohani in passato ha dimostrato di essere aperto al dialogo.

Come lo fu Gorbaciov: e se la storia si ripete, ci attende un lieto fine.

ANDREA MARROCCHESI

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