#chiamatemipopulista

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london_student_protestLenin oggi sarebbe considerato un populista. All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, che due mesi fa ha compiuto cento anni, Lenin trasse spunto da alcuni pensatori che prima di lui avevano parlato a favore del lavoratore sfruttato e brutalmente umiliato dall’Impero ed a favore dell’uguaglianza e del diritto contro il despotismo.

Oggi diremmo che Lenin è un populista perché non aveva timore di indicare sfruttatori e sfruttati e, più semplicemente, perché si ergeva a paladino della sovversione dello status quo. Ed oggi, purtroppo, l’idea di Rivoluzione è morta.

Il 2017 è una data curiosa sotto alcuni punti di vista. E’ forse la quadratura del cerchio, la fine di un processo iniziato cento anni fa davanti al Palazzo d’Inverno e passato per i movimenti del 68. Quasi 50 anni separano queste tre date che ci mostrano l’evoluzione della Rivoluzione. La prima, quella Russa, violenta, romantica ed ideologica; la seconda, nel 1968, pacifica, dissacrante e giovanile. E poi c’è il concetto odierno di Rivoluzione, quello che si lega strettamente agli hashtag su twitter e facebook, quello di una dimostrazione silenziosa, fatta dalla scrivania o dal divano, spersonalizzante, vigliacca.

L’esempio è #metoo, tag nato per denunciare le molestie subite dalle star hollywoodiane e presto diventato un brand virale, da molti descritto come rivoluzionario a suo modo, capace di farsi portatore di un’ondata di malcontento e vendetta che molti, famosi o meno, hanno riversato sui social come un fiume in piena. I risultati non si colgono: dopo quasi due mesi, il dibattito sulle violenze di genere è ancora presente sui social ma sarà destinato a scomparire, sostituito da un altro cancelletto. Così, oltre ad un goffo tentativo di giustizia sommaria, questo nuovo moto rivoluzionario non avrà che prodotto un nuovo brand per le case di moda ed un nuovo trend topic su twitter.

#metoo è solo un pretesto, la polemica non è tanto sull’hashtag nello specifico ma sulla concezione generale di Rivoluzione oggi. Dopo le violenze razziste negli States, anche #blacklivesmatter era diventato rivoluzionario a suo modo, aveva portato la popolazione afroamericana in piazza ed aveva gettato luce su alcuni inquietanti fatti di cronaca, salvo poi diventare uno slogan da sbandierare per cercare l’approvazione popolare.

Il punto è che molti avrebbero dei motivi per desiderare una Rivoluzione oggi. Una categoria fra tutti sono i giovani, quella generazione di millennials per il quale si cerca sempre una descrizione ben chiara. Sono quelli senza lavoro e con una laurea, sono quelli che non arriveranno mai alla pensione, quelli che assisteranno ai drammi ambientali senza poter fare nulla, quelli con i contratti a tutele crescenti ed i 1000 euro lordi, i ricercatori, i disillusi, quelli che non avranno una famiglia e una casa, quelli con i padri suicida per la crisi. La generazione che non vota. Ma allora perché non siamo arrabbiati?

Purtroppo, sopra le nostre spalle grava il peso delle generazioni future, così come 100 anni fa in Russia e 49 anni fa nelle piazze del mondo. Siamo circondati da ottimi motivi per cui alzare la voce e nessuno lo fa. La piazza ha ceduto il posto alla rete ma non possiamo pensare che mille post sparsi fra le milioni di bacheche che popolano i social possano fare lo stesso rumore di mille voci per strada o mille scioperanti.

Forse perché, giovani così, siamo già stanchi e manchiamo di impeto. Siamo tutto spleen e poco romanticismo. Ci rifugiamo nei molti agi che abbiamo dimenticando che se non urleremo mai il nostro dissenso nessuno lo farà per noi. Dovremmo imparare ad essere più coriacei a dimenticare l’eccesso di politicamente corretto (che a lungo andare porterà ad un eccesso di politicamente scorretto) ed urlare. Purtroppo, molte delle battaglie che pensiamo di combattere sono secondarie o circostanziali e stiamo ignorando il fatto che se non diremo mai niente la politica non darà risposte adeguate.

Così muore la Rivoluzione, in silenzio, a testa bassa sullo smartphone e con la paura di poter urtare la sensibilità di qualcuno. Forse sarebbe meglio smetterla di ascoltare chi ci dice che predicare cambiamento è populista ed iniziare a strappare le etichette da alcune idee, iniziando a chiamarle con il proprio nome. Combattere l’iniquità e la disuguaglianza non è populista così come non lo è lo sperare in condizioni socio-economiche migliori. Per questo, se veramente i giovani desiderano un cambiamento, la prima Rivoluzione da fare è quella dentro le urne.

Non sarà Facebook a salvarci. Il primo atto rivoluzionario sarà posare il telefono per un minuto e pensare a ciò che davvero ci fa arrabbiare, il secondo passo sarà quello di impegnarsi politicamente per risolvere ciò che sembra irrisolto.

E’ populismo questo? #chiamatemipopulista

RICCARDO PARADISI

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