L’antipolitica di Guglielmo Giannini

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« Questo è il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole. »

Questo era il motto di un giornale fondato nel Natale del 1944: L’Uomo qualunque. Il settimanale aveva lo scopo di dare voce all’uomo comune, di strada. La posizione della testata era chiara: il nemico da combattere era la partitocrazia. Il fondatore Guglielmo Giannini fu un giornalista e drammaturgo di Pozzuoli. Aveva combattuto nella Grande Guerra e sotto il fascismo aveva raggiunto una certa fama con le sue opere teatrali. La Seconda guerra mondiale gli aveva portato via un figlio. Da sempre interessato alla politica durante la fine del conflitto fondò a Roma il suo settimanale. Già il simbolo del giornale evocava un atteggiamento polemico, infatti era un torchio che schiacciava una uomo come, per lui, la politica faceva con i cittadini comuni con le tasse. La venatura antipartitica contraddistingueva il periodico: tutti i partiti erano colpevoli dei disagi degli italiani. dai fascisti agli antifascisti erano tutti considerati poltronari e nessuno si salvava dall’umorismo pesante della testata, Calamandrei, per esempio, veniva chiamato “Caccamandrei”. Il settimanale ebbe un successo inaspettato e nel periodo di massima diffusione raggiunse le 800.000 copie. Giannini divenne la voce degli italiani arrabbiati e forse fu proprio questo suo essere il megafono della gente che produce e che vuole essere lasciata in pace a farlo esordire in politica. Il 1946 è l’anno di nascita del Fronte dell’Uomo qualunque, un faro di riscatto per gli italiani che si sentivano truffati dalla politica ma soprattutto un esperimento di populismo italiano che contrapponeva il popolo alle èlites e che sarebbe stato un apripista per moltissimi futuri imprenditori dell’ antipolitica. Cinque erano i punti programmatici del Fronte: lotta al comunismo; lotta al capitalismo della grande industria; incentivazione del liberismo economico individuale; minimizzazione del prelievo fiscale; negazione della presenza dello stato nella società. Lo stato legale doveva essere “un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione”, un programma liberale e liberista che piaceva soprattutto alla piccola borghesia meridionale disillusa verso la politica nazionale. Giannini, l’uomo che viveva del “sono tutti uguali”ottenne un successo enorme. Alle amministrative del 1946  il suo partito volava. Al Nord  aveva una media del 4% dei voti (con il picco del 9.3% di La Spezia) e faceva il boom nel Mezzogiorno con una media del 15% ( a Roma arrivò addirittura secondo con circa il 20%, in Sicilia fu il primo partito con una media del 25% ed elesse due sindaci a Palermo e Messina). Le successive elezioni per l’assemblea costituente videro il Fronte classificarsi quinto partito con il 5,3% delle preferenze. La tendenza a semplificare tutto e a liquidare la democrazia dei partiti garantì un successo clamoroso ma altrettanto breve. Nel 1947 Giannini si mostrò meno oltranzista verso De Gasperi perchè aveva espulso il PCI dal governo. Questo avvicinamento alle posizioni governative della Balena Bianca portò all’abbandono del partito di alcuni sostenitori, 14 deputati qualunquisti si scissero dal gruppo e formarono l’ Unione Nazionale. Dopo aver tentato un’alleanza con la Democrazia Cristiana, Giannini cambiò radicalmente idea e cercò di sedurre Togliatti. Ciò portò ad una diaspora di molti seguaci del commediografo che dovette rinunciare all’ alleanza con gli ex-nemici comunisti. Per le legislative del 1948, il Fronte formò una coalizione insieme al PLI ma ciò non evitò la sconfitta del Fronte nella tornata elettorale  che ne decretò la fine. I qualunquisti divennero monarchici, liberali o entrarono nel neonato Msi, Giannini stesso si candidò per la DC alle successive politiche del 1953.

MARCO CRIMI

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