LUCIO CARACCIOLO PER SPAZIO POLITICO

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Chi è realmente Xi Jinping? La Cina è destinata a sostituire gli Usa come potenza egemone? Come si risolverà la crisi nordcoreana? Che ruolo può avere l’Italia in tutto ciò?

Su tutti questi temi, Spazio Politico ha intervistato il professor Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di “Limes”. Ringraziamo il professor Caracciolo per l’interesse dimostrato verso il nostro progetto.


Recentemente, il Congresso del Partito Comunista Cinese ha riconfermato Xi Jinping come leader del paese. È davvero l’uomo più potente della Cina dai tempi di Mao?

“Beh, Xi Jinping è sicuramente il leader cinese più potente dai tempi di Mao, ma è anche vero che la Cina odierna è molto diversa da quella di Mao. Innanzitutto, l’opinione pubblica, seppur sempre controllata, si fa sentire molto di più; inoltre, all’interno del Partito sono presenti molte correnti che non amano affatto Xi Jinping. Pur essendo il numero 1 assoluto, il contesto di Xi è molto più difficile rispetto a quello di Mao.”
Secondo Lei, in cosa differisce l’attuale presidente cinese dai suoi predecessori?

“Una caratteristica sicuramente fondamentale di Xi Jinping è che lui è un idealista vero e proprio. A differenza dei suoi più recenti predecessori, come Hu Jintao e Jiang Zemin, dei dei tecnocrati che di professione facevano gli ingegneri e non i politici, lui ha un’idea molto alta di se stesso e della Cina.”                                                                                                      “Xi si considera il portatore di un nuovo “Risorgimento Cinese” , che nel giro di un paio di decenni vorrebbe riportare la Cina a ricoprire il ruolo di leader mondiale in ambito economico come è stato fino all’inizio del XIX secolo, con tutti i costi ed i benefici annessi.”
Un progetto di enorme valore nel programma di Xi Jinping è quello della “Nuova Via della Seta”.

“La “Nuova Via della Seta” è sicuramente il marchio che l’attuale presidente cinese ha scelto per la sua visione imperiale del ruolo cinese nel mondo.”                                                 “A mio avviso, però, il limite della Cina è l’assenza di una visione egemonica del potere.” “Possiamo prendere come esempio la superpotenza statunitense, nonostante il suo potere si stia erodendo: a prescindere dalla potenza economica e militare, gli Usa sono anche capaci di un forte irradiamento culturale, che fisiologicamente genera una corrente d’influenza. Si tratta di quello che viene volgarmente definito soft power, che manca alla Cina di oggi.”
Quali sono altri potenziali limiti per l’avvento di un “imperialismo cinese”?

“A mio avviso, alla Cina manca anche una cultura egemonica, cioè la capacità di saper vedere ed integrare nel proprio sistemare imperiale il ruolo di altri paesi. L’America, per esempio, ha saputo costruire in Europa, che all’epoca contava, ed in altri parti del mondo una egemonia basata sulla coincidenza, reale o nominale, dei propri interessi con quelli dei paesi alleati.”                                                                                                                                 “La Cina, in 2000 anni di storia imperiale, non ha mai integrato altri paesi nella sua visione: non l’ha fatto in passato, non lo fa oggi e dubito lo farà nel prossimo futuro. Questa è sicuramente un’altra sfida molto importante con la quale Xi dovrà per forza misurarsi.”
Questo per quanto riguarda la situazione internazionale. E invece quella interna?

“Anche qui la Cina è un paese intrinsecamente instabile. Al suo interno ci sono delle aree difficilmente stabilizzabili, come il Tibet ed il Xinjiang. Abbiamo poi Taiwan, che i cinesi considerano territorio interno ma che di fatto è uno stato indipendente; anche Hong Kong continua ad avere un’autonomia che non è stata del tutto soffocata.”                       “La Cina, in conclusione, è un paese dicotomico: da una parte vuole affermarsi come leader del mondo, dall’altra soffre di problemi di instabilità interna, problemi che almeno ad ora gli Usa non hanno.”

La “Nuova Via della Seta” ha il suo sbocco naturale nel Mediterraneo, un mare dove l’ Italia ha sempre avuto un ruolo fondamentale. Potenzialmente, quale ruolo può giocare il Belpaese in questo scacchiere disegnato da Pechino?

“Il problema che Lei pone si risolve nel fatto che l’Italia non è una potenza mediterranea e non si considera nemmeno un paese mediterraneo. L’Italia, almeno dopo il 1945, si è sempre considerata come una nazione europea, ritenendo il Mediterraneo come un’area troppo infida ed “africana” e fuori dal nostro habitat naturale, cioè l’Europa.”

“Riguardo ai nostri porti, i cinesi in passato si erano interessati al porto di Taranto, poiché esso è il primo porto che si trova una volta usciti da Suez: diversi anni fa il capo di una grossa compagnia cinese di shipping si recò a Taranto per parlare col sindaco, il quale però nemmeno lo ricevette. Successivamente, le compagnie cinesi si sono interessate a Gioia Tauro e Napoli, ma le infiltrazioni mafiose hanno ucciso questi approcci sul nascere.”

“Attualmente, i cinesi stanno portando avanti dei progetti paralleli con Genova e Trieste: nel primo caso, si tratta di un progetto che andrebbe a coinvolgere l’intera fascia ligure, mentre Trieste sarebbe lo snodo per i traffici adriatici. Trieste è però particolarmente interessante per l’accesso che garantirebbe verso l’Europa Centrale, a seguito degli accordi internazionali che hanno riportato questa città all’Italia nel secondo dopoguerra.”                                                                                                                                 “Dunque, l’Italia avrebbe potenzialmente degli spazi dati dalla geografia, spazi che però non riesce a tradurre in geopolitica, perché non riesce a trovare un perno per questo progetto cinese.”

Andando dalla Cina verso l’Occidente, spostiamoci un po’ più ad Oriente rispetto al Dragone, verso la Corea del Nord ed il suo leader che spaventa il mondo.

“La crisi nordcoreana non si risolverà sicuramente presto; l’unico modo per concluderla in maniera definitiva sarebbe l’opzione militare, ma ciò avrebbe ripercussioni assolutamente devastanti. Non solo la Corea del Nord con le sue artiglierie convenzionali potrebbe distruggere metà Seul nel giro di poche ore, ma gli americani, per eliminare davvero la minaccia di Kim, sarebbero costretti ad entrare boots on the ground nel territorio di Pyongyang; inevitabilmente, si verrebbe a creare una  forte tensione tra le forze armate americane a Sud e la Cina a nord del fiume Yalu, un po’ come successe nel 1950.”                                                                                                                                       “Nonostante Pechino non veda di buon occhio Kim Jong Un e le sue azioni, chiaramente non tollererebbero una situazione di permanenza militare Usa a ridosso dei loro confini.”                                                                                                                                             “Un’opzione percorribile potrebbe essere un’intesa sino-americano sulla cooptazione della Corea del Nord, cioè l’accettazione di un arsenale nucleare nordcoreano entro però certi limiti: in compenso, alla Corea del Nord verrebbe consentito un graduale ritorno nel sistema finanziario, politico e commerciale internazionale, che è proprio quello che vuole Pyongyang.”                                                                                                                             “Trovo tuttavia molto arduo che un presidente americano, al di là di Trump, possa accettare di negoziare con Kim Jong Un, tuttavia non è un’ipotesi impossibile: nel 2000 Bill Clinton andò molto vicino a incontrare Kim Jong Il, incontro che poi non ci fu perché il presidente democratico aveva il mandato in scadenza.”

In questi giorni Trump si trova in Asia, dove ha anche incontrato Xi a Pechino. Ciò ci porta ad una domanda inevitabile: il passaggio del testimone tra Usa e Cina ai vertici mondiali è davvero inevitabile?
“Secondo me, in una prospettiva di medio termine, diciamo un paio di decenni, la Cina ambisce a sostituirsi realmente agli Usa come principale potenza mondiale, ruolo che ha già ricoperto in passato. Nonostante ciò, anche i cinesi più nazionalisti sono consapevoli che ad ora gli Usa sono i più forti in numerosi settori.”
“Come sapete, in America c’è una letteratura molto fiorente ed influente ad alti livelli, secondo la quale il potere americano sia in costante declino e che la Cina sia destinata a superarli. Ritengo che, se da una parte è vero che il potere americano è in declino, come si può vedere anche da dei dati statistici, allo stesso tempo è difficile ritenere che la Cina possa diventare il paese numero 1.”
“Penso piuttosto ad una fase abbastanza lunga di conflitto, o anche di cooperazione caotica, tra Stati Uniti e Cina piuttosto che un vero e proprio passaggio di consegne.”

ANDREA MARROCCHESI

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